Malapolizia, la tortura come prassi quotidiana

Da Genova 2001 a Santa Maria Capua Vetere è interminabile l’elenco degli abusi gravissimi commessi da chi opera in divisa. Un’attitudine violenta che continua a farsi beffe della legalità e dei valori democratici.

Checchino Antonini / PopoffQuotidiano

«Domani chiave e piccone in mano, li abbattiamo come i vitelli. Domate il bestiame». Così scrivevano in chat alcuni degli agenti che hanno partecipato al pestaggio dei detenuti del Reparto Nilo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Le conversazioni sono state estratte dagli smartphone sequestrati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nell’ambito delle indagini culminate con l’esecuzione di 52 misure cautelari per vari reati tra i quali anche tortura pluriaggravata. Una «orribile mattanza» durata quattro ore, la vendetta per una “battitura” da parte di una popolazione penitenziaria angosciata dalla scoperta di un caso di positività al covid. I video – punto di forza dell’inchiesta – non lasciano spazio a dubbi: emerge l’atteggiamento remissivo dei detenuti che non oppongono resistenza mentre vengono umiliati con manganellate, calci, pugni, inginocchiamenti, rasatura di barba e capelli. In uno dei filmati si vedono i detenuti che vengono fatti inginocchiare. Hanno le mani dietro la testa e il capo appoggiato al muro.

Testate con casco, schiaffi, colpi inferti con il manganello nelle gambe e sulla schiena. E poi calci e ancora calci anche contro chi è già steso a terra. Qualche detenuto viene trascinato come fosse un capo di bestiame.

Immediatamente dopo le 4 ore di violenze gli agenti scrivevano messaggi esultanti: «Non si è salvato nessuno, abbiamo vinto, abbiamo ristabilito un po’ l’ordine e la disciplina», ma anche «carcerati di merda, munnezza, dovrebbero crollare tutte le carceri italiane con loro dentro». Qualcuno si vanta anche del «sistema Poggioreale», sorta di cliché operativo che consisterebbe in plurime e gratuite percosse e lesioni da parte di un numero elevato di agenti di Polizia penitenziaria. Ma alcuni detenuti trovano il coraggio di denunciare. Uno di loro ricorda: «Ad oltre un anno di distanza ho ancora paura. Negli occhi ho ancora quei momenti terribili, mai vissuti in carcere e con nessun poliziotto della Penitenziaria, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti. Ma quel 6 aprile fu una cosa assurda, mai vista. Ci hanno pestato per ore, facendoci spogliare, inginocchiare, qualcuno si è fatto la pipì addosso, a qualcun altro tagliarono barba e capelli. Il giorno dopo ci hanno fatto stare in piedi non so per quanto tempo vicino alle brande, come fossimo militari. Non potevo non denunciare, ma altri compagni impauriti non lo hanno fatto. Vorrei dimenticare, spero che il processo arrivi presto». E, dopo l’acquisizione, da parte degli inquirenti, delle immagini registrate dall’impianto di videosorveglianza, cresce invece la preoccupazione: «La vedo nera», ha scritto qualcuno dei secondini, mentre c’è chi temeva di «pagare per tutti» o che «questa cosa del Nilo travolgerà tutti», a dimostrazione, secondo la Procura, della consapevolezza delle conseguenze di quanto messo in atto nel Reparto Nilo.

Nell’ambito dell’indagine sulle presunte violenze che sarebbero avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), il 6 aprile 2020, durante perquisizioni disposte dopo una rivolta, complessivamente, sono stati notificati 8 arresti in carcere, 18 arresti ai domiciliari, 3 obblighi di dimora e 23 interdizioni dall’esercizio del pubblico ufficio. I reati contestati, a vario titolo, sono concorso in torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti (per 41 agenti), maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. Le perquisizioni riguardarono 292 detenuti nel Reparto Nilo dell’istituto penitenziario casertano.

Nell’ordinanza il gip definisce l’episodio una «orribile mattanza» ai danni dei carcerati: alcuni sono stati denudati e 15 anche portati in isolamento con modalità de tutto irregolari e senza alcuna legittimazione.

