Mappe del nuovo mondo: Mahmoud Darwish e Fadwa Tuqan

In questa puntata di "Mappe del nuovo mondo", la voce di poeti e poetesse palestinesi. In questi ultimi mesi sia la terra che il popolo palestinese sono stati definiti in innumerevoli modi, ma raramente si è trovata l’occasione di poter leggere e ascoltare il racconto poetico del suo popolo in prima persona. Iniziamo con “Pensa agli altri”, di Mahmoud Darwish e  “Poetessa araba della Resistenza” di Fadwa Tuqan.

Andrea Maffei

Mappe del nuovo mondo
Mahmoud Darwish, Pensa agli altri, trad. di A. Amorello, ill. di S. Abdallah, Lorusso Editore, Roma, 2023
È stato indubbiamente Mahmoud Darwish (1941-2008) il bardo cantore della Palestina, patria aleatoria così come i versi che si intendono/fraintendono, che sono sfuggevoli e forgiano vite, la Palestina che esiste e non esiste. Per Darwish è così anzitutto il villaggio in cui visse da bambino prima di doverlo abbandonare in fuga una notte e poi al ritorno, anni dopo, scoprirlo scomparso, come fosse stato solo un sogno. Scrisse Abbiamo una patria di parole. Così l’elemento aereo è centrale nei versi di Darwish: “nubi, colombe, cielo, sogno, ali, vento, volo, gufi, rondini, come nella pulsione di distaccarsi dalla spaventosa realtà a terra, infine rigettata. Ma anche questa è impresa ardua, così come raccontato in Diario d’ordinaria tristezza (fra i tre romanzi raccolti da Feltrinelli in Una trilogia palestinese): la costante richiesta di permessi per muoversi anche all’interno della stessa Palestina, l’attesa, l’umiliