Mappe del nuovo mondo: Jean-Marie Gustave Le Clézio, Patricia Grace e Christina Gerhardt

In questa puntata parliamo di “Il continente invisibile”, “Sottosopra. Scrittori contemporanei del Sud Pacifico” e “Sea Change”.

Andrea Maffei e Simone Garzella

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Il continente invisibile, trad. a cura dell’agenzia formativa tutto EUROPA, Instar Libri, Torino, 2008

Per il torrido agosto abbiamo pensato di confezionare una puntata di MDNM speciale, tropicale, dedicata all’unico continente ancora mancante alla nostra rubrica: l’Oceania, perché chi non viaggerà fisicamente possa farlo, questa estate, almeno per mezzo dei libri. E se Céline in epigrafe al suo romanzo immortale scriveva che al di fuori del viaggio tutto è delusione e fatica, il suo connazionale Jean-Marie Le Clézio (Céline lo avrebbe detestato, a proposito), già Nobel nel 2008, è anzitutto viaggiatore. Così, chi con diverse valide ragioni critica come eccessivamente generoso il premio tributato alla sua opera dovrebbe tuttavia tener conto di alcuni suoi meriti: anzitutto quello d’avere riportato il tema del viaggio ai più alti livelli letterari. A nostro avviso un secondo aspetto notevole della assai vasta e talvolta fiacca produzione dell’autore è il carattere obliquo che ha saputo spesso imprimervi, forgiando una forma ibrida tra narrazione, resoconto di viaggio, saggio, autobiografia. Così è ad esempio ne L’africano (fra i suoi capolavori, per Instar), dove si mescola il racconto dell’infanzia coloniale, l’incredibile biografia del padre (medico in Nigeria, scoperto che la Francia era invasa dai nazisti decise di partire, con mezzi di fortuna, cercando di tornarvi, recuperare moglie e figli e trarli in salvo in Africa, ma dopo avere attraversato il Sahara finì respinto in Algeria: per fortuna la famiglia si sarebbe ricongiunta nel dopoguerra), la descrizione e la speculazione sulla realtà nigeriana di metà Novecento. Ma persino l’uomo Le Clézio è una contaminazione di esperienze, lingue, prospettive: è nato a Mauritius, ha studiato gli idiomi indios messicani, ha lavorato in Corea e in Cina, in Thailandia e negli Stati Uniti. Così non stupisce più il mito del viaggio in quanto dantesco superarsi umano, Forse l’unica ragione di un viaggio dovrebbe essere quella di misurare con esattezza i limiti della propria conoscenza., scrive nel Continente invisibile, ove il riflesso del sole sulle onde turchesi abbaglia i navigatori e in parte loro nasconde la miriade d’oltre trentamila isole di un continente – l’Oceania – che per area occupata sarebbe il più esteso del pianeta: ma è quasi tutto oceano. Parte narrata, etnografia e memorie si fondono ormai indistinguibili nella prosa-moleskine di Le Clézio, che prendendo a base di partenza l’isola di Pentecoste (nell’arcipelago Vanuatu) si spinge alle storie anche delle altre d’attorno, tra Nuova Guinea e Caledonia, non diversamente da come già nei tempi remoti tentavano gli indigeni, a bordo di canoe a bilanciere, magari, di procedere quasi a tentoni nell’acqua sconfinata in cerca di altre terre, di altri simili. Il viaggio e la scoperta, trovarsi in un luogo tanto distante, tanto agli antipodi rispetto a quello in cui si è nati da far sì ci assalga la vertigine, tanto è irrealistico ritrovarci dove per davvero siamo e proprio questo è magnifico, è inebriante: ciò che Gustave Le Clézio definisce quella sensazione di avere oltrepassato i limiti di una vita.