Tra i detenuti in isolamento, uno perse la vita, il 4 maggio, quasi un mese dopo la perquisizione, per l’assunzione di un mix di oppiacei. In relazione a questa morte, è stato spiegato in una conferenza stampa, ritenendo quel gesto conseguenza delle torture, la Procura ha contestato il reato di morte come conseguenza di un altro reato (la tortura, appunto). Una impostazione non condivisa dal gip che invece ha ritenuto di classificare l’evento come suicidio. L’ufficio inquirente guidato da Maria Antonietta aveva chiesto misure cautelari per 99 indagati ma il Giudice, malgrado abbia riconosciuto la gravità indiziaria per 62 soggetti, ha ritenuto opportuno emettere 52 misure cautelari sulla base della sussistenza del pericolo di reiterazione del reato (sono quasi tutti in servizio).

Nell’inchiesta, complessivamente, sono oltre 110 le persone indagate. Gli arresti riguardano quasi esclusivamente agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere: quella sera intervennero ben 283 poliziotti, un centinaio provenienti da Napoli Secondigliano, altri da un carcere dell’Avellinese. Di quelli provenienti da strutture penitenziarie diverse da quella casertana solo pochi sono stati riconosciuti dai detenuti (appena due, e sono di Secondigliano).

«Dare un segnale forte», «un segnale minimo per riprendersi l’istituto»: è accusato di falso e depistaggio, il provveditore regionale delle carceri della Campania Antonio Fullone, al quale oggi è stata notificata una misura cautelare di sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio nell’ambito dell’indagine. La circostanza emerge dall’analisi delle chat acquisite dai cellulari degli indagati. Proprio da questi messaggi emerge la volontà del provveditore di dare una connotazione particolare alle perquisizioni. Per gli inquirenti, infatti, il reale scopo delle perquisizioni, che vennero disposte dopo una protesta, era dimostrativo e preventivo. Una sorta di segnale per la Polizia Penitenziaria che nei giorni precedenti aveva chiesto una risposta ai disordini avvenuti nel reparto Nilo.

Di fronte alla mole di documenti esibiti dalla procura i commenti di quasi tutti i sindacati del comparto lascia sconcertati: la tortura viene “compresa” come prassi quotidiana o al massimo come sottoprodotto del sovraffollamento e della carenza di organico e l’azione della magistratura appare sproporzionata e preoccupantemente sbilanciata sul versante dei diritti dei detenuti piuttosto che su quelli, più sacrosanti, degli operatori penitenziari che amano autorappresentarsi come “vittime sacrificali”. Un refrain che ha accompagnato l’ostruzionismo delle lobby delle polizie a ogni timido tentativo della politica per umanizzare la detenzione in assonanza al dettato costituzionale e porre argine alla sottocultura che produce abusi anche gravissimi alle persone che cadono nelle grinfie di persone che indossano una divisa, dentro e fuori le sbarre.

MicroMega ha avuto modo, negli anni, di occuparsi di come la sostanziale continuità degli apparati repressivi e militari dal fascismo alla repubblica (uno dei frutti avvelenati dell’amnistia Togliatti, si veda sul tema “Dal fascismo alla Repubblica: quanta continuità? Numeri, questioni, biografie a cura di Marco De Nicolò e Enzo Fimiani, Viella, 2019) abbia nutrito una sottocultura autoritaria se non proprio abusante e “nostalgica”, maggioritaria in quegli apparati al punto da neutralizzare qualsiasi processo riformatore. L’incontro di questa sottocultura con il personale prodotto dal “nuovo modello di difesa” reclutato direttamente tra i reduci delle “missioni umanitarie” ha fatto scaturire la montagna di episodi di malapolizia che costellano le cronache da Genova in poi. Le cronache di un’epoca in cui la guerra è diventata “operazione di polizia internazionale” mentre sul fronte interno le polizie di ogni ordine e grado sono parte di quei conflitti orizzontali, di quelle guerre dei penultimi contro gli ultimi che sono il sostituto del welfare nella governance del neoliberismo. Dalla Diaz a Bolzaneto, dalle strade di Genova e poi a Ferrara dove quattro agenti avrebbero ucciso un diciottenne, Federico Aldrovandi, che non stava commettendo alcun reato. E loro colleghi della Polfer di Milano avrebbero ammazzato a calci un senza dimora alla Stazione Centrale di Milano. E i carabinieri che pestarono Cucchi fino a provocarne la morte in un calvario tra caserme, carcere e “repartino” penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma. Fino ai casi aperti perfino grazie a una legge, assolutamente inadeguata, sulla tortura scritta sotto la dettatura delle lobby dei lavoratori in divisa e dei loro alti papaveri ed emanata nel 2017 con oltre trent’anni di ritardo.

