Macaluso, un togliattiano mai pentito

Giusto poche settimane prima di morire, Emanuele Macaluso ha ripercorso con "MicroMega" i passaggi cruciali della sua vita all’interno del Partito comunista, dal secondo conflitto mondiale fino al rapporto con Enrico Berlinguer, costante punto di riferimento della sua vicenda politica. Ecco come – in quella che resterà la sua ultima testimonianza, integralmente disponibile nel numero di "MicroMega" in edicola e libreria – Emanuele Macaluso ricorda l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940, e l’inizio del suo apprendistato all’antifascismo.

Emanuele Macaluso

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Sono nato a Caltanissetta il 21 marzo 1924 e quindi, quando Mussolini proclamò l’entrata in guerra dell’Italia, avevo 16 anni. In quel periodo ero al sanatorio, con la tubercolosi, dove rimasi per quasi un anno. Ricordo che chi era in cura lì – che fosse da uno, due, ma anche tre o quattro anni, o che magari era guarito e poi era dovuto tornare – non mostrava alcun entusiasmo per la guerra. L’inizio del conflitto lo ricordo benissimo, perché a Caltanissetta i fascisti promossero una manifestazione che ebbe scarsissimo successo. La popolazione era infatti molto preoccupata. Da una parte c’era quindi l’entusiasmo dei fascisti, che sembrava stessero andando a fare ricreazione, dall’altra il timore espresso soprattutto dai più anziani. Mio padre era ferroviere e la sua classe, quella del 1898, era stata una delle ultime ad aver preso parte alla guerra del ’15-’18. Sapeva bene, perciò – e ne trasmetteva il senso anche a noi figli –, che cosa significasse la guerra: la chiamata alle armi, i giovani costretti ad andare al fronte, le condizioni sociali che peggioravano considerevolmente, tanto più in una regione come la Sicilia in cui erano già veramente critiche.

In quegli anni – dopo essere andato alla scuola di avviamento al lavoro e aver superato gli esami – frequentavo l’Istituto tecnico minerario, che era l’unica scuola che c’era a Caltanissetta, da cui uscivano i periti che andavano a lavorare nelle miniere della regione (il mio titolo è dunque quello di perito industriale minerario). Ed è lì – dove erano tutti figli di operai e di minatori e dove, in termini di educazione fascista, c’era solo l’obbligo di vestirsi il sabato da balilla – che intorno ai 16 anni cominciai a maturare posizioni antifasciste. Del resto mio padre non aveva mai svolto attività fascista. E mia madre era molto combattiva nel suo odio per il fascismo: Mussolini non lo chiamava mai per nome, ma «faccia lorda». […]

[L’estratto qui pubblicato corrisponde all’8% del testo integrale pubblicato in MicroMega 1/2021]

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