L’Ue condanna la domanda di prostituzione, ma solo a parole

Il parlamento europeo approva una relazione contro la domanda di prestazioni sessuali e a favore di percorsi d’uscita per le persone nel mercato della prostituzione. Manca però ancora una direttiva che vincoli gli Stati ad affrontare seriamente il fenomeno come una delle tante forme di violenza esercitate dagli uomini nei confronti delle donne.

Michela Fantozzi

Lo scorso 14 settembre il parlamento europeo ha approvato una relazione a firma della parlamentare tedesca Maria Noichl in tema di “riduzione della domanda e protezione delle persone coinvolte nella prostituzione”.
Adottato dai deputati con 234 voti favorevoli, 175 contrari e 122 astenuti, il testo prende in considerazione le implicazioni transfrontaliere della prostituzione e il suo impatto sull’uguaglianza di genere e sui diritti delle donne nel contesto della più ampia lotta alla povertà.
In sostanza, la relazione riprende alcune raccomandazioni già formulate in precedenza dallo stesso parlamento europeo:
– ribadisce la necessità di uniformare le legislazioni in materia di prostituzione all’interno dell’Unione, poiché le contraddizioni e le differenze tra i vari approcci favoriscono la tratta degli esseri umani a scopi sessuali (che ricordiamo essere la più diffusa forma di sfruttamento umano al mondo);
– evidenzia la necessità di proteggere le persone che si prostituiscono, offrendo loro strumenti per uscire dal mercato del sesso a pagamento e condanna qualsiasi iniziativa legislativa volta a criminalizzarle;
– sottolinea invece la necessità di perseguire la domanda di prostituzione (vale a dire i clienti), riconosciuta come causa dell’esistenza stessa della tratta a scopi sessuali e raccomanda di contenere le pubblicità online di servizi sessuali;
– infine, riconosce che la pandemia da Covid-19 prima e l’invasione dell’Ucraina poi abbiano esposto sempre più ragazze e donne povere alla morsa dello sfruttamento.

Quello della prostituzione è un tema profondamente divisivo in ambienti femministi come d’altronde nella società tutta (argomento al quale MicroMega ha dedicato un’intera sezione del numero 6/2020).
Il testo della relazione, infatti, dichiara al punto A: “la presente relazione riconosce che alcune persone che esercitano la prostituzione si definiscono ‘sex workers’ e che questo termine è utilizzato da alcune organizzazioni internazionali”; ma che questa “autodefinizione” di persone che considerano la prostituzione “un’occupazione professionale” rappresenta solo “una minoranza delle persone che esercitano la prostituzione, anche se sono ben organizzate e pubblicamente visibili”.
Il testo fa esplicito riferimento alla necessità di contenere la domanda, ma questa non è un gran novità: il parlamento europeo si era già pronunciato in favore del modello nordico (il sistema di regolamentazione della prostituzione inaugurato in Svezia che prevede il perseguimento legale degli acquirenti del sesso) nel 2014, con la risoluzione Honeyball. In vari contesti nelle istituzioni europee si è ribadita la necessità di perseguire la domanda, come la sfilza di normative, studi e dichiarazioni citate nella relazione documenta.
Questa votazione dimostra che c’è una consapevolezza diffusa in Europa sulla necessità di trattare la prostituzione come l’ennesimo ostacolo alla piena realizzazione della parità dei sessi, ma rimane ancora nell’ambito della dichiarazione d’intenti. E questo anche a causa di un attivismo pro-sex work che schiaccia la questione sul “qui e ora” della libera scelta senza inserirla in un’analisi più ampia di un fenomeno storico sintomo di squilibrati rapporti sociali.
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CREDITI FOTO: FEMM Committee Meeting © European Union (2018) – European Parliament



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