Lützerath, dove una cittadinanza globale difende l’ecosistema villaggio per villaggio

L’attenzione sui principali media europei si è accesa improvvisamente quando Greta Thunberg ha annunciato la sua partecipazione alla manifestazione di Lützerath, ma chi c’è non è lì per lei. Nonostante l’etichetta da rockstar che le è stata appiccicata addosso, chi ascolta gli interventi la applaude con la stessa forza con cui sostiene chi ha parlato prima e dopo di lei.

Gloria Bagnariol

Quando si arriva a Lützerath per la prima volta non si capisce se si è effettivamente raggiunta la destinazione o meno. Non c’è nessuna indicazione in autostrada, nessun segnale che dà il benvenuto, nessun bar o negozio a cui chiedere informazioni. Solo distese di campi e, appena sotto il cielo grigio bassissimo, un piccolo agglomerato di tetti. L’unico indizio che la meta è vicina è la via colorata di rosso sullo schermo del navigatore: traffico. A bloccare la circolazione però non sono macchine di passaggio, ma gruppi di persone che occupano quasi involontariamente il percorso. Nell’unico pezzo di asfalto disponibile si stanno preparando ad affrontare il fango: c’è chi si cambia le scarpe, chi cerca di coprire lo zaino dalla pioggia incessante, chi riflette se parcheggiare o meno la bicicletta. La direzione non è ancora chiara, ma quando il vento si prende una pausa si riesce ad ascoltare la voce che arriva dal megafono e se si allarga lo sguardo si vedono tantissimi punti che si muovono nei campi. Sono famiglie con passeggini, militanti, gruppi di amici, bambine/i, anziane/i. È sabato 14 gennaio e a Lützerath siamo giunti in 35mila per difendere il villaggio dall’espansione della miniera di carbone e lignite di Garzweiler, a opera della multinazionale RWE e del governo tedesco. Si arriva al palco dove si alternano gli interventi dopo 40 minuti di cammino, chi scende alla stazione dei treni marcia per quasi due ore.

La manifestazione è imponente, neanche chi l’ha organizzata si aspettava questi numeri. La battaglia viene da lontano. I primi sfratti partono nel 2005 e le contestazioni si intensificano nei primi anni del nuovo millennio. Nel 2018, nonostante le varie azioni legali intraprese, sono stati sgomberati gli ultimi 900 abitanti. Ed è da qui che partono le occupazioni, i cortei, le azioni dimostrative e la resistenza quotidiana: alcune attiviste/i hanno costruito case sugli alberi, altri hanno aperto tunnel. È stata condotta qualsiasi azione non violenta possibile per impedire che le ruspe portassero a termine la distruzione del paesino a beneficio dell’estrazione del carbone.

L’attenzione sui principali media europei si è accesa improvvisamente quando Greta Thunberg ha annunciato la sua partecipazione alla manifestazione, ma chi è a Lützerath non è lì per lei. Nonostante l’etichetta da rockstar che le è stata appiccicata addosso, chi ascolta gli interventi la applaude con la stessa forza con cui sostiene chi ha parlato prima e dopo di lei. Chi è venuto non lo ha fatto per un selfie con l’icona più pop della lotta al cambiamento climatico, ma perché ha deciso che ci sono momenti in cui la condivisione di un post o il like a un altro non sono più sufficienti per dirsi parte di una lotta. Servono i corpi. E i corpi che colorano questo grigio sono così armoniosi nella loro plateale eterogeneità. Nonostante la violenza della polizia non si respira rabbia, ma la caparbia determinazione di chi crede di stare dalla parte giusta della storia. Non c’è ottimismo, c’è fiducia nel proprio potere. “People have the power” non è solo la colonna sonora della manifestazione, una canzone da urlare per sentirsi uniti, è una convinzione profonda che neanche il tradimento dei verdi al governo è riuscito a scalfire. Lo sguardo non è solo proiettato al futuro, è saldo sul presente e sulle sue mille oppressioni. Il primo intervento dopo Greta Thunberg è di un attivista per i diritti dei rifugiati. Dal palco e dai cori di chi partecipa si ripete più volte che non esiste giustizia sociale senza giustizia climatica e viceversa. Le critiche investono l’intero sistema capitalista pronto solo ad ascoltare le ragioni del profitto e non quello delle persone. Le bandiere che sventolano non sono solo verdi, hanno i colori della pace, i simboli dell’internazionale antifascista.

Quella di Lützerath è una lotta estremamente radicata nel suo territorio, eppure non è semplicemente una battaglia locale. Le persone intorno a me parlano almeno quattro lingue differenti: inglese, francese, tedesco, olandese. Dal palco si alternano discorsi in tedesco e inglese, molti vengono tradotti nella lingua dei segni. Prende la parola un ragazzo tedesco e io che purtroppo non lo parlo mi distraggo per un attimo, mi dimentico di quello che ho attorno e apro twitter, vedo che in Italia esplode la critica ai militanti di Ultima Generazione che hanno gettato della vernice lavabile su il Dito di Cattelan in Piazza affari: “Ecoterroristi” – “Maleducati” – “Non hanno rispetto per la cultura” – “Come si permettono a imbrattare un’opera d’arte?”. Mi giro verso una ragazza belga che ho a fianco e le mostro il telefono: “Non ti sembrano dei toni assurdi? è vernice lavabile! Non hanno rovinato nulla!”. E così scopro che nel 2018 a Lutzerath le ruspe per fare spazio al carbone hanno distrutto, loro sì, anche un’opera d’arte di fine 800, la chiesa di San Lamberto. Sconsacrata pochi giorni prima per permetterne la demolizione. Con che coraggio definiamo ecoterroristi chi ci avvisa del problema e non chi lo crea?

 

Gloria Bagnariol è giornalista. Attualmente vive e lavora a Bruxelles dove si occupa di comunicazione strategica per il gruppo The Left al Parlamento europeo

Foto Ansa



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