Mappe del nuovo mondo: Javier Marías e Eavan Boland

Parliamo di “Domani nella battaglia pensa a me” e “Falene e altre poesie”.

Andrea Maffei

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, trad. di G. Felici, Einaudi, Torino, 1998

È indubbio che i commenti citati in quarta di copertina (così come le fascette colorate) rappresentino un male dell’editoria contemporanea. Se sopra un detersivo scrivono “Nessuno sbianca di più”, senza che si possa stabilire se è così davvero, similmente addosso a un libro tenderanno a scrivere, “La miglior opera di eccetera eccetera.” È accaduto anche per l’ultimo romanzo dello spagnolo Javier Marías (1951-2022), il ponderoso Tomás Nevinson. A formulare il giudizio in questo caso sarebbe il quotidiano El País (ma quale commentatore l’ha pronunciato? Non è chiaro). Si tratta di una valutazione, a nostro avviso, davvero non condivisibile, all’apparenza più dettata da ragioni di marketing che letterarie. Seguendo il percorso artistico di Marías, piuttosto, si dovrà considerare il Nevinson come un’opera nel complesso sottotono, piuttosto lenta e non brillante di certo. In generale ci sembra che la parabola dell’autore sia stata, negli ultimi anni, calante, con questo ricorrente tema dello spionaggio (già presente anche nella trilogia Il tuo volto domani) da cui non è facile ricavare alta Letteratura. Per tornare allora al miglior Marías suggeriremmo di riprendere i due capolavori “shakespeariani” degli anni Novanta, ovvero Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Anzitutto diremo che al nostro palato Marías riesce tanto più gradito quanto più s’avvicina al suo naturale maestro: il portoghese José Saramago.

Li accomunano soprattutto l’architettura ad ampie volute del periodo, l’amore per la divagazione in flusso di coscienza e, con metodo deduttivo, il gusto per la speculazione. Sarebbe però ingiusto ridurre Marías ad epigono. Attraverso una costruzione stratificata (che laddove altrove non funziona diviene staticità), nei due detti romanzi riesce a ricreare larghe scene, spesso con consistenti parti di dialogato, che si sono poi impresse indelebili ai lettori: nel Cuore almeno quella del corteggiamento fra interpreti al consiglio internazionale e la primissima, col suicidio della fresca sposa; nel Domani ancora quella iniziale, con l’improvvisa morte dell’amante sconosciuta a letto, quella di notte in macchina per i viali di Madrid e infine le indagini del protagonista nella vita della defunta (in specie l’episodio in cui ascolta la sua segreteria telefonica). Chi ha letto questi testi, anche anni fa, probabilmente le ricorderà ancora, tanto tornito è lo stile con cui sono presentate e pregnanti le immagini che le animano. La prosa di Marías opera sovente per eco, con formule rimbalzate e ricorrenti fra le pagine del romanzo come rimbombi fra le muraglie d’una basilica. Nella sua bibliografia anche il protagonista è spesso riecheggiato, e gli si potrebbe sovrapporre lo stesso autore: uno spagnolo di stretti rapporti con l’Inghilterra e la sua lingua e la sua Letteratura, agiato e colto, di mezza età (lo troviamo pure in Tutte le anime, ad esempio). Il compiacimento aforistico, quando non forzato, agisce conferendo un respiro più alto. Le trame accattivanti consentono al lettore di perdonare una certa complessiva scarsità di movimento. Due fra i più interessanti romanzi della loro generazione, probabilmente. Tutte le opere sopra menzionate hanno avuto, qui in Italia, pubblicazione per Einaudi.
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Eavan Boland, Falene e altre poesie, a cura di G. Iorio, Via del Vento edizioni, Pistoia, 1998

È proprio dei grandi poeti appropriarsi d’un luogo, in pianta stabile o soltanto in tempi e termini delimitati, così che chiunque poi provi ad accedervi deve, più o meno apertamente, misurarsi con loro. Leopardi ad esempio ha il posto accanto alla finestra aperta, affacciato sulla strada, Blake ha i bassifondi della Londra vittoriana e Baudelaire quelli di Parigi oggi come allora, mentre la poetessa irlandese Eavan Boland (1944-2020) ha il giardino delle notti dolci estive, nell’aria profumo di erba tagliata, ma anche di buddleia, dei lillà, della fucsia, del cespuglio di lavanda, mentre i vetri spalancati della casa allungano irreale, artificiale la loro luce (Giro l’interruttore e il giardino si espande.): la sedia in ferro bianco, le falene che si scagliano in battiti ottusi contro la lampadina della cucina che le attrae. Dentro casa intanto tutti dormono: L’una. Teiera a fiori e un dolce d’uvetta./ Un vassoio aspetta che lo si porti dabbasso./ La luce è spenta sulle scale. L’orologio rintocca. Smaltito il bollore accecante del giorno, l’animo ritrova serenità e raccoglimento nella sospirata frescura lunare, che pure è tuttora turbata dall’uomo, dalla sua elettricità: altrimenti sarebbe solo la quiete delle stelle e dei fiori che aprono chiudon le loro corolle, che respirano e il respiro di sollievo, pacificato, della terra.

Così nel giardino obliquamente e giallamente illuminato la poetessa (che poi è ciascuno di noi) percepisce a un tempo come la propria esperienza sia certo minima in confronto all’universo che sopra sé osserva, ma anche che tra quella e questo pure esiste un legame, un collegamento. Nello studio di casa affonda dolcemente nel buio una fotografia di padre, mentre la lanterna allunga/ l’ombra di mio figlio più della mia. La casa assume il duplice valore simbolico di immutabile, nella memoria di freddi mattini e baci sulla soglia, e di crepuscolare, la notte antica metafora della morte, che arriverà sicura e incomprensibile, così come lo è per le falene, che cadranno giù senza sapere come o perché/ quel che schivavano avvenne, improvvisamente,/ come crepitarono e bruciarono da ogni parte. E poi? E poi l’oscurità sarà soltanto quel che resta/ di una bocca dopo il bacio o di una mano intrecciata alla mano;/ un ramo; un fiume; sarà quel che si perde delle parole/ nel trasformarsi in silenzi e poi nel sonno. Una intensa, immaginifica poetessa nell’antologia d’una altrettanto preziosa, piccola casa editrice: la pistoiese Via del Vento. Altre due raccolte (Tempo e violenza e Le storiche) si trovano in italiano per un secondo editore d’eccellenza: Le Lettere.

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