“Maid”, una bella storia di lotta. Con un ma

La serie-tv tratta dal memoir di Stephanie Land è appassionante e ben confezionata. Manca solo l’occasione di una critica più tagliente al sistema.

Ingrid Colanicchia

Di questi tempi non c’è solo Squid Game a far battere i cuori degli appassionati di serie-tv. Nel sempre più vasto panorama dell’offerta televisiva a pagamento spicca, tra gli altri, la miniserie Maid, basata sul libro autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother’s Will to Survive, pubblicato in Italia da Astoria) che descrive difficoltà e rinascita di una giovane donna, madre di una bambina di tre anni, in fuga da una relazione violenta, senza un soldo né un tetto sulla testa, che trova lavoro come domestica a ore.

Le dieci puntate da 50 minuti l’una tengono incollati allo schermo (e in particolare al viso dell’attrice che interpreta Alex, la protagonista: la bravissima Margaret Qualley), sia perché la storia è appassionante e ben costruita sia per i temi che tocca: violenza domestica, lavoro di cura, maternità, indipendenza economica, libertà. Offrendoci uno spaccato di quella che è o potrebbe almeno in parte essere la vita di chi (in stragrande maggioranza donne) svolge lavoro di cura (retribuito e non).

Una scena in particolare ci ricorda come la conciliazione vita privata-lavoro sia sempre considerata un problema a carico delle donne (nel caso di Alex si tratta di conciliare il lavoro con la cura della figlia, perché per la vita privata non ha neanche un secondo). Alex ha perso il posto da domestica e non può pagare il traghetto per portare la figlia Maddy nello splendido asilo su un’isola vicina in cui è riuscita a farla entrare. Presenta all’ex compagno Sean il problema e lui le dice: “Ok, niente più asilo allora”. “Ma non posso pulire case a tempo pieno e badare a Maddy”, gli ricorda lei. “Beh, io sono al lavoro dal lunedì al venerdì”, le risponde lui. “Ma io devo lavorare, per poter guadagnare qualcosa ed essere indipendente”, ribatte Alex. “Ok, puoi pulire nei fine settimana? Tengo io Maddy”, le propone Sean in quello che alla fine quasi ci appare (e sembra apparire anche ad Alex) un gesto generoso anziché una soluzione che tiene assieme solo le sue di esigenze. Un po’ come quando decantiamo le qualità di un uomo particolarmente attento a una più equa spartizione dei compiti domestici e familiari dicendo: “È molto collaborativo in casa”. Una frase che lascia intendere che di base quel lavoro compete alle donne, gli uomini al massimo sono chiamati a dare una mano. Mai sentito dire “mia moglie/la mia compagna è molto collaborativa in casa”, no?

D’altronde (anche se lo sappiamo benissimo vale la pena ripeterlo) il 92% delle donne fornisce almeno una forma di lavoro non retribuito per almeno un giorno a settimana mentre l’81% lo fa quotidianamente, cifre che tra gli uomini sono rispettivamente del 68% e del 48%; le donne occupate spendono in media ogni giorno 90 minuti in più nei lavori domestici e nelle attività di cura rispetto agli uomini occupati; le mansioni domestiche sono le più disuguali, coinvolgendo regolarmente il 93% delle donne e il 53% degli uomini[1].

Disparità, queste, che si riflettono nella presenza delle donne nel mercato del lavoro in termini di segregazione occupazionale, differenze di salario e di carriera eccetera. Restando al tema del lavoro di cura, anche quello retribuito vede una preponderante presenza di donne. Nel 2018, questa forza lavoro rappresentava il 21% dell’occupazione totale, per un numero di lavoratori pari a quasi 49 milioni, dei quali più di 37 milioni (76%) erano donne (cifre che peraltro rischiano di essere inferiori rispetto alla realtà, perché si tratta di occupazioni caratterizzate da un alto tasso di lavoro nero) con un picco di presenze (89%) nel lavoro domestico.

Maid ci mostra due volti del lavoro di cura: quello amorevole dell’accudimento di una figlia da parte della madre e quello meno amorevole, più sporco e a volte anche nauseabondo, del lavoro domestico nelle case di sconosciuti.

E ci mostra anche tutti i volti della povertà e tutte le crepe di un sistema chiamato a dare una risposta a questa povertà: Alex non può accedere ai sussidi per l’assistenza all’infanzia se non ha un lavoro, ma non può trovare un lavoro se non ha un asilo dove lasciare la figlia; trova un posto come domestica, ma può lavorare solo per un numero limitato di ore per poter beneficiare dei sussidi statali, anche se tra l’uno e gli altri – sottratte le spese per il cibo, la benzina e per la quota a suo carico dell’asilo – le rimangono in tasca solo nove dollari a settimana…

Al di là delle innumerevoli difficoltà burocratiche sembra però che le cose tutto sommato alla fine funzionino: Alex trova presto alloggio in una casa-rifugio per donne maltrattate, in breve tempo le viene consegnata una casa popolare (seppur fatiscente), riesce a ottenere un prestito per riprendere gli studi… E il lieto fine che ci attende al termine dei dieci episodi ha un sapore consolatorio che stempera la rabbia che una simile visione dovrebbe provocare (e che, a dirla tutta, la stessa protagonista non sembra provare mai). Perché se Alex – nonostante le disparità di genere, la segregazione occupazionale, le paghe da fame, gli asili a pagamento, i sussidi parziali, le case popolari fatiscenti… – alla fine ce la fa a risollevarsi da una situazione disperata e senza l’aiuto di nessuno verrebbe da pensare che forse il sistema nonostante tutto funziona.

Ne siamo proprio sicuri? A quale prezzo funziona? Quante sono le Alex che da quello stesso sistema vengono invece schiacciate?

Non lo sappiamo con esattezza. Anche perché le loro storie difficilmente diventano serie di successo su Netflix.

 

[1] I dati si riferiscono ai Paesi Ue. Fonte: Eige, “Gender inequalities in care and consequences for the labour market”, 2021, bit.ly/3uAn0tq.



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