Manganello e moschetto, melonista perfetto

Politica liberticida e repressiva all’interno, militarista e bellicista all’esterno. Ecco la carta identitaria, ossia fascista, del «neo-Nato» governo Meloni.

Michele Martelli

Ecco, per gli ingenui ancora dubbiosi o speranzosi elettori «lectiani», la carta d’identità, anzi identitaria, ossia fascista, del «neo-Nato» governo della Signora, anzi no, del Signor neo-presidente Meloni: manganello e moschetto, politica liberticida e repressiva all’interno, militarista e bellicista all’esterno. Da un lato sotto i talloni dell’Imperatore a stelle e strisce d’oltreoceano, che della Nato e del suo espansionismo est-europeo e geostrategico è al comando, dall’altro sotto i diktat del mercato e del finanz-capitalismo europeo e globale. Il sovranismo? Un bluff. Posture euro-scettiche? Roba del passato.

Ora è tempo per la piccola «eroica» Frodo, formatasi alla scuola roman(z)esca di Tolkien, di indossare velocemente divisa e moschetto e via alla guerra contro le Forze del Male, la Russia putiniana scambiata, donchisciottescamente, con la fu Russia sovietica e stalinista. Poteva l’Italia, mi domando, e può ancora, svolgere un ruolo autonomo d’avanguardia, sollecitata dagli appelli di papa Bergoglio, nella ricerca di vie negoziali e diplomatiche per la pace in Ucraina? Sì, ovviamente. Ma il tecno-atlantismo di Draghi prima e il fascio-atlantismo della Draghetta della Garbatella dopo, hanno imposto e impongono scelte opposte, cobelligeranti e guerrafondaie, con l’incessante invio di armi a Kiev e pacchetti seriali di (auto)sanzioni antirusse.

Siamo in guerra, in un’economia di guerra, con bollette energetiche alle stelle, crisi economica galoppante, l’Annibale dell’inflazione e recessione alle porte, e con ormai 15 milioni di italiani al limite o sotto il livello minimo di povertà. Tutto nella più cinica imperturbabilità anticostituzionale e antidemocratica di draghi drag(h)oni drag(h)azzi e draghisti d’Italia. «Non saremo l’anello debole dell’Occidente», ha dichiarato Capitan Giorgia. Tradotto: «Mister Biden, siamo pronti!». Pronti, sull’«attenti», camerati, e moschetto in spalla! E nel frattempo, prima di recarsi a Kiev con elmetto, stivaloni d’ordinanza e sorrisetto sfolgorante all’avventurosa guida, alé!, di carri armati e missili antiaerei, forse accompagnata da Crosetti in tuta mimetica, ecco Giorgia insieme a Giorgetti volare a Bruxelles per sapere se e come spendere i soldi del Pnrr. La Bce incalza con i tassi di interesse. Nulla danno gratis i poteri neoliberisti. Altro che sovranismo e altre balle elettorali!

Fascio-atlantismo e fascio-liberismo quali riflessi interni possono avere? Presto detto, già confermato da fatti. Ossia: uno Stato forte con i deboli, debole con i forti. I «segnali» sono inequivocabili:

1) una politica fiscale filo-padronal-confindustriale, contraria alla tassa patrimoniale, all’imposizione progressiva e al tracciamento, ma favorevole alla corruzione, all’economia sommersa, all’evasione e ai traffici della delinquenza e delle mafie: condoni, flat tax e alto tetto al contante (euro 10 mila, no 5, e perché non 20, 30 40 … eja eja alalà chi si ferma è perduto!);

2) No a politiche redistributive, al Reddito di cittadinanza e al salario minimo legale: nel mondo individual-atomista americanizzato e thatcheriano del self-mady, la povertà non è una dolorosa condizione sociale subìta e ingiusta, ma una colpa soggettiva; o un tratto biologico, socialdarwinista, razzista: sei povero perché incapace, o perché sei brutto, nero e immigrato; ergo: perché lo «meriti»; non a caso è stato istituito il nuovo Ministero orwelliano dell’Istruzione e del Merito e la nuova maggioranza di destra-destra vede il diavolo nello ius soli o ius scholae;

3) la repressione poliziesca: a) a governo appena insediato, la polizia dell’ex prefetto ora neoministro Piantedosi manganellava gli studenti antifascisti della Sapienza di Roma, che protestavano contro l’uso di aule universitarie da parte dei giovani di FdI per fini «culturali» di partito; b) il pretestuoso decreto-legge d’emergenza sui rave party, il primo della iniziale storia melonista d’Italia: da 3 a 6 anni di carcere a chi, se più di 50 persone, organizza manifestazioni illegali pericolose (tali a giudizio delle forze dell’ordine) in luoghi pubblici o privati. Incredibile a dirsi: la stessa pena prevista per i terroristi! Siamo già alla criminalizzazione della libertà di manifestazione? Un decreto approvato peraltro dal primo Cdm melonista in concomitanza con il raduno e la sfilata dei 2 mila nazi-fascisti a Predappio, che Piantedosi, «l’altro Matteo», si è guardato bene dal vietare. La fiamma del simbolo partitico della dolce duc(h)essa, anzi duce, ex piccola fiammiferaia underdog, ora ai vertici del potere, non lo consentiva. Agli illusi-delusi elettori che nell’urna hanno premiato la Sorella, o Fratello d’Italia che dir si voglia, non resta che la magra consolazione di canticchiare in privato, guardinghi e tra i denti, la vecchia ironica canzone di Carosone: «Se il mellone è uscito banco / E mo’ con chi t’à vu’ piglià».

(immagine di Edoardo Baraldi)



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