Il malaffare nell’accoglienza comincia dal sistema del “privato sociale”

Più che di un "caso Soumahoro" bisognerebbe parlare di un sistema che già dai tempi del "mondo di mezzo" di Buzzi e Carminati si era palesato per ciò che è: bieco affarismo dietro la scusa dei diritti umani.

Germano Monti

Appare evidente il legame che intercorre fra la vicenda delle cooperative della compagna Liliane Murekatete e della suocera Marie Therese Mukamitsindo che hanno travolto il deputato Aboubakar Soumahoro e quella dell’inchiesta sul “mondo di mezzo” di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Quell’inchiesta scoperchiò il verminaio degli appalti per la gestione di servizi sociali, compresa l’accoglienza dei migranti nell’area romana, coinvolgendo pesantemente uomini e donne della classe dirigente sia del Partito Democratico sia della destra romani: di giorno fieri avversari politici, di notte affratellati nella spartizione di milioni di euro di appalti pubblici.

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Il filo che lega le vicende del “mondo di mezzo” e quelle della famiglia di Soumahoro consiste nell’utilizzo dello strumento della cooperativa come grimaldello per accedere fraudolentemente a generose erogazioni di denaro pubblico teoricamente destinato a scopi di solidarietà sociale, nonché per eludere le norme sul rispetto dei diritti di lavoratori e lavoratrici. Per dirla in breve: nel corso degli anni è stato attuato un gigantesco trasferimento di competenze e di responsabilità dal pubblico al cosiddetto “privato sociale” ed è questa la causa degli scempi che continuano a manifestarsi senza che a nessuno venga in mente che il problema, come si dice, è nel manico.

Le cooperative, nate come strumento di mutua assistenza e di liberazione dei lavoratori della sfruttamento padronale, si sono trasformate nell’esatto contrario, vale a dire in strumenti di compressione dei diritti dei lavoratori. Questa mutazione genetica è avvenuta per iniziativa della sinistra politica e sindacale, attraverso provvedimenti legislativi e stipula di Contratti Nazionali su misura. Valga per tutto l’esempio delle cooperative sociali, quelle statutariamente destinate alla gestione di servizi sociali, assistenziali ed educativi, normate da una legge del 1991.

In base ai CCNL in vigore, un infermiere dipendente da una struttura pubblica o privata, ha diritto ad un salario mediamente superiore del 30% rispetto ad un altro infermiere che si trovi ad essere dipendente di una cooperativa sociale. Analogo discorso vale anche per altre professioni, dall’addetto alla mensa all’operatore sociale. Questa situazione ha consentito di giustificare il trasferimento di numerose attività e servizi dalla gestione pubblica a quella del cosiddetto privato sociale, motivato con il risparmio che questo comporterebbe per la Pubblica Amministrazione. Naturalmente, non è vero nulla, perché nei capitolati di appalto vengono sempre calcolati una serie di voci che sarebbero a carico della cooperativa (oneri di gestione, spese generali, rischio di impresa, ecc.) e che fanno lievitare i costi dei servizi, mentre a lavoratori e lavoratrici vengono erogati dalle stesse cooperative sociali stipendi da fame. Questo meccanismo, unito all’assenza di controlli e alle complicità politiche, spiega come Salvatore Buzzi avesse pienamente ragione a dire, in una telefonata ad una collaboratrice intercettata dagli investigatori: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Gli appalti “sociali”, oltre ad essere più remunerativi del traffico di stupefacenti, sono anche molto meno rischiosi e non richiedono nessun investimento iniziale da parte dell’imprenditore, che sarebbe più appropriato definire “prenditore”.

Se fosse necessaria una conferma della permanenza di questo meccanismo, ce la forniscono proprio le vicende romane della cooperativa della suocera di Soumahoro. A seguito del clamore mediatico e di un’interrogazione presentata dalla Consigliera comunale Rachele Mussolini, è emerso che anche il Comune di Roma sin dal 2013 intratteneva ottimi rapporti con la “Karibu” , alla quale ha conferito quasi cinque milioni di euro, dei quali tre già pagati. Ora, gli ulteriori pagamenti sono stati bloccati perché è venuto fuori che la “Karibu” non aveva mai fornito il DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva), il documento che attesta la regolarità dei versamenti contributivi all’INPS per i propri dipendenti. La presentazione del DURC costituisce un requisito imprescindibile per qualsiasi rapporto con la Pubblica Amministrazione, quindi è inevitabile chiedersi chi abbia commesso omissione di atti d’ufficio dimenticandosi di controllare la documentazione fornita dalla “Karibu” e abbia dato il via libera all’assegnazione degli appalti; cosa che comporterà un ulteriore esborso di denaro pubblico e quindi danno erariale, poiché il Comune di Roma dovrà provvedere a versare le somme necessarie all’Inps al posto della cooperativa della suocera e della moglie del deputato Aboubakar Soumahoro.

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Anche la definizione di “cooperativa” per molte di queste società è un non senso. Teoricamente, una cooperativa è una società formata da persone associate, che dividono fra loro i proventi frutto dell’attività lavorativa di tutti i soci. Praticamente, invece, oggi le cooperative non differiscono sostanzialmente dalle altre forme aziendali. La qualifica di socio-lavoratore è, spesso, una mera finzione, perché le assemblee sociali vengono convocate solo una volta l’anno, quando per legge ci sono da approvare i bilanci, che vengono predisposti dai Consigli di Amministrazione e risultano semplicemente incomprensibili per i lavoratori, che li votano a scatola chiusa. Altre cooperative se ne infischiano del tutto di quella che dovrebbe essere la loro stessa ragione sociale e assumono i lavoratori e le lavoratrici come semplici dipendenti: per esempio, gli assistenti educativi delle cooperative sociali cui il Comune di Roma affida l’inclusione scolastica degli alunni disabili sono per circa l’80% lavoratori dipendenti ed esistono cooperative che hanno solo una decina di soci (il minimo legale per costituire una cooperative sociale è di nove persone) e diverse centinaia di dipendenti… praticamente, i soci – talvolta membri della stessa famiglia – coincidono con il Consiglio di Amministrazione. Il vantaggio della forma cooperativa per i prenditori sociali è evidente: quasi tutti gli appalti della Pubblica Amministrazione in materia di servizi sociali – accoglienza dei migranti, assistenza ad anziani e disabili, inclusione scolastica degli alunni disabili, ecc. – sono stati fino ad ora riservati agli organismi del cosiddetto Terzo Settore, che gode così di una corsia preferenziale per accedere alle erogazioni pubbliche.

La vicenda delle cooperative della moglie e della suocera di Soumahoro, poi, dovrebbe aver riportato all’attenzione lo scandalo degli affidamenti diretti, senza nessuna gara d’appalto, già previsti dalla legislazione ordinaria ma spinti ulteriormente dalle norme introdotte per fronteggiare la pandemia Covid 19: in nome della “semplificazione” e, naturalmente, dell’ “emergenza”, negli appalti di servizi la soglia sotto la quale la Pubblica Amministrazione può procedere all’affidamento diretto è passata da 40.000 euro a 139.000 e quella in base alla quale l’Amministrazione può procedere all’affidamento diretto previa valutazione di soli 5 operatori economici è di ben 431.000 euro. Se solo si pensa che per il Comune di Roma la spesa per servizi sociali è il secondo centro di costo, immediatamente dopo la spesa per lavori pubblici, ci si può facilmente fare un’idea delle dimensioni della torta che i prenditori sociali si spartiscono. Ma tutto questo ai cecchini mediatici che fanno il tiro al piccione su Soumahoro non interessa.

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Anche nel privato le cooperative fanno da anni la parte del leone, particolarmente nella logistica, ma non solo. Nel suo libro Noi schiavisti, Valentina Furlanetto documenta i casi delle cooperative costituite ad hoc per fornire manodopera a basso costo. Il fenomeno si manifesta prepotentemente nel settore della logistica, dove i grandi gruppi come Amazon appaltano prestazioni a cooperative, liberandosi così da ogni incombenza nei confronti di lavoratori e lavoratrici, ma anche in quello della macellazione industriale, dove non è raro il caso di grandi aziende che assumono come dipendenti regolarmente contrattualizzati poche unità di personale, appaltando poi il grosso del lavoro alle cooperative. Stessa situazione nei grandi ospedali, dove, anziché assumere direttamente infermieri e operatori sociosanitari (OSS), si appaltano queste mansioni alle cooperative.

Come spesso avviene in questo Paese, le norme tese a contrastare l’intermediazione e l’interposizione di manodopera esistono sin dal 1960, ma sembra che nessuno abbia voglia di farle applicare. Per quanto riguarda l’informazione mainstream, circoscrivere l’indignazione ai comportamenti predatori della suocera e della moglie di Soumahoro e alla reticenza dell’ex bracciante, è sicuramente più facile e redditizio che andare a fondo sul sistema che, ciclicamente, ripropone gli stessi problemi, con protagonisti diversi. A questo proposito, è difficile immaginare chi, oggi e in Italia, sia più solo di Soumahoro. L’uomo che fino a qualche settimana fa era l’idolo della sinistra televisiva e salottiera, è diventato un paria, obiettivo del fuoco incrociato dell’indignazione dei suoi ex compagni del sindacato di base e dalla ferocia dei doberman della stampa di destra. Soumahoro è stato repentinamente rimosso dagli stessi che lo avevano innalzato ad icona di una nuova sinistra, più credibile di quella che si trascina da anni nel piccolo cabotaggio del potere senza consensi e nelle interminabili diatribe fra quelle che vengono definite come correnti, ma che sarebbe corretto nominare piuttosto come clan o come e vere e proprie cosche. I vari Marco Damilano, Zoro, Roberto Saviano, Fabio Fazio & Co., quelli che lo avevano innalzato alle stelle della politica massmediatica, non hanno esitato una frazione di secondo a farlo precipitare nelle stalle del silenzio, lasciandolo fare a pezzi dalla politica e dalla stampa di una destra a cui non sembra vero di poter scarnificare a proprio piacimento un uomo-simbolo della parte avversa, fino ad andare a ripescare e diffondere vecchie foto scollacciate della sua compagna.

Dell’evidente imbarazzo di quei telepredicatori, così come dell’avventatezza – conseguente – di chi aveva pensato di lucrare elettoralmente sul personaggio, possiamo solo dire che appartengono allo stesso humus che porta tante persone a chiudere più di un occhio sulle contraddizioni che abbiamo trattato. Sarà perché, in fondo, lisciare il pelo al cosiddetto Terzo Settore non solo è di moda, ma fa anche comodo a tanti, a destra, al centro e a sinistra. Meglio sparare a zero sulle borsette griffate e sulle fotografie boccaccesche di “Lady Soumahoro”.

Crediti foto: ANSA/MASSIMO PERCOSSI



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