Ma quale misoginia? I diritti si rinforzano e non si annullano

“Perché questo accanirsi per una totale e protervia identificazione dell’essere femminile con il suo utero e viceversa?”. Una risposta a Monica Lanfranco.

Adele Orioli

Leggo, a essere onesta non con particolare stupore ma con un filo di crescente sgomento e inquietudine, le argomentazioni che portano Monica Lanfranco a scagliarsi contro l’ultima copertina dell’Espresso in una violenta filippica che termina nella condanna di quella che sarebbe una “religione di auto percezione” volta a cancellare una (a mio avviso non ben precisata) specifica identità femminilbiologica. Sarà che proprio in questi mesi sono impegnata in più di una iniziativa a favore dell’aborto e contro quello stigma di obbligatori dolore e sofferenza che troppo spesso ritrovo anche fra noi con gameti XX che confesso a cuore aperto di sentirmi urtata non solo dalla perentorietà ma anche da una certa dose di biliosità che mi sembrano permeare quanto scritto.

Su una cosa sicuramente concordiamo entrambe, per quanto la declinazione pratica parrebbe dipanarsi in strade non coincidenti: la differenza è importante. Non ci fosse, non sarebbe nemmeno possibile questo se non dialogo chiamiamolo confronto di opinioni, visto che almeno secondo la strettamente biologica definizione posso ben vantarmi di essere donnadonnadonna, nata tale e con ovaie ben formate e capiente utero. Certo, complice un mio inesistente istinto di maternità questo è a tutti gli effetti rimasto inutilizzato. Posso sentirmi ancora tale quindi, o forse vista la mia non compartecipazione al culto della grande madre genitrice sono un po’ meno “l’altra metà del cielo”? Perché questo accanirsi per una totale e protervia identificazione dell’essere femminile con il suo utero e viceversa, quasi sia l’organo a definire la persona e non la persona stessa, comincerebbe a farmi venire qualche dubbio.

Se non fosse che oltre che donna sono anche non credente: filosoficamente agnostica e militante atea. E in questi tanti anni di confronti più o meno accesi, in tv come nei tribunali, ho sempre portato avanti una idea: quella che i diritti umani fondamentali appartengano a ciascuno e ad ognuno di noi: nessuno ce li ruba o ce li consuma se li esercita a sua volta. Non si chiamano individuali per caso. Anzi, per ogni singola persona, per ogni singolo diritto riconosciuto in più si rafforza ognuno dei nostri. Libertà religiosa, che comprende la libertà di non averne alcuna, e libertà di autodeterminazione in materia sessuale e riproduttiva sono e restano diritti umani fondamentali. Lottare contro di essi, per escludere secondo dogmatici criteri (confessionali, biologici, etnici) da questo o quel diritto è tafazziano e masochistico. Compartecipare le battaglie per la piena libertà e realizzazione altrui non fa altro che rafforzare la nostra, di libertà. Anche di essere donne e non forni per pagnotte, ad esempio. O di non essere cisgender, perché non è l’unico dei mondi possibili, che ci piaccia o no. E senza nemmeno volare alto, anzi bassissimo, non facciamo meno fatica e più bella figura se empatizziamo solidali, piuttosto che fingere che i diritti siano ostelli a posti limitati e che chi prima arriva, anzi, meglio nasce, meglio alloggia? Forse proprio perché donna e donna non credente mi risulta impossibile acquisire quella certezza granitica che permette di salire sul piedistallo sopra le autodefinizioni e di imporne di eterodirette. Ad alcuni e purtroppo spesso ad alcune sembra invece particolarmente facile, come sembra leggendo anche queste righe.

 

(Credit Image: © Claudia Rolando/Pacific Press via ZUMA Wire)



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