Trent’anni di Maastricht: sarebbe ora di cambiare rotta (ma non si può)

L’Unione Europea, nata per promuovere pace e prosperità, si è trasformata in un motore di conflitti e povertà incapace di riformarsi. Una riflessione sui danni prodotti dal Trattato siglato il 7 febbraio di trenta anni fa e sull’impossibilità di una reale inversione di rotta.

Alessandro Somma

Stati Uniti d’Europa
Il Secolo breve e i suoi conflitti hanno screditato la sovranità nazionale, considerata la causa scatenante delle ostilità e delle sue drammatiche conseguenze. Occorreva dunque superarla a favore di federazioni cui gli Stati avrebbero trasferito le loro prerogative, impedendo così loro di farne un uso pregiudizievole per la pace. Si è affermata con queste motivazioni l’idea di giungere agli Stati Uniti d’Europa e di concepirli sulla scia degli Stati Uniti d’America: una federazione concepita come unione con un bilancio comune, una moneta comune e un mercato comune, in cui condividere anche il welfare, la politica estera e di difesa, così come tutti i principali ambiti prima affidati alla dimensione nazionale.

I primi timidi passi in questa direzione si mossero a qualche anno dalla conclusione del secondo conflitto mondiale. Venne costituita allora la Comunità europea del carbone e dell’acciaio: poco più di una zona di libero scambio, concepita però come “prima assise di una più vasta e più profonda comunità fra popoli” (Trattato Ceca del 1951). Non fu possibile farla seguire dalla Comunità europea di difesa e soprattutto dalla Comunità politica europea, quest’ultima marcatamente proiettata verso l’adozione di schemi federali, che la morte di Stalin (1953) finì per non fare avvertire come una necessità impellente.

Il cammino riprese con la nascita della Comunità economica europea (1957), che mirava alla costruzione di un vero e proprio mercato comune, da molti concepito come il primo embrione di una federazione europea. Inizialmente venne però realizzata la sola integrazione economica negativa, per cui era sufficiente rimuovere le barriere alla costruzione del mercato comune: fu creata l’unione doganale e si avanzò in modo significativo nell’abolizione dei principali ostacoli alla circolazione dei lavoratori, delle imprese e dei servizi. Non venne invece avviata l’integrazione economica positiva, ovvero la creazione di un quadro di regole volte ad armonizzare la disciplina del mercato comune, almeno se si prescinde da quello agricolo.

Il Trattato istitutivo della Comunità economica europea (Cee) creava un mercato comune, ma non anche una politica economica comune. Disponeva solo un coordinamento di quella politica, a partire da obiettivi contrastanti come la lotta all’inflazione e la piena occupazione: il primo collegato a una spesa pubblica moderata e il secondo a manovre espansive. Coerentemente non si prevedeva una politica monetaria comune, che del resto avrebbe dovuto essere allineata alla politica economica e dunque alla individuazione di una gerarchia tra gli obiettivi richiamati.

Nel corso degli anni Sessanta era relativamente diffuso il favore per una economia mista, o comunque volta a combinare libero scambio e interventismo statale: non però abbastanza diffuso da fondare su questa combinazione una politica economica comune. A maggior ragione questa non si poté definire nel corso degli anni Settanta, l’epoca in cui si verificarono eventi dirompenti per gli equilibri internazionali: lo shock petrolifero provocato dalla Guerra del Kippur prima e dalla Rivoluzione iraniana poi e, nel mezzo, la fine del regime di stabilizzazione della politica monetaria internazionale varato a Bretton Woods. La crisi economica che seguì fece infatti emergere le differenze nel modo di affrontarla, e in particolare nella individuazione degli obiettivi di politica economica da privilegiare.
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