Patricia Grace, Viaggio, in Aa. Vv., Sottosopra. Scrittori contemporanei del Sud Pacifico, a cura di S. Garzella, Robin Edizioni, Roma, 2006

Si tratta dell’attualmente unica antologia esistente in lingua italiana di autori oceanici: ventidue in tutto, provenienti dalle isole Cook, Samoa, Tonga, Figi, Salomone, dalla Papua Nuova Guinea, dalla Nuova Zelanda maori. La scrittrice che fra tutti abbiamo scelto, Patricia Grace, è stata la prima maori – nel 1975 – a pubblicare una raccolta di racconti e non è del tutto sconosciuta al pubblico italiano: sono infatti tradotti due suoi romanzi, Potiki e Tu, entrambi per la piccola casa editrice Joker. Nel racconto qui selezionato, notevole per la lingua impastata (spesso con anadiplosi) e per il modo dinamico di trattare i dialoghi, un vecchio viaggia dalla campagna alla città (sempre più turbinosa e incomprensibile) per discutere con certi incaricati (non si intende se pubblici o, più probabilmente, privati) riguardo un antico appezzamento di famiglia. La sorte di questo, però, è già stata decisa – sarà un’area di sviluppo, e in cambio un’altra terra o un indennizzo -, e a ogni obiezione del vecchio la stessa risposta, Non è così semplice, sir.: e al suo pugno battuto sul tavolo il tempestivo intervento delle guardie. Questa novella centra bene forse il tema principale della Letteratura oceanica: quello della terra sottratta. Dapprincipio furono i colonizzatori occidentali, anche col flagello della tratta di schiavi, dopo la cessazione di quella africana (fenomeno chiamato blackbirding: ad esempio si stima che tra il 1800 e il 1935 la popolazione dell’arcipelago Vanuatu sia passato da un milione di abitanti a quarantacinquemila). Sono esistiti poi fenomeni di colonizzazione interna alla stessa Oceania. Infine, al tempo odierno, la terra è sottratta dall’oceano stesso che, per via dei cambiamenti climatici, si alza, e intere isole stanno venendo abbandonate perché in un futuro non distante, semplicemente, affonderanno. Così nell’antologia – che conta, oltre alla Grace, altri nomi centrali della Letteratura locale, come Witi Ihimaera, Marjorie Crocombe, Subramani, Russel Soaba, Albert Wendt – l’Oceania rassomiglia poco a quella dei cartelloni delle agenzie viaggi, è invece ombrosa, non di rado persino brutale (si veda Il ragazzo con la macchina fotografica, di Ihmaera), scissa fra ancestrali tradizioni e credenze (si veda Il letto, della Crocombe) e una modernità importata, aliena e alienante, pericolosa, inquietante, solitaria (pensiamo alla minuscola cucina di cianfrusaglie e agli alcolici – tutti d’importazione – de La fotografia di zio Raka, di Kawana). Sottolineatura necessaria per ogni Letteratura postcoloniale: gli autori raccolti scrivono in inglese, ma vivificandolo nella mescolanza con espressioni in idiomi locali (esistono circa cinquecento lingue oceaniche) che Simone Garzella in traduzione mantiene. A lui va dunque il merito di questo autentico unicum nel panorama editoriale italiano. Non solo. Per meglio introdurre i lettori agostani di MDNM a questa ancora semisconosciuta Letteratura, Garzella (cacciatore di libri e fondatore della International Literary Scouting di New York) ha deciso di regalare loro l’apposito, prezioso approfondimento che qui segue: ragione per cui doppiamente dobbiamo ringraziarlo.

