Mappa del nuovo mondo: Guido Oldani / Louise Glück

In questa puntata: “Il realismo terminale” di Guido Oldani e “Averno” di Louise Glück

Andrea Maffei

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Guido Oldani, Il realismo terminale, Milano, Ugo Mursia Editore, 2010
Non sappiamo se Žižek o Byung-chul Han abbiano letto questo breve saggio-manifesto del poeta italiano Guido Oldani, ma siamo certi che lo apprezzerebbero. Esso è pure valso, al suo autore, la candidatura al premio Nobel per la Letteratura del 2021 (poi assegnato al tanzaniano Gurnah). L’accademico Giuseppe Langella, che ha patrocinato la proposta, giustamente spiegava, sulle pagi­ne di Avvenire, che non sono affatto comuni, nel mondo letterario, “scoperte” eccezionali, in grado di influire attivamente sul lavoro e sulla ricerca successiva, così come invece avviene negli ambiti scientifici. Che cosa ha trovato, dunque, Oldani? La cosiddetta similitudine rovesciata, non più la natura da far assomigliare alle macchine, alla roba, ma il contrario, perché nel terzo millennio e con l’umanità prevalentemente urbanizzata, cambia antropologicamente l’organizzazione della perce­zione della realtà, fatta largamente più di oggetti che di natura. Nella realtà, la natura è ormai azionista di minoranza; azionisti di maggioranza sono invece gli irresistibili oggetti. La natura su­perstite si dilapida a vantaggio dell’artificialità, in un processo che è esso a parere naturale e in cui, essa natura, sembra esistere solo in quanto in attesa di artificializzarsi, forse nella totalità. La let­teratura deve a sua volta stare all’interno di tali contingenze (per adeguarvisi? No, ma perché per di­rottare un treno occorre anzitutto salirci): sarà essa svelta e chiara come un bugiardino di farmaco e sarà ironica, perché in questo suo tratto Oldani riconosce la carica esplosiva con cui minare le fon­damenta dell’edificio. Le similitudini saranno dunque da ribaltare, non si dirà più L’aereo è come un gabbiano, ma piuttosto Il gabbiano è come un aereo; e se lei ha gli occhi che paiono due barche, lui invece identici a bulloni/ e venti unghie sono allineate,/ come le auto negli autosaloni. Il rapporto che vedeva l’essere umano soggetto e la merce complemento oggetto (o di mezzo) si è adesso rovesciato: essa è il soggetto che agisce attraverso l’umano, o che addirittura lo crea. Affondato in megalopoli costantemente in espansione – che Oldani definisce pandemie abitative – quando l’essere umano si guarda d’attor­no non solo scorge più oggetti artificiali che natura, ma oggetti che ne pretendono di altri, accessori, caricatori, pezzi di ricambio, cose che ne proteggano un’altra dagli infortuni, o che la abbelliscano, o che la contengano, o che la intonino a cose terze ancora. Della merce è decretata (a politici e poli­tologi il compito di rispondere al quesito: “Da chi?”) l’infinita proliferazione, e anche il solo rallen­tare del processo è causa di dissesti economici che spesso coinvolgono interi Paesi. In eguale ma­niera, pure il denaro procede a incessante espansione: ed esso non è che potenziali prodotti, ancora “in sonno”. Pamphlet autenticamente nuovo, post-umanista, che mirabilmente spazia dalle lettere alla sociologia e alla filosofia, esso è in qualche modo deduzione dei princìpi poetici già dall’autore applicati nella raccolta Il cielo di lardo (2008) e fa da presupposto teorico ai frammenti successivi di La guancia sull’asfalto (2018). Tutte e tre le opere compaiono per le edizioni di Mursia.

Louise Glück, Averno, trad. M. Bacigalupo, Milano, il Saggiatore, 2020
La giovane Persefone, immersa ancora nella sua adolescenza, intenta a giocare in un prato, è senza preavviso alcuno rapita per mano d’una forza di cui non aveva neppure mai sospettato l’esistenza, insieme il Male (è Ade, il dio dell’Averno) e l’Amore (egli sarà suo marito). Seguirà poi il salvatag­gio, parziale, della madre Demetra, per cui Persefone avrà modo di tornare sulla Terra sei mesi ogni anno, recando con sé il sole, per poi ridiscendere nell’Oltretomba, lasciando dietro sé il gelo. La sua esistenza tutta, insomma, è decisa in maniera irrefutabile da pochi eventi condensati in un limitatis­simo spazio di tempo, avendola essi trovata naturalmente sprovvista e dell’esperienza e dell’imma­ginazione che le sarebbero servite ad affrontarli. Il mito di Persefone è non altro che un’allegoria della condizione umana, poiché la Vita spiove, improvvisa, possente, quasi sempre senza che sia possibile prepararvisi, e da un momento all’altro ci si ritrova al di là d’un crinale di mutamenti più accaduti che cercati, senza altra scelta che tentare di sostenerne le conseguenze. Su questo laten­te parallelismo gioca la raccolta di poesie Averno, pubblicata nel 2006 dalla poeta statunitense Louise Glück, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura 14 anni più tardi. I suoi testi sono ogni volta ambientati in quel breve intermezzo – non più di tre o quattro giorni – che sta fra una stagione e l’altra, di cielo diafano, che pare in bilico oscillare, come ancora incerto, fra questa e quella alternativa. Il linguaggio è solitamente semplice e talvolta in eccesso: ci si ricorda l’accusa che Faulkner mosse a Hemingway: “Non obbliga mai il lettore a cercare una parola sul vocabola­rio”. L’atmosfera complessiva, tuttavia, risulta indubbiamente suggestiva e personale, coi versi bre­vi e di sapore ermetico (vigorosa è l’influenza dell’indimenticata Emily Dickinson) che echeggiano così come gocce in una pozza notturna, accompagnati da abbondanti spazi bianchi, da molti punti fermi. Qua e là sorprendono soluzioni luminose, intuizioni, epifanie, simboli tutto a un tratto deci­frabili nella foresta, scorci dischiusi un istante, per subito tornare a scomparire. Su un sentiero tra i castagni spogli,/ un cagnolino segue il padrone. […] // Dietro gli alberi, al tramonto, è come se un grande incendio/ ardesse tra due monti/ in modo che la neve sul precipizio più alto/ sembra, per un momento, bruciare anch’essa.// Ascolta: alla fine del sentiero l’uomo sta chiamando./ Ora la sua voce è diventata molto strana,/ la voce di una persona che chiama ciò che non può vedere.// Più volte chiama tra i castagni scuri./ Fino a quando l’animale risponde/ debolmente, da una grande distanza,/ come se questa cosa che temiamo/ non fosse terribile.



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