L’Ucraina Javelina di Biden

Il doppiopesismo dell'Occidente: la guerra è un crimine se a scatenarla è un Paese ostile al Washington consensus. La guerra non è guerra se a scatenarla sono gli Stati Uniti.

Michele Martelli

Che l’apoteosi della guerra e la distruzione dell’umano siano una tragica costante della storia, è un dato di fatto. Dal leggendario Romolo, figlio di Marte, il mitologico dio della guerra, che, dopo aver sparso il sangue fraterno di Remo, sul cumulo dei cadaveri dei nemici vinti si erge a «Romae conditor urbis» per poi ascendere al cielo, circonfuso di gloria sovrumana, dio tra gli dei (Ovidio, Metamorfosi, XIV, 818-828), fino a Hitler, che scatena violenza e guerra distruttiva di dimensioni mai viste contro le razze malriuscite (ebrei, slavi cioè «schiavi», rom, comunisti, disabili) e contro gli altri paesi europei per instaurare il suo folle Reich millenario, dai Pirenei agli Urali, la guerra era almeno chiamata guerra, con tutti i suoi orridi effetti disumani.
Ma oggi, l’ipocrisia dell’Occidente usa il doppiopesismo: la guerra è un crimine, il crimen belli, se a scatenarla è un Paese, potenza o governo ostile o ribelle o non allineato al preteso mondo unipolare del Washington consensus; la guerra non è guerra, ma «Operazione di polizia internazionale», se a scatenarla sono gli Stati Uniti, autoproclamatisi «gendarmi del mondo» per ripulirlo dai malfattori, dai terroristi, dagli «Stati canaglia», dall’incarnazione del Male. Sin dal secondo dopoguerra, mentre i Tribunali di Norimberga e di Tokio condannavano a morte politici e militari nazisti e giapponesi, un tribunale di condanna dei crimini di guerra degli Usa, responsabili dei bombardamenti di Dresda e Amburgo e delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, era soltanto il sogno illusorio e impotente dei perdenti, quelli ancora vivi. E così la storia si è ripetuta con i Talebani, Saddam Hussein, Milošević e tutta la galleria dei «nuovi Hitler» abbattuti o da abbattere perché d’ostacolo alla World supremacy americana.
Al tradizionale elogio politico-artistico-religioso della guerra e dei suoi attori e decisori, che ha visto per esempio la divinizzazione di Giulio Cesare per le sue glorie militari dichiarata dal Senato romano nel 44 a.C., la santificazione medioevale del re crociato Luigi XII, l’apoteosi di Napoleone (raffigurata nel Palazzo Reale a Milano) o quella del generale George Washington primo presidente americano (dipinta sulla cupola del Campidoglio a Washington), oggi l’Occidente, e gli Stati Uniti in testa (che pure all’impero romano si rifanno), contrappone la retorica della «non-guerra», ossia della «sua» guerra. Che, come il dio biblico, non si può nominare, per oscurarne la logica e gli effetti disumani. Se si nomina, è per farne un giusto mezzo dell’etica dei diritti umani e della lotta contro il Male. E così, dall’Iraq alla Serbia, centinaia di migliaia di civili donne e bambini sono scomparsi, dilaniati dalle bombe etiche e umanitarie di Bush e Clinton.
Due le strategie retoriche degli Usa per imbellettare il loro ubiquo e spietato interventismo militare. Innanzitutto, l’uso e abuso dell’ossimoro, la figura retorica che unifica due concetti incompatibili e contraddittori: per esempio «bombe intelligenti», «operazioni chirurgiche», «guerre umanitarie», dove l’aggettivo è la negazione del sostantivo; così la guerra è l’indicibile, scompare d’incanto, non ci sono morti, se non per inevitabili «effetti collaterali», non voluti, quindi non imputabili; e se non c’è la guerra, non ci sono ovviamente nemmeno «criminali di guerra».
E poi l’umanizzazione degli strumenti di guerra, anzi la loro idolatrizzazione. Nota la fantasiosa denominazione degli aerei bombardieri e delle due atomiche lanciate sul Giappone: «Grande artista», «Uomo grasso» ecc. «Enola Gay» fu chiamato il bombardiere che in pochi secondi incenerì Hiroshima, dal nome della mamma del primo pilota: dunque non strumento di morte, ma datore di vita: la realtà capovolta, la menzogna istituzionalizzata. Restaurato, oggi è esposto in un museo di New York: mancano, intorno al Moloch d’acciaio, i 200 mila teschi degli altrettanti civili giapponesi inceneriti. Il 4 maggio 2022 il presidente Biden ha visitato in Alabama la Lockeed Martin, la fabbrica di missili anti-carro Javelin destinati a Kiev. Parlando ai 600 dipendenti, Biden ha detto estasiato: «Ci sono genitori [in Ucraina] che stanno chiamando i loro neonati Javelin e Javelina». Ecco la metamorfosi: i neonati trasformati metaforicamente in missili, strumenti americani di guerra in mano agli ucraini. Forse che nella mente imperiale di Biden tutta l’Ucraina è Javelina?



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