Macron può ancora perdere questa elezione?

Oltre all’astensionismo degli elettori di sinistra, a preoccupare Macron è l’entusiasmo ritrovato dei sostenitori di Marine Le Pen, che sentono la possibilità di riaprire un’elezione finora mai in discussione.

Simone Martuscelli

Chiariamolo da subito: nonostante le numerose criticità della sua campagna elettorale, gli scenari per cui Emmanuel Macron potrebbe mancare la rielezione all’Eliseo quando i francesi saranno chiamati a votare al ballottaggio, il 24 aprile, sono improbabilissimi. Eppure, se egli stesso, in chiusura del primo e unico grande evento di campagna di sabato scorso a La Défense, ha ritenuto necessario chiamare alla “mobilitazione generale” perché “la Brexit e altre elezioni ci insegnano che nulla è impossibile”, vale la pena capire cosa preoccupa davvero Macron e se esistono davvero dei margini per un ribaltone che avrebbe del clamoroso.

I problemi per Macron iniziano quando, la scorsa settimana, diversi sondaggi indicano come non solo il Presidente abbia esaurito la spinta data dalla guerra in Ucraina e sia in una fase calante (in meno di un mese lo scarto con Le Pen, secondo la media, si è ridotto da 12 a meno di 7 punti) ma che addirittura, nelle simulazioni del ballottaggio con la leader del Rassemblement National, il margine di vantaggio di Macron si è ridotto a soli 5 punti (52,5% contro 47,5%). Le motivazioni sono diverse. Di sicuro Macron è entrato in campagna tardi e male, nonostante il bagno di folla di Parigi: in quello che, tra spettacoli pirotecnici e tifo da stadio, dava più l’idea di un evento sportivo che di un comizio, Macron ha centrato l’obiettivo minimo di caricare i 30mila presenti e tirare su il morale dei suoi supporters.

Ma il calo del Presidente uscente è dovuto soprattutto alla sensazione, per l’elettorato, di un’elezione già scritta, non in grado di mobilitare la popolazione come nel 2017. Secondo Bruno Cautrès, ricercatore al CEVIPOF di Sciences Po, in questa tornata l’astensione potrebbe raggiungere il 30%, rischiando di superare il record negativo del 2002. A restare a casa, secondo Le Journal du Dimanche, sarebbero soprattutto gli elettori di sinistra, tra cui il tasso di astensionismo si aggira intorno al 31%. Ed è proprio a loro che Macron si è rivolto a La Défense, elencando i risultati raggiunti durante il suo quinquennio sui temi sociali e dichiarando di voler intervenire, se rieletto, principalmente sui temi della salute, dell’educazione di ragazzi e ragazze e delle disuguaglianze uomo-donna. Un programma corredato da frasi come “le nostre vite valgono più dei loro profitti” preparato apposta per attirare gli elettori progressisti ancora scettici, nonostante la rivendicazione della volontà di alzare l’età pensionabile a 65 anni per finanziare le sue riforme e “promuovere una cultura del lavoro e dell’equità intergenerazionale”.

Ma parallelamente all’astensionismo degli elettori di sinistra, a preoccupare Macron ora è l’entusiasmo ritrovato dei sostenitori di Marine Le Pen, che sentono la possibilità di riaprire un’elezione finora mai in discussione. La candidata dell’estrema destra sta conducendo una campagna orientata sostanzialmente verso due obiettivi: guadagnare credibilità togliendosi di dosso l’etichetta della candidata “estremista” e puntare, più che sui cavalli di battaglia di stampo nazionalista come l’immigrazione, su tematiche sociali più care a una larga fetta di popolazione.

Sull’aspetto della credibilità, un grande aiuto a Le Pen sta arrivando, involontariamente, dalla presenza di un candidato ancora più estremo come Éric Zemmour. In un sondaggio dello scorso gennaio, il 31% dei francesi aveva un’opinione positiva di Le Pen, 6 punti in più rispetto allo scorso settembre. E sono più i francesi a vedere in lei la rappresentante di “una destra patriottica e attaccata ai valori tradizionali” (46%) che di “un’estrema destra nazionalista e xenofoba” (40%), che invece è il profilo usato dal 64% degli intervistati per descrivere Zemmour. “La candidatura di Éric Zemmour ha un lato positivo: mi porta più al centro” aveva dichiarato Le Pen all’epoca, e i fatti le stanno dando a suo modo ragione. Anche grazie alla scelta di puntare sul tema del potere d’acquisto, eroso dalla crescita dell’inflazione, che il 74% dei francesi considera determinante nell’orientare la propria scelta alle urne.

Macron, in chiusura del comizio di sabato, ha provato a serrare le fila per evitare di abbassare la guardia contro “gli estremismi”, come li ha definiti senza nominare i candidati. Ne ha sottolineato l’inaffidabilità, soprattutto nei rapporti con l’Unione Europea (“potrebbero uscire dall’Euro la mattina e rientrarci la sera”) e nella sostenibilità economica dei loro programmi elettorali; aggiungendo poi come candidati che si definiscono “patrioti” ottengano finanziamenti dall’estero per la propria campagna: chiaro riferimento agli ambigui rapporti con la Russia di Marine Le Pen.

La speranza di Macron è che si riattivi per l’ennesima volta il contorto meccanismo che allontana sistematicamente l’estrema destra dal potere appena il pericolo sembra farsi più concreto, come successo già nel 2002 e nel 2017. Andrà così anche stavolta?

 

(credit foto EPA/Mohammed Badra)



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