Mappe del nuovo mondo: Adonis / Alda Merini

In questa puntata della rubrica si affronterà uno degli elementi più rappresentativi e addirittura proverbiali della Letteratura contemporanea agli occhi del lettore medio: quella che efficacemente potremmo chiamare la “poe­sia-che-non-si-capisce-di-che-cosa-parli”.

Andrea Maffei

Nell’esplorazione di una terra sconosciuta si procede inizialmente giocoforza a tentoni, osservando, tastando, annusando, insomma raccogliendo esperienze. Più si avanza e più si può imprimere un metodo alla propria ricerca. Un nuovo ritrovamento, sommandosi a quelli precedenti, consente tutto a un tratto di passare a un livello successivo, e come puntini che si uniscono si scorge, finalmente, un disegno più ampio e complesso. Ogni sei episodi (nei mesi di giugno e di dicembre) anche Map­pa del nuovo mondo si soffermerà ad analizzare con più calma un’autrice e un autore in grado di in­carnare, nella loro opera, tendenze artistiche peculiari della Letteratura contemporanea nel suo in­sieme. In questo doppio annuale appuntamento – inteso come riconsiderazione del già detto in una luce nuova e indirizzo utile per le letture successive – verrà così meno il limite dei cinquecento ca­ratteri a recensione (ma il sottoscritto si impegna a non abusare di questa libertà). Nella presente puntata si affronterà uno degli elementi più rappresentativi e addirittura proverbiali della Letteratura contemporanea agli occhi del lettore medio: quella che efficacemente potremmo chiamare la “poe­sia-che-non-si-capisce-di-che-cosa-parli”.

Adonis, Memoria del vento, trad. di V. Colombo, Guanda, Parma, 1998

È perfino un luogo comune che la poesia contemporanea appaia incomprensibile e sconclusionata alle orecchie dell’ascoltatore medio, tanto da fargliela spesso ritenere senza senso. Sembra che gli unici a riuscire a trovarvene uno siano i ricchi, colti ed eleganti rappresentanti della ristretta élite che organizza, popola e ama (così pare) aperitivi letterari, reading, conferenze ai circoli della lettu­ra. Bisognerà notare che l’identificazione di quella che addirittura s’è giunti a chiamare, tout court, poesia colta, nasce in ambigua concomitanza con l’esplosione dell’editoria, nonché dell’istruzione nel secondo dopoguerra, cioè insomma col sorgere del pubblico di massa. L’utilizzo di un linguag­gio sentito come astruso e inaccessibile ha riescluso tanta parte dei moltissimi nuovi lettori che ap­pena pregustavano di potere finalmente mettere le mani sulla tanto agognata Letteratura. Certo strato dell’alta società culturale, infatti, temeva l’ingresso di queste folle barbariche nel fino ad allora ristretto ed esclusivo tempio delle Muse. Ma è un’analisi ancora non del tutto soddisfacente.

Un discorso identico può valere per la musica e per le arti figurative. Anche qui abbiamo una musi­ca colta e un’arte colta, a segnalarne il distacco da quelle che per converso dovrebbero essere musi­che e arti popolari. A questo punto notiamo che la svolta in ambito letterario, musicale e artistico avviene all’incirca nello stesso momento e nello stesso luogo: nella Mitteleuropa tra fine Otto e ini­zio Novecento. Schönberg, l’inventore della musica atonale, scardina la melodia e la dichiara “of­fensiva per l’intelletto”. La Secessione viennese insiste affinché l’artista offra una rappresentazione non più realistica, ma soggettiva e anche metafisica (più avanti onirica) della realtà. Lo stesso av­viene con la Letteratura. È von Hofmannsthal forse il primo a intuire (nella Lettera a lord Chandos) che in fondo l’uomo non può dire niente e sarebbe meglio tacesse, è Wittgenstein a teorizzarlo, è Kafka a metterlo in pratica, con un simbolismo vuoto o forse indecifrabile, ma certamente angoscio­so. A condurli lungo questa strada prima il sospetto e poi la certezza che il mondo di ieri, con la sua sicurezza, stesse inabissandosi, soppiantato da un altro frammentario e selvaggio, fatto di macchine e denari, in cui peraltro non è spazio per l’arte, perché improduttiva e segnatamente inutile: al suo posto è la tecnologia. Incerta su se stessa, l’arte si astrae e rarefà.

Questo vulnus iniziale (abbandoniamo tale immenso tema per riprenderlo nel numero del prossimo giugno) è rimasto quasi totalmente ignoto al pubblico medio italiano. Con questo appellativo indi­chiamo quello non ancora accademico, ma liceale e superiore. In generale, per molteplici ragioni in Italia una autentica comprensione del mondo mitteleuropeo è mancata. Si sono insomma ricevuti frutti di cui si ignorava non il ramo, ma sicuramente il ceppo. Non solo: l’Italia s’è mostrata, specie per via del suo ineguagliabile patrimonio poetico classico, estremamente riluttante ad accogliere i nuovi stilemi letterari, e sotto l’ombrello di poesia moderna (intesa di nuovo come astratta, strana) è di fatto stato spinto un po’ di tutto.

Per la gentile lettrice o il lettore di MDNM noi proviamo – dopo averli incoraggiati a tornare allo studio di quell’epoca e di quel mondo da cui il senso stesso del moderno ha avuto origine – a pro­porre una suddivisione trasversale, certo bruta, ma che crediamo utile, specie in un frangente tanto intricato: quella fra poesia concava e convessa. Prendiamo un testo che grosso modo a tutti è famil­iare, Il cinque maggio del Manzoni. Naturalmente in un’ode complessa come questa si trovano versi o parole sulla cui interpretazione gli studiosi si dividono ma, all’incirca, il senso del testo è ben de­finito. Possiamo dunque affermare che il significato di questa poesia si trovi al suo interno, che – si­mile a un cerchio – assai poco spazio offre per letture a sé esterne. Vediamo ora invece il breve com­ponimento d’uno fra i maggiori poeti contemporanei, il siriano Adonis. Si intitola Il ponte delle la­crime e recita: V’è un ponte di lacrime che cammina con me/ che s’infrange sotto le mie palpebre/ v’è nella mia pelle di porcellana/ un cavaliere per l’infanzia/ che lega i propri cavalli all’ombra dei rami/ con le corde dei venti/ e che ci canta con voce profetica:/ “O venti/ o infanzia,/ o ponte di la­crime/ infranto dietro le palpebre.” Oltre al piacere del gioco linguistico (si riveda quanto detto nel­la recensione a Blanca Varela, in MDNM di settembre), possiamo notare che la figura di questa poe­sia è, rispetto alla prima, assai più concava, nel senso che accoglie una grande quantità di interpreta­zione esterna. Sulla soggettività del poeta si sovrappone quella del lettore e nessuna delle due è sba­gliata, mentre sarebbe un errore riconoscere come protagonista dell’ode manzoniana non Napoleone ma – mettiamo – Alessandro Magno. (Addirittura nell’interpretazione moderna si cerca spesso aiuto nel titolo dell’opera, proprio come in certi dipinti di Magritte.)

La voce di Adonis è solenne, immensa e misticheggiante quanto quella di un Isaia, d’un Geremia, d’un Ezechiele, d’un Michea. Dai versi più intimi o amorosi trascorre al poemetto abbacinante di Tomba per New York, nel ventre della Grande Meretrice, ispirato dal patriarca Walt Whitman (altro apostolo della Poesia contemporanea, con il passaggio decisivo ai versi liberi non rimati). È il mon­do una ferita e ferita è il canto che se ne solleva, A un linguaggio dai campanelli soffocati/ affido la voce della ferita./ Alle pietre provenienti da lontano/ a un mondo inaridito, a ciò che lo inaridisce/ al tempo trasportato su di una lettiga di ghiaccio/ appicco il fuoco della ferita.// Quando la Storia arderà nei miei abiti/ e gli artigli azzurri spunteranno nel mio libro/ quando urlerò alla luce del giorno:/ “Chi sei?, chi ti ha gettato nei miei quaderni,/ nella mia terra vergine?”/ Scorgerò nei miei quaderni, nella mia terra vergine/ due occhi di polvere./ Sentirò la voce di qualcuno che dirà:/ “Io sono la ferita che arriva/ e cresce nella tua minuscola storia.” La raccolta antologica Memoria del vento è perfetta per iniziarsi alla conoscenza di questo maestro della Letteratura contemporanea. Il volume è inoltre arricchito da un breve scritto del poeta italiano Giuseppe Conte.

Alda Merini, Ballate non pagate, Einaudi, Milano, 1995
Alda Merini (1931-2009) aveva, in comune con Adonis, una certa idea del poeta come guida spiri­tuale – se così si può dire (non si vorrebbe impiegare la parola “vate”) – niente affatto scontata nella poesia post-Baudelaire e relativa perdita d’aureola (anche su questo torneremo a giugno), mediata da un gusto del mistico che solo saltuariamente diventa di maniera. Nel saggio/raccolta di pensieri intitolato L’anima innamorata (pubblicato per Frassinelli), la Merini scriveva: Ci fu un giudice un tempo che assiso in un antro buio decise che la primavera andava sepolta. La primavera stordita e ansiosa di lunga luce guardò al giudice incredula senza capire nulla. Così io guardo a te che giudichi i miei versi ansioso di capire senza capire nulla. In questo poco conosciuto passaggio, in un’opera minore, Alda Merini delinea così un vero manifesto di poetica. La poesia ha da essere libe­ra anche dai lacci dell’interpretazione, pura espressione vitale, così come un bocciolo che s’apre in fiore, che non può essere interrogato, da cui non è lecito pretendere se non ciò che è. A nostro parere la raccolta Ballate non pagate è il lavoro più rappresentativo dell’opera meriniana (sterminata, e forse l’autrice ha scritto troppo, anche pagine non all’altezza del suo talento) e senz’altro uno fra i più maturi. Le sue poesie sono generalmente concave (Ahimè, che smarrimento/ una fontana/ a get­titi profondi di avaria,/ la musica che suona di lontano/ il ricordo di un’ansia indefinita,/ l’amore breve delle tue passioni/ e un libro che corona le tue stelle.), ma altrettanta potenza è di quelle con­vesse, intime, come il canto dedicato alla figlia maggiore: Bambina, ti reggevo tra le braccia,/ ti portavo dovunque per la via/ e i pontili parevano d’argento,/ la mia casa una reggia, faraone/ tuo padre, mentre io/ Giuditta con la spada./ E, lo ricordi, suonavamo il piano/ non so con quanti cem­bali imprecisi;/ poi, quando tu capisti che tua madre/ fuggiva dalle soglie della casa, tu non pian­gesti mai, ma mi guardavi/ con tanto smarrimento dentro agli occhi/ che ancora oggi tremo se ti chiamo:/ non voglio che ricordi quei momenti/ in cui io, persa, ti desideravo. La maggiore forza poetica dell’autrice è difatti la purezza, esattamente come quella d’un fenomeno naturale, la capaci­tà di mostrare totalmente nuda la propria – ce lo si consenta – anima. (Tra la capacità e l’incapacità di comporre Poesia, difatti, sta meno la cultura e lo studio che le convenzioni linguistiche: ed ecco perché sovente si trova toccante, poetico, appunto, il tema o il pensiero d’un bambino, poiché non ancora gravato dalle reticenze che avrebbe invece un adulto.)

La tematica dell’escluso, del diverso riaffiora spesso nell’opera dell’autrice. Ella sofferse l’esclusio­ne della malattia mentale, per cui venne più volte internata, e il periodo più lungo fu dal 1965 al 1972, al Paolo Pini di Milano. Da questa esperienza prenderà vita la raccolta Terra Santa e il memo­riale L’altra verità. Diario di una diversa, due testi imprescindibili della sua produzione. Al tempo stesso l’esclusione è sociale, per via della povertà largamente patita (si dice che un mattino incon­trasse, per Milano, l’onnipotente banchiere Enrico Cuccia, gridandogli, “Ho fame!”: egli però si li­mitò a rispondere, “Buon segno.”, e tirò diritto).

L’esperienza biografica, vivacissima, impastata di immensi dolori e travolgenti gioie, si mescola alla sua Letteratura, la quale, come ben notato da Maria Corti, è quasi sempre amorosa. A dispetto della sofferenza, l’autrice visceralmente ama la vita, le sue figlie, gli uomini che ha avuto e che l’hanno abbandonata, la Poesia (talvolta con un certo autocompiacimento), Dio (con una forte, ete­rodossa fede cristiana). La succitata Maria Corti, amica personale della poetessa, ha per Einaudi an­che curato – tra le altre cose – l’antologia Fiore di poesia. Accanto a Ballate non pagate essa costi­tuisce un ottimo punto di partenza per accostarsi a questa grande autrice, che forse avrebbe per il premio Nobel meritato più credito di quanto in effetti non riscosse.

 

 

Andrea Maffei

 



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