Ma le carceri italiane sono ancora in Italia?

Mauro Barberis

Le carceri, ancora. Come a Bolzaneto nel 2001, così a Santa Maria Capua Vetere, vent’anni dopo. Ci sono volute le immagini di una telecamera di sicurezza dimenticata accesa, e la visita ufficiale di un Presidente del Consiglio e di una Ministra della Giustizia, per accorgerci improvvisamente di quanto non volevamo vedere. Era il marzo dell’anno scorso, l’inizio della pandemia, e forse avevamo altro a cui pensare. Se non fosse che quando si parla di carceri c’è sempre qualcosa di più importante a cui pensare.

Così, la rivolta è scoppiata in ventuno penitenziari sovraffollati, nell’indifferenza generale, mentre noi cominciavamo a preoccuparci dei nostri assembramenti. S’è detto che era perché le visite erano state sospese, o che c’era dietro un piano di una delle tante mafie. Ci sono stati tredici morti, nove solo nel carcere di Modena, uno anche a Santa Maria Capua Vetere, ma era solo un algerino pestato a sangue e poi lasciato morire senza cure. Strano carcere, questo, con i reparti indicati da nomi di fiumi – Nilo, Senna, Danubio… – e nessuno che, in anni di celebrazioni dantesche, abbia pensato a chiamarne uno Stige, come il fiume infernale.

I tredici morti erano tutti detenuti, molti per overdose di metadone, anche se portavano segni di violenze sulle quali nessuno ha mai indagato seriamente. Oltre ai morti, ci sono stati duecento feriti e 12 milioni e passa di danni, ma nemmeno un responsabile indicato al pubblico ludibrio, come usa da noi per una firma mancante. Ci fosse stato un Giulio Regeni, un Patrick Zaki, semplicemente non l’avremmo saputo: queste cose, si sa, capitano sempre altrove, in Egitto, Turchia o Corea del Nord, non nella patria del diritto.

Forse i reparti sono chiamati con nomi di fiumi stranieri proprio perché le carceri italiane non stanno legalmente in Italia. Legalmente sono extraterritoriali: non ci vigono le leggi italiane, ma una legge più antica, quella della jungla. Quando la porta del carcere si chiude alle spalle di qualcuno, che potremmo anche essere noi stessi o i nostri figli, le leggi italiane non valgono più. Neppure per quegli altri abitanti delle prigioni che sono gli agenti carcerari: i quali non possono finire in carcere solo perché, banalmente, ci stanno già, e neanche un’eventuale impunità compenserebbe le condizioni in cui lavorano.

Giusto per trovare un responsabile anche stavolta, viene da chiedersi cosa abbiano fatto in tutti questi anni, almeno dalla legge Gozzini (1986) in poi, i politici. È presto detto: hanno piantato bandierine, scommettendo se gli elettori fossero più attratti dalla bandierina giustizialista o da quella garantista. A partire dagli anni Novanta, senza troppe differenze fra destra e sinistra, si sono accorti che elettoralmente paga di più la sicurezza penale che sanità, scuola e pensioni, e costa pure meno. Guai però ad approvare una legge sulla tortura, come ci siamo obbligati a fare firmando la Convenzione di New York nel 1984. Perché si può anche finire in galera per una cambiale non onorata, ma non perché si torturano persone private della loro libertà personale.

Così, ci sono voluti un ex banchiere centrale e una ex docente di diritto costituzionale, l’una e l’altro eletti da nessuno, per accorgersi che nelle carceri italiane la gente muore, anche solo per incuria. E pensare che per rimediare basterebbe costruire nuove prigioni, o trovare misure alternative al carcere, o sfoltire la lista dei trentacinquemila reati. Forse, in questo stesso momento, ognuno di noi ne sta commettendo uno, senza saperlo, per il solo fatto di respirare.



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