In un dossier distribuito da Antigone quarantotto ore prima della retata di Santa Maria Capua Vetere c’è l’elenco dei procedimenti aperti per tortura nei confronti di numerosi appartenenti al corpo della polizia penitenziaria a Ferrara, Sollicciano, Opera, Secondigliano, San Gimignano, nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, al Pagliarelli di Palermo, Melfi e Pavia. Un catalogo provvisorio, impreciso, interminabile ma che non è riuscito a scalfire quell’attitudine violenta, abusante, sprezzante dei valori costituzionali ma che, al contrario, trova sponde politiche bipartisan e complici come dimostrano le alzate di scudi da Meloni e Salvini fino a Migliore di Italia Viva che celebra così, ingloriosamente, il ventennale dei fatti di Genova 2001.

Mentre la politica si esprime in un grottesco garantismo al contrario, ripesco le parole di Susanna Ronconi, scritte a maggio, dalla newsletter del comitato “Verità e giustizia per Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Ouarrad, morti in stato di detenzione a seguito dei disordini nelle carceri del marzo 2020”.

L’editoriale si intitolava Corpi a perdere. La morte in cella come “fine pena mai”: «In periodo di pandemia, la morte in carcere evoca subito due diverse immagini: quella dei 13 detenuti morti durante o a seguito le lotte del marzo 2020 e quelli deceduti per Covid, 16 al dicembre 2020, secondo il Rapporto 2021 di Antigone e le fonti di Ristretti orizzonti. Morti tutte evitabili e dunque anche più pesanti eticamente e politicamente, se esiste un principio di responsabilità pubblica. Evitabili quelle delle rivolte, come da oltre un anno denuncia il nostro Comitato, e evitabili quelle da Covid, se davvero fossero state rispettate tutte le possibili norme di prevenzione, se fossero state accelerate e facilitate le scarcerazioni, se una volta contratta la malattia si fosse voluto scarcerare almeno per non morire dietro le sbarre. E, venendo più ai giorni nostri, se si garantisse il vaccino a tutti e subito, in un ambiente concentrazionario che per il virus è una vera manna (oggi, secondo dati DAP, è vaccinato meno di un terzo dei detenut*)».

A vent’anni dalle macellerie messicane di Genova, l’incapacità della sinistra di imporre una vera inchiesta parlamentare su quegli abusi e sull’omicidio di Carlo Giuliani, e di invertire l’impianto securitario, legge-ordine-decoro, delle politiche sociali ha prodotto un senso comune sempre più sbilanciato e tollerante nei confronti degli abusi. La malapolizia, nel senso dell’attitudine di chi opera in divisa a farsi beffe della legalità e dei valori democratici, è costituente dei valori civici di questo decennio mentre altrove, dove non te lo saresti mai aspettato (Usa, Gran Bretagna e Francia) alla violenza sistemica della polizia viene opposta non solo una spinta di massa radicale, a partire dal Black lives matter e la sua tensione decolonizzatrice, ma anche l’elaborazione di modelli alternativi come il “defund the police”: disinvestire denaro dai bilanci della polizia locale e statale e reinvestirlo in comunità, servizi di salute mentale e programmi di servizio sociale. Una roba che sembra fantascientifica in un paese dove la sinistra ha fatto harakiri liquidandosi o nel social-liberismo di Pd e suoi derivati o nel populismo giustizialista dei cinquestelle.



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