La sofferenza abitativa, nodo irrisolto della questione sociale

Sono 150mila le famiglie a rischio sfratto. I sindacati degli inquilini in piazza per una giornata di mobilitazione nazionale. Al centro, la necessità di un vero piano casa di incremento dell’edilizia residenziale pubblica a canone sociale recuperando il patrimonio inutilizzato, vuoto, abbandonato. A partire da quello pubblico.

Walter De Cesaris

Tra i tanti disastri prodotti dalla guerra c’è anche quello della cancellazione dal dibattito pubblico della questione sociale. Il caso della sofferenza abitativa ne è un esempio eclatante.

Dal primo gennaio è ripresa senza tregua l’esecuzione degli sfratti: 150 mila famiglie sotto l’incubo dell’intervento dell’ufficiale giudiziario, un ritmo delle esecuzioni con la forza pubblica che si fa incalzante e mette sotto ulteriore stress nelle città un tessuto della coesione sociale già fortemente slabbrato da anni di crisi economica e dalle conseguenze sull’occupazione della pandemia. Le amministrazioni locali, nella gran parte dei casi, sono inermi, senza strumenti operativi e senza strategia per far fronte a questo tsunami sociale, incapaci di intervenire per garantire il passaggio da casa a casa. Spesso le famiglie vengono spezzate e a precarietà lavorativa si aggiunge precarietà abitativa, arrivando a disattendere convenzioni e trattati internazionali firmati dal governo italiano e sottoscritti dal Parlamento e a violare i diritti umani, come stanno sottolineando i primi pronunciamenti dell’Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU coraggiosamente interpellato da esposti promossi da movimenti di lotta e dall’Unione Inquilini.

Il riflettore che si era acceso in queste settimane su questo dramma sociale, anche grazie all’intervento dei media, è stato infranto dall’informazione di guerra che ormai monopolizza televisioni e carta stampata.

In questa quadro, è coraggiosa l’iniziativa lanciata dai sindacati inquilini, Sunia, Sicet, Uniat e Unione Inquilini, cui hanno aderito anche le Confederazioni, di promuovere una mobilitazione nazionale, con presidi e iniziative davanti alle sedi Prefetture o a quelle dei Palazzi delle amministrazioni regionali e locali, che si concluderà martedì 22 marzo con un presidio a Roma di fronte al ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili.

Gli sfratti sono la punta dell’iceberg della sofferenza abitativa strutturale del nostro Paese che riguarda l’intero comparto dell’affitto e dei senza casa.

L’ISTAT ha in questi mesi nuovamente strappato il sipario di una condizione sociale di indigenza drammatica: aumenta la povertà assoluta, riguarda ormai più di 2 milioni di nuclei, più di 5 milioni e mezzo di persone. Mettendo in relazione la condizione di povertà con il titolo di godimento della casa in cui si vive, si scopre che i nuclei in affitto rappresentano poco meno del 50 percento del totale delle famiglie assolutamente povere mentre sono nella società meno del 20 percento.

L’impennata dei costi energetici e l’aumento del costo della vita, specialmente dei generi alimentari, è come benzina sul fuoco di un incendio che rischia di divenire incontrollabile e centinaia di migliaia di famiglie, oggi borderline, rischiano di precipitare nella voragine della morosità incolpevole.

Intanto, permane una legislazione di vantaggio a favore della rendita immobiliare iniqua e inconcepibile nella situazione di crisi che viviamo.

I proprietari che affittano una abitazione godono del regime della cedolare secca, una tassa piatta, dal costo di oltre due miliardi l’anno. Con una conseguenza paradossale: sul medesimo importo, paga più tasse un operaio sul proprio salario da fame di quanto paga un proprietario sull’affitto che riscuote. Una tassa piatta che favorisce anche chi affitta a regimi speculativi del libero mercato ed è stata ulteriormente estesa agli affitti brevi, determinando anche nel settore proprietario una redistribuzione tutta a favore dei più benestanti: il 90% degli introiti della cedolare secca va al 10% dei proprietari più ricchi.

La mancanza di una politica sociale della casa giunge al paradosso di fare dei sussidi un finanziamento indiretto alla rendita immobiliare. Il fondo sociale per gli affitti, infatti, rivolto ad aiutare il pagamento del canone dei più poveri e con una incidenza dell’affitto sul reddito troppo elevata, non essendo legata ad alcuna iniziativa che permetta a tali famiglie di transitare in un alloggio a canone sociale, non fa altro che ridursi a un mero passaggio di danaro dallo Stato al proprietario per il tramite dell’inquilino, mantenendo quest’ultimo  in una situazione sempre precaria e mai risolvendo la  situazione in maniera strutturale.

La questione dell’affitto, dei senza casa e della precarietà abitativa è quindi la questione della povertà e dell’impoverimento crescente del lavoro e della sua precarizzazione ma anche dell’ingiustizia fiscale e della redistribuzione del reddito che prende dai poveri e dà ai ricchi.

È un tema centrale delle disuguaglianze e dell’ingiustizie in questo Paese ma anche una causa profonda della arretratezza del suo sistema economico e sociale e della debolezza, prima di tutto culturale, della classe politica di governo.

Nei mesi del lockdown, il governo non ha introdotto strumenti operativi e finanziari adeguati ad affrontare questa situazione.
Non è un caso allora che il PNRR, presentato dal governo Draghi, anche differentemente dall’approccio del secondo governo Conte, è lontano anni luce da quanto sarebbe necessario. Il tema dell’incremento dell’offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica non è centrale e anche quando si parla di rigenerazione urbana, la si inserisce in un contesto che strizza l’occhio al “social housing all’italiana”: un intervento misto pubblico privato, in cui il privato ha in mano le redini del gioco e decide lui a chi affittare, non il comune con bandi pubblici; un sistema in cui gli affitti variano tra 400 e 600 euro al mese e quindi si rivolge a un target differente da quello che rappresenta il cuore della sofferenza abitativa; un sistema alla fine del tutto inefficace: appena 9mila gli alloggi realizzati in oltre 10 anni.

L’alternativa c’è: un vero piano casa di incremento dell’edilizia residenziale pubblica a canone sociale, di dimensioni simili ai grandi interventi del passato (l’Ina Casa e i grandi complessi popolari degli anni 70/80) ma realizzato in maniera del tutto differente: attraverso il recupero e riuso a fini abitativi dell’enorme mole di patrimonio inutilizzato, vuoto, spesso in degrado, di cui le nostre città abbondano, a partire da quello pubblico. Un piano per le abitazioni sociali, connesso a una rigenerazione urbana che riconnetta la città, partendo dalle periferie. Un piano casa e dell’abitare sostenibile che potrebbe rappresentare un grande investimento pubblico e un’occasione per centinaia di migliaia di nuovi lavori, da quello intellettuale delle progettazioni a quello nell’edilizia.

(Walter De Cesaris è segretario nazionale di Unione Inquilini)



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