Mappa del nuovo mondo: Anne Carson / David Grossman

In questa puntata: "Autobiografia del rosso" di Anne Carson e "Caduto fuori dal tempo" di David Grossman.

Andrea Maffei

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Anne Carson, Autobiografia del rosso, trad. di S. C. Perroni, Milano, La nave di Tesero, 2020

Scrive Nietzsche che, Così come non solo l’età adulta, ma anche l’infanzia e la giovinezza hanno un valore in sé e non sono affatto da considerare come passaggi e ponti, anche i pensieri non giunti a compimento hanno un loro valore. Non bisogna perciò tormentare un poeta con sottili interpreta­zioni, ma compiacersi dell’incertezza del suo orizzonte, come se la via fosse ancora aperta a molti pensieri. Si sta sulla soglia, si aspetta, quasi si dovesse dissotterrare un tesoro: è come se si fosse in procinto di fare la fortunata scoperta di un pensiero profondo. Con identica impressione si legge il romanzo in versi liberi Autobiografia del rosso, della canadese Anne Carson. Ci si persuade che l’autrice si sia arrestata a un passo dal capolavoro, che tuttavia non potrà sfuggirle alla prossima oc­casione, affinando ulteriormente le sue armi.

Quali sono? Un raffinato gusto alessandrino, un acume spietato e l’intuizione di contaminare il modello greco – in questo caso quello della frammentaria Gerioneide di Stesicoro – con la realtà contemporanea (in generale, forse la maggior forza delle sue opere è proprio l’ibridazione di generi, come anche in Economia dell’imperduto, per Utopia). Leg­gendo però La bellezza del marito, in Italia edito per La Tartaruga e opera con cui la Carson spinge alle estreme conseguenze tali premesse, si resta disorientati e in un certo senso anche delusi. Il testo, suddiviso in ventinove “tanghi”, è straordinariamente autocompiaciuto, sofistico, i frammenti di Keats a introduzione d’ogni tango troppo smaccatamente criptici perché sia casuale, e si ha la perce­zione che l’autrice non abbia mai avuto a rapportarsi, in tutta la sua vita, con qualcuno che fosse meno di un docente ordinario d’università, o che ignorasse Stockhausen, o che non sorseggiasse ouzo, a sera, sfogliando Callimaco e forse, scandalizzata, neppure saprebbe capacitarsi dell’esisten­za di un simile individuo.

Il volume è comunque molto buono, interessante ma crediamo non fino in fondo coraggioso e la sensazione è che i validissimi presupposti sopra detti siano stati sviluppati non nella direzione più indicata. Quel che sorprende, peraltro, è che ciò avvenga contravvenendo alla lezione greca: ché un Apollonio, pur con tutti i suoi preziosismi, non dimenticava che è l’autore al servizio della Poesia e non viceversa. Così si riparta piuttosto dall’ottima Autobiografia, storia d’amore tra il fragile, incerto Gerione e lo spregiudicato, vorace Eracle, dalla fanciullezza alle so­glie della maturità. L’autrice coglie l’abbagliante ferocia, la travolgente fuga e ricerca e lotta, l’esal­tazione e il tormento ch’è la giovinezza, specie nell’esplosione bruciante dell’amore destinato a for­giarla: sorgerà dalle sue ceneri un adulto. I greci si leggono ancora soprattutto per via della loro pu­rezza, che è anche la vera qualità degli adolescenti: ed ecco perché la prospettiva ellenica di Anne Carson – la limpidezza dei suoi versi, lo sguardo obliquo con cui sbircia il lettore e quello amorevo­le con cui guarda ai personaggi, il gusto aforistico (poi esasperato nel Marito) – risulta tanto speciale e perfetta intonando questo canto.

David Grossman, Caduto fuori dal tempo, trad. di A. Shomroni, Milano, Mondadori, 2012

Scrivere è gesto demiurgico, di creazione della realtà. Al contempo e implicitamente, dunque, è un atto da dominatore, perché il nuovo reale invariabilmente risulta costruito soprattutto riassemblando il già noto, e solo chi domina un elemento è capace di afferrarlo, muoverlo, variarlo. Si può così af­fermare, in sintesi, che lo scrittore contiene l’universo che plasma. Che succede, però, quando quest’ultimo è tanto immenso da parere sopraffare non solo l’artista, ma anche addirittura l’uomo ch’egli è? Così è con senso di colpa che l’israeliano David Grossman cerca, nel suo romanzo Cadu­to fuori dal tempo, a metà fra un poema in versi liberi e una pièce teatrale, di esprimere l’inesplica­bile: la morte d’un giovane, amatissimo figlio. Inesplicabile, s’è detto, com’è sempre un lutto di tale portata, ma anche proibito, poiché dirlo è sentito come passo compiuto verso il suo superamento e dunque l’oblio, è percepito come profanante banalizzazione: È solo che il cuore/ mi si spezza,/ teso­ro mio,/ al pensiero/ che io…/ che abbia potuto…/ trovare/ per tutto questo/ parole.

Forse un simile tema è possibile affrontarlo solo a chi abbia in prima persona vissuto questa tragedia. A Grossman è purtroppo avvenuto, il figlio ennesima vittima dell’interminabile e vergognoso e dolorosissimo con­flitto fra arabi palestinesi ed ebrei israeliani, ormai da oltre settant’anni. Pure dopo l’accaduto, l’autore non ha mai cessato di invocare la pace e la soluzione di “due popoli e due Stati”, fondata non sull’univoca oppressione d’una parte sopra l’altra (così come sotteso, per esempio, dagli Accor­di di Abramo del 2020), ma sull’armonica e libera cooperazione delle due. Grossman affronta l’argomento in molti suoi lavori, fra i quali ricordiamo Con gli occhi del nemico, Il popolo invisibi­le e Sparare a una colomba, tutti editi per Mondadori. Caduto fuori dal tempo, invece, non tocca mai la tematica politica e si mantiene in una dimensione puramente lirica.

Un uomo una sera, anni dopo la morte del figlio, all’improvviso muta d’espressione, s’alza da tavola e annuncia alla moglie che deve partire, Dove?/ Da lui. Inizia così un metafisico viaggio notturno, di monologhi e dialoghi fra personaggi i quali tutti han patito lo stesso dolore, come fosse una funesta epidemia. Ma è anche il voyage dell’autore, dell’uomo Grossman, che nella scrittura cerca, ci viene da dire, una catarsi, quel tanto di liberazione che gli renda tollerabile vivere ancora, alzarsi ogni giorno. David Gross­man compone qui un’opera unica, struggente e di valore universale. Gli dico,/ vorrei imparare a se­parare/ i ricordi/ dal dolore. O per lo meno una parte di essi,/ per quanto è possibile, perché non tutto il passato/ sia così intriso di dolore./ In questo modo potrei ricordarti ancora di più,/ capisci? […] E devo accomiatarmi/ da te […]./ Allontanarmi/ solo quel tanto necessario/ perché il petto possa allargarsi/ in un respiro/ completo./ […] E la distesa celeste ha un fremito […]./ Respiro, in­spiro/ l’intera notte. Il cielo non/ mi opprime, nemmeno/ la terra mi opprime e neppure io/ opprimo me stesso. E neanche/ tu mi opprimi.// Tu…/ dove sei tu?

 

 

 



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