La stagione di Mani Pulite raccontata a un ventenne di oggi

Mani Pulite è stato un tentativo. Quello di dare credibilità alla frase che è scolpita in tutte le aule giudiziarie: “La Giustizia è uguale per tutti”.

Pancho Pardi

Immaginiamo che un ventenne trovi sul giornale la notizia che il 17 febbraio 2022 è il trentesimo anniversario di Mani Pulite e preso dalla curiosità cerchi informazioni. Che farà? Potrebbe facilmente rivolgersi alla ricca bibliografia esistente ma, prima ancora di aprire i libri, Wikipedia gli mette a disposizione un riassunto rapido ed efficace. Così scorrerà davanti ai suoi occhi una storia sorprendente.

Iniziò il 17 febbraio 1992 a Milano con l’arresto in flagranza di Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, antico istituto sanitario per anziani indigenti, sorpreso a intascare una tangente per favorire lavori di ristrutturazione e subito dopo a cercare di far scomparire nel cesso i milioni di una mazzetta precedente. A partire dalla confessione di questo dirigente di terza fila del PSI milanese, l’indagine mise allo scoperto una realtà corruttiva tanto ramificata da estendersi in tutta Italia ai rapporti tra politica e affari e svelare i meccanismi del finanziamento illecito dei partiti.

Quelli più coinvolti, la DC e il PSI con le loro direzioni nazionali, ne furono travolti e sostituiti col tempo da altre formazioni, ma anche tutti gli altri partiti, meno compromessi e tuttavia partecipi, ne subirono le conseguenze. Molti dirigenti adottarono la linea di difesa più elementare: davanti all’evidenza non potevano negare ma sostenevano che i soldi raccolti, o estorti, andavano alle casse esauste dei loro partiti, le cui spese non potevano essere soddisfatte dal magro, dicevano, finanziamento pubblico. Anche la democrazia ha i suoi costi! era il lamento di dirigenti, segretari e tesorieri. Verissimo, ma le indagini ogni tanto rivelavano distrazione di fondi dati ai partiti anche verso destinazioni private con giri contorti attraverso serie di conti aperti in genere in Svizzera, dai nomi enigmatici come nei romanzi di spionaggio. Si aprivano baratri in cui si intravvedevano le viscere del malaffare e del sottogoverno intrecciati.

Molte grandi aziende avevano rapporti diretti con la dirigenza dei partiti, in vari casi il tesoriere aveva il ruolo scomodo di parafulmine. Si scoprivano anche tangenti che non avevano niente a che fare col finanziamento dei partiti ma che arricchivano grandi burocrati insediati in posizioni strategiche. Le perquisizioni davano vita a scene da commedia, come le mazzette nascoste nel salotto buono dentro il pouf tra poltrone e divani.

Tangentopoli divenne la sigla che fotografava il paese in preda alla corruzione e Mani Pulite la sua salvezza. I magistrati che conducevano le indagini, Di Pietro, Colombo e Davigo, guidati dai più anziani Borrelli e D’Ambrosio, diventarono i beniamini della cittadinanza tartassata dalle imposte, vessata dalla burocrazia, poco e male rappresentata dalla politica. Questa volta la magistratura stava dalla parte giusta. Fatta eccezione per i “pretori d’assalto” che negli anni ’60-’70 avevano messo allo scoperto scandali economici eclatanti, era una grande novità. Nella tradizione italiana la magistratura era sempre stata dalla parte del potere. Nella prima fase della vita unitaria perché i magistrati provenivano solo dai ceti possidenti. Poi perché avevano, salvo rarissime eccezioni, lavorato sotto e per il fascismo.

Con la fine del fascismo e l’inizio dell’esperienza repubblicana, lo Stato condusse epurazioni vergognosamente blande e così funzionari e magistrati compromessi con il regime fascista vennero quasi tutti travasati nel nuovo ordinamento. Ci furono casi clamorosi come quello di un magistrato, collaboratore alla redazione delle leggi razziali, insediato nella Corte costituzionale appena istituita.

A Roma il Palazzo di Giustizia fu noto a lungo come il Porto delle Nebbie, per la capacità di far scomparire i fascicoli scomodi. Il conformismo della magistratura apparve ancora evidente dopo la strage del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana a Milano. Fu compiuta da fascisti in combutta con settori dei servizi segreti (si chiama Strage di Stato per questo motivo) ma le accuse, su impulso della polizia, furono rivolte agli anarchici. Poi d’accordo con la politica nazionale la magistratura riuscì a far allontanare il processo fino a Catanzaro perché Milano, ritenuta troppo “calda”, poteva intimidire il collegio giudicante. La decisione era in aperto contrasto con l’art. 25 della Costituzione “Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Gli imputati furono invece “distolti” e spediti a mille chilometri di distanza.

Magistrati così piacevano al potere. Ma ora il mondo era cambiato, i magistrati indagavano il lato oscuro della politica e i telegiornali seguivano martellanti ora per ora le novità dell’inchiesta. Oggi si può stentare a crederlo ma anche le reti Mediaset, che dovevano la loro fortuna originaria alle leggi che il PSI di Craxi aveva imposto a loro favore, erano state schierate accanto a Mani Pulite dall’ingrato Berlusconi. Qualche tempo dopo, quando anche lui cominciò a sentire l’effetto delle indagini, allora la stampa Mediaset scoprì e cavalcò il tema della lotta al cosiddetto “giustizialismo”; il termine meriterebbe un piccolo seminario ma qui sarà risparmiato. La politica cominciò presto a difendersi.

Sul fronte ufficiale prese forma nel decreto Conso. Stimatissimo giurista, divenuto ministro “tecnico” nel governo Amato, confezionò un progetto che depenalizzava il reato di finanziamento illecito in modo così plateale da finire sui giornali come il Colpo di Spugna. I magistrati di Mani Pulite furono costretti a chiedere di essere destinati ad altro incarico perché non potevano applicare quelle misure senza entrare in conflitto con la propria coscienza. Il decreto fu ritirato e da quel momento prese forma l’accusa alla magistratura di voler mettere sotto tutela la politica.

È un tema di lunga durata: ad apertura di giornale lo trovate ancora in qualche editoriale di oggi. I magistrati e i loro sostenitori ribattevano che la politica pretendeva di essere sciolta dai vincoli di legge, cui tutti devono sottostare. C’era anche un fronte ufficioso: la calunnia. I magistrati di Milano e in particolare Di Pietro furono investiti da allusioni, maldicenze, calunnie e dopo un po’ anche da cause, che finirono tutte nel nulla ma che ottennero il risultato di annebbiare un po’ l’immagine dei paladini della legge. Nel frattempo, aggravatasi la posizione di Craxi, Berlusconi scoprì che, privo ormai del protettore strategico, doveva proteggersi da solo e preparò oculatamente il suo ingresso diretto in politica.

Polemiche ancora più accese furono scatenate dai suicidi di alcuni imputati. Tra essi uomini di grande potenza economica e politica che mai avrebbero immaginato di potersi trovare nella condizione di inquisiti e imputati, impreparati ad affrontare accuse per loro impensabili. Il presidente dell’ENI, Cagliari, si suicidò in carcere, già scarcerato da Di Pietro ma detenuto per altra causa. L’amministratore delegato di Montedison, Gardini, si sparò in casa sua poco prima dell’arresto. Eventi drammatici che scatenarono accuse furibonde e innescarono la scoperta del garantismo.

Per carità, il garantismo è una cosa seria, fondamentale per la democrazia perché salvaguarda i diritti del cittadino di fronte alla legge. Ma in Italia era sempre stato scarso e quando nelle lotte sociali dei decenni precedenti la polizia aveva sparato nelle piazze facendo a più riprese numerose vittime la grande stampa non si era granché impegnata nella richiesta di garantismo. Questo è entrato all’ordine del giorno solo quando i potenti si sono trovati di fronte alla legge.

L’atmosfera sociale intorno a Mani Pulite non fu priva di fenomeni di discutibile gregarismo. Molti cittadini ritenendosi vittime di Tangentopoli riversarono su Mani Pulite una delega all’azione di risanamento che era in realtà un’inconsapevole rinuncia al proprio protagonismo civile. Gli stessi che avevano applaudito gli arresti nel ’92-’93 e non potevano non sapere che l’impero televisivo di Berlusconi era stato vigorosamente sostenuto dal PSI di Craxi, l’anno dopo fischiavano Craxi sulla via dell’esilio e votavano Berlusconi nelle elezioni del 1994 consentendo a un soggetto incandidabile di salire alla presidenza del Consiglio.

Lì giunto, con impagabile faccia di bronzo provò addirittura a cooptare Di Pietro e Davigo nel suo governo proponendo loro due ministeri. Ricevuto un garbato ma secco rifiuto si dedicò a guidare la sua personale crociata contro la magistratura “rossa”. Facendosi confezionare a ripetizione leggi ad personam per sfuggire ai numerosi processi che lo inseguivano. Ma il suo governo cadde presto e il compito di demolire il processo penale fu portato avanti dal centrosinistra nelle legislature successive, culminando nel 1999 nella riforma costituzionale dell’articolo 111 dove fu introdotto il Giusto Processo, alcune conseguenze del quale permettono ai processi che contano di correre agilmente verso la prescrizione: obbiettivo finale dei potenti davanti alla giustizia.

Se poi la riforma Cartabia sarà approvata la prescrizione sarà sostituita dallo strumento ancora più tagliente della “improcedibilità”. Passati due anni, o tre, il processo non c’è più: fine della storia, fine della giustizia data alle parti lese.

Fare un equilibrato bilancio di Mani Pulite non è semplice. Se si valuta sulla base del risultato finale, se l’esito di Mani Pulite si ricava dalla riforma Cartabia, si deve ammettere che la sconfitta di Mani Pulite è clamorosa. Le speranze di giustizia per tutti sono non solo deluse ma annichilite. Ma sotto il profilo storiografico non è corretto ragionare come se ciò che è accaduto dopo Tangentopoli fosse dipeso tutto da Mani Pulite.

Mani Pulite è stato un tentativo di dare credibilità alla frase che pure è scolpita in tutte le aule giudiziarie: “La Giustizia è uguale per tutti”. Il tentativo alla fine non si può dire riuscito ma non si deve per questo dare la colpa a chi ci ha provato. Ha rimesso all’attenzione pubblica una promessa costituzionale che l’iniziativa dei cittadini può e deve e esigere sia mantenuta. Di Pietro, uscito dalla magistratura, è entrato nella politica attiva e dopo qualche delusione ha rinunciato; Colombo si è dedicato a spiegare la Costituzione nelle scuole. La vita pubblica è una scena contraddittoria in cui chi ne sente il bisogno può sempre sperimentare la propria capacità di persuasione.

In foto: Gherardo Colombo (S), Antonio Di Pietro (C) e Piercamillo Davigo, tre dei magistrati del pool Mani Pulite di Milano, in un’immagine del 1993. ANSA

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