Mappa del nuovo mondo: Milan Kundera / Elena Švarc

In questa puntata, "L’insostenibile leggerezza dell’essere" di Milan Kundera e "Mattino della seconda neve" di Elena Švarc

Andrea Maffei

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, trad. di G. Dierna [A. Barbato], Adelphi, Milano, 1985
L’Ottocento è stata la cosiddetta epoca romantica degli scacchi, in cui con sorprendenti trovate tattiche si suppliva a conoscenze teoriche ancora piuttosto primitive. Due nomi su tutti, Morphy e Anderssen. Oggi assistiamo all’avvento di quello che potrebbe definirsi un Neoromanticismo scacchistico: attraverso una conoscenza inumana (infatti preparata coi computer) di aperture e varianti la consacrazione d’un gioco ultraoffensivo, ma in certo senso scientificamente valido; sarà forse la nuova generazione di scacchisti indiani a guidare il movimento. Il cecoslovacco, poi francese Milan Kundera (1929-2023) similmente era in grado di coniugare la massima fantasia a un controllo esemplare del mezzo. Pensiamo ai capogiri dell’abbagliante L’immortalità, che conduce a dialogare le ombre di Goethe ed Hemingway: una libertà espressiva che può ricordarci Ariosto o Tasso, Cervantes, ma senza (o almeno ridotti) passi falsi, lungaggini, contorcimenti, excursi gravosi. Nel capolavoro L’insostenibile leggerezza dell’essere passiamo dalla meditazione filosofica al limpido racconto, troviamo flash-back e flash-forward, metanarrazione, cambi di personaggi, due piccoli dizionari e perfino uno spartito musicale. Quando ci sembra spingersi troppo al di là, Kundera mozartianamente riesce sempre a trovare la melodia giusta, e l’opera lievita come assumendo una nuova, inaspettata linfa, un nuovo sbocco. Nessuno poi come Kundera ha saputo far sua la lezione sulla leggerezza di Calvino, nessuno aveva il suo tatto, nessuno sapeva rendere come Kundera l’impasto di struggente e scorticante e irripetibile che è la Giovinezza. Pensiamo a Lo scherzo oppure a La vita è altrove (anche i titoli di Kundera erano assolutamente impeccabili): con le illusioni, le paure, gli amori e le ambizioni e gli errori dei vent’anni, vissuti peraltro in un’utopia ormai crepuscolare, quella del comunismo novecentesco, della Rivoluzione, perché Kundera era anche il disincanto, la mareggiata che passa e dietro sé lascia soltanto il naufrago-individuo (o almeno questa fu l’interpretazione all’epoca). L’individuo dentro la Storia, dunque, che però è un folle volo, è un nubifragio (lo scherzo di Ludvík, i fantasmi di Jaromil). A proposito dell’individuo ancora si noti la mirabilissima capacità di resa psicologica dei personaggi. E poi: la scelta di non cercare un linguaggio astruso, anzi medio, però da armonizzare alla perfezione (Mozart diceva che la musica più profonda è quella che sorge non dalle note, ma fra le note), da levigare fino a renderlo al massimo liscio, lucente, leggero, niente descrizioni, cambi di scena non appena si teme la noia e poi un gusto artistico a volte anche altezzoso ma infallibile, in parte certamente innato, divino: il puro talento, insomma. Detto ciò, il rischio maggiore per Kundera restava certamente la fatuità, in cui talvolta inciampava, come in La festa dell’insignificanza, ma è solo un momento, ecco che già riprende quota.  È stato amato, è stato grande perché ci ha dimostrato che anche i nostri privati minuti destini, di ignari individui gettati alla Vita e alla Storia, possono assumere forse non un senso, ma una Bellezza d’insieme, un che di compiuto e di unico, di sublime, per mezzo dell’opera di un superbo scrittore, per mezzo dell’Arte.
(Il presente testo è da leggersi come complementare al già edito Breve valzer d’addio per Kundera)
Elena Švarc, Mattino della seconda neve, trad. di A. Niero, Bompiani, Milano, 2023
Nella già declinante Unione Sovietica, con il termine samizdat ci si riferiva alle copie, spesso clandestinamente battute a macchina e a volte persino ricopiate a mano, di opere politiche o letterarie che, se pubbliche, avrebbero al loro autore causato non pochi guai con la legge. Attorno a questi fascicoli stazzonati, di nascosto letti in circoli ristretti e poi in qualche modo, se buoni, ulteriormente diffusi, si creò un alone di leggenda che ancora oggi sussiste. Capolavori quali I racconti di Kolyma, Il Dottor Živago o Una giornata di Ivan Denisovič, ad esempio, si trasmisero anzitutto come samizdat. Anche i versi della poeta russa Elena Andreevna Švarc (1948-2010) presero a circolare così, in seguito giungendo a un’edizione in tamizdat, cioè pubblicata all’estero e poi contrabbandata in Urss. La sua parabola si compie nei tempi torbidi che da Brežnev conducono fino alla perestrojka, da lì in un balzo alle selvagge privatizzazioni di Eltsin, alla fame e, infine, al nuovo dispotismo putiniano. La politica, però, resta del tutto assente dall’immaginario poetico della leningradese Švarc. Il luogo suo più frequentato è anzi la poesia religiosa, e prima che la gentile lettrice e il gentile lettore si stupiscano trovandolo anticlimatico, li invitiamo a ricordare che questo è stato il genere di gran lungo più longevo della letteratura mondiale, per secoli addirittura egemone: al suo confronto il romanzo appare un novellino. Con vena chiaramente mistica (come già quella di Marina Ivanovna Cvetaeva o di Anna Andreevna Achmatova, così come della contemporanea Achmadulina, che un giorno pure recensiremo), i versi di Švarc possono essere vivaci o insipidi, sinceri o un po’ kitsch a seconda dell’ispirazione. A fianco di quella religiosa troviamo anche poesia d’occasione, a volte di grande raffinatezza: per un temporale, per un viaggio a Venezia (come Brodskij), per una luce che si spegne, per una fontana sotto l’acquazzone, perfino per una discarica. Ci sono poi i poemetti (come quello di ambientazione latina per la Cinzia di Properzio) e componimenti più schiettamente lirico-intimisti. Non poche riflessioni, infine, sono dedicate alla poesia stessa, che Švarc considerava come rigorosamente regolata e rimata – La strofa è una gabbia con volatile,/ in cui l’idea prigioniera cinguetta,/ sospira come un’aquila femmina/ o guarda minacciosa, da zarina,/ o trilla come un usignolo. -, contro quello che definì il mattatoio del verso libero (la cattiva prosa): e raggiunse una assoluta e invidiabilissima maestria metrica. Poesia dell’anima e delle stagioni, dell’uomo in rapporto con Dio e con le stelle – l’uomo solo ferita pensante, che pulsa -: questa fu l’arte di Elena Švarc, che appena ventiduenne, in un appunto privato annotava “voglio che mi caccino dall’università, così da poter scrivere versi e solo versi. Oh, Signore aiutami – e io passerò la mia giovinezza in una afosa stanza, accanto ai matracci e alle storte. E trasformerò la pietra in oro, le parole in versi vivi e abbacinanti”.



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