Simone Garzella, Letterature del Sud Pacifico: verso una neo-diaspora

Tutte le storie parlano di quel che ci avvicina e di quel che ci separa gli uni dagli altri. Allontanarsi e (ri)avvicinarsi gli uni degli altri definisce l’identità e la sua ricerca da parte delle voci della letteratura, dalla fratellanza di Gilgamesh ed Enkidu e la rabbia di Achille fino al sesso politico di Norman Rush e alla transizione di genere di Torrey Peters. Ciò è ancora più vero per società colonizzate prima e de-colonizzate poi come quelle del Sud Pacifico, dove il personale e il sociale, l’io e il mondo, tradizioni indigene e importazioni culturali si scontrano e mescolano da lungo tempo.
In un libro appena pubblicato negli Stati Uniti, Sea Change, la giornalista e accademica Christina Gerhardt illustra come le isole del mondo, dalla Groenlandia alle Seychelles, passando per Singapore e la Giamaica, stiano cambiando in maniera drammatica in seguito all’innalzamento dei mari dovuto al surriscaldamento globale. È ovvio che il Sud Pacifico rivesta un ruolo di primo piano – tanto nel libro che nel momento di storia ambientale che stiamo vivendo – come una delle sue vittime più trascurate e allo stesso tempo più evidenti. In questa parte del mondo sono interi Stati a essere a rischio di sparizione. Una breve citazione tratta del capitolo dedicato a Nauru, può essere presa come un triste ritornello per tutta la sezione riguardante l’Oceano Pacifico, nonché come il suo peana: “Il cambiamento climatico minaccia l’esistenza stessa di molti paesi del Pacifico… Nazioni a superficie piatta come Tuvalu, Kiribati e le isole Marshall potrebbero essere scomparse già prima della morte dei nostri nipoti”. Gerhardt prosegue sottolineando come numeri impressionanti di persone abbiano dovuto e dovranno abbandonare le loro case, la loro terra, le loro comunità di origine, per far fronte a una serie incessante e crescente di periodi di siccità, inondazioni e ondate di calore. Non solo intere isole sono finite sott’acqua, ma le risorse delle comunità sono sempre più scarse.

Se la letteratura interroga la realtà, ponendo domande che spesso non hanno o non vogliono avere risposta (o una sola risposta), le questioni identitarie e relazionali che i polinesiani si trovano ad affrontare in questo momento inizieranno presto a comparire nella produzione degli scrittori contemporanei. Proviamo a immaginare che temi affronterà la letteratura dei prossimi anni e decenni, un esercizio certo più speculativo di quanto non sia la scienza ambientale, ma non poi troppo, nei limiti in cui la letteratura racconta da sempre una storia in cui si alternano incessanti conflitto e riconciliazione, appartenenza e estraneità, avvicinamento e alienazione, rifiuto e accettazione.
Non è improbabile che i conflitti e le riconciliazioni delle storie che arriveranno dal Sud Pacifico nel prossimo futuro affronteranno il tema delle risorse – inclusa la disponibilità stessa della terra – più scarse. Le differenze di classe si esaspereranno nel senso di ineguaglianza tra coloro che perderanno le proprie case inondate dal mare e coloro che avranno risorse per costruire in luoghi meno esposti all’innalzamento dell’oceano o per ricostruire quel che hanno perduto. Quelle stesse differenze potranno talvolta annullarsi nel senso di comunità che potrà svilupparsi attorno al senso di un destino condiviso.

I personaggi dei romanzi e del teatro e le voci della poesia si divideranno tra coloro che lasceranno la propria terra per trasferirsi su altre isole ancora abitabili o in altri paesi come l’Australia e la Nuova Zelanda, e coloro che al contrario resteranno attaccati al proprio paese, e che talvolta non potranno che scomparire sotto onde implacabili insieme alle spiagge che hanno visto i loro primi – e ultimi – passi.
Chi si trasferirà su altre isole non lontane dai loro luoghi di origine ci racconterà cosa significhi ricostruire un mondo da zero, e per quanto inevitabilmente il processo vedrà le sue speranze utopiche alternarsi a disillusioni, in alcuni casi potrà offrire visioni inaspettate di nuove società possibili a coloro che scalpitano di liberarsi dallo sterile conflitto tra capitalismo e socialismo. Qualora la rilocalizzazione avvenga in luoghi già abitati, comunità diverse ma simili come le polis dell’antica Grecia dovranno imparare a convivere le une con le altre, mettendo in discussione e costruendo nuove versioni della cultura del loro paese. Parlare dei rapporti tra vecchie e nuove generazioni significherà mettere a confronto la memoria di chi è vissuto in luoghi che non esistono più e l’immaginazione di coloro che quei luoghi non li hanno mai visti. I nonni avvicineranno e alieneranno i nipoti in quanto abitatori di un passato geografico e mentale riscritto dalla brutalità dello scioglimento dei ghiacci a decine di chilometri di distanza dai loro villaggi. Drammaticamente alterato o non più esistente, il paesaggio sarà una parte del proprio essere nel mondo e le voci del Sud Pacifico riscopriranno ancora una volta come e fino a che limite siamo i luoghi in cui abitiamo.

Se le cose che ci dividono possono allo stesso tempo anche connetterci gli uni con gli altri (e viceversa), se il personale è politica – nonché economia globale – gli scrittori saranno costretti ad affrontare come la cultura occidentale, che anche per molti polinesiani rappresenta tanto una realtà quotidiana quanto un’aspirazione – sia una delle cause principali della loro stessa fine – o quantomeno dello tsunami metaforico e reale che sta riscrivendo la loro storia. Quelle che 20 anni fa l’accademia chiamava letterature post-coloniali negli ultimi anni hanno reclamato la loro specificità, diventando letteratura canadese, australiana, argentina, sudafricana, senegalese… Ma è probabile che uno dei termini che gli studiosi dovranno coniare sarà quella di neo-diaspora. Il termine riunirà gli scrittori che sono stati costretti ad abbandonare il loro paese di origine perché quel paese, semplicemente non esiste più, e gli scrittori nati in un paese straniero da una famiglia proveniente da nazioni già scomparse prima della loro nascita – i portatori di un passaporto fantasma, che rischiano di diventare i nuovi cittadini di terza classe.

E così a un certo punto nel prossimo futuro gli scrittori polinesiani inizieranno a esplorare le forze centrifughe e centripete che saranno in gioco in quelle nuove comunità. Un tongano proveniente da una comunità tongana stabilitasi in Nuova Zelanda (tanto per fare un esempio) si troverà a mettere in questione la propria identità a seconda dei legami che instaurerà con la realtà sociale e geografica in cui si trova a vivere. Ci sarà chi resterà attaccato alle proprie tradizioni o almeno ci proverà nei limiti del possibile (il nuovo ambiente potrebbe magari non offrire un ingrediente base per un piatto tradizionale – l’estraneità è da sempre anche una questione di papille gustative) e chi vorrà abbracciare il nuovo mondo. Altri sprofonderanno in uno stato di alienazione da entrambi i mondi, altri ancora troveranno una possibilità di conciliazione.

Allo stesso tempo, gli scrittori dei paesi ospiti dovranno confrontarsi con una realtà sociale alterata dalle migrazioni climatiche e affrontare le relazioni con chi arriva da mondi distrutti: identità e appartenenza sono questioni di passaporto o di cultura, di geografia o genetica? Gli australiani (per fare un altro esempio) si sentiranno vicini ai figiani nel vivere anch’essi in un mondo sempre più caldo, ma potrebbero al tempo stesso sentirsi messi in discussione da comunità ancora legate alle proprie vecchie abitudini.

È doloroso, ma abbiamo bisogno oggi più che mai di autori che ci parlino di quel che sta avvenendo nel Sud Pacifico, che interroghino sé stessi, le loro comunità e il mondo su una transizione di cui sono tra le prime e più danneggiate vittime. Per quanto gli scrittori polinesiani affronteranno tutti questi temi, non si può non chiedersi fin quando queste comunità, una volta trasferite altrove, rimarranno vive e attive, fino a quando le loro lingue locali saranno parlate e i loro piatti cucinati. A un certo punto è probabile che anche il termine neo-diaspora (se mai esisterà) dovrà cadere in disuso.
La questione principale rimane se, considerata la situazione attuale (scrivo queste ultime righe costretto di nuovo dentro casa nella valle dell’Hudson, perché fuori l’aria è satura dei fumi degli incendi canadesi, mentre il resto del mondo sperimenta di nuovo un’estate mai stata così calda) ci saranno ancora scrittori e libri del Sud Pacifico. Quando luoghi e comunità cessano di esistere cessa di esistere il contesto stesso da cui nasce la scrittura. Non è un caso che questo articolo si fondi su delle ipotesi: non ci sono scrittori che affrontino queste tematiche, e negli ultimi anni non sono emersi neppure molti nuovi scrittori tout court.
Non è difficile capire come il surriscaldamento globale minacci non sono solo risorse e comunità, ma anche interi patrimoni culturali. Verrebbe quasi da dire un’intera letteratura futura: fino a quando si potrà parlare del Sud Pacifico e di letteratura del Sud Pacifico? Una cosa su cui riflettere la prossima volta in cui sentiamo parlare di 20 gradi a febbraio come di “una bella giornata.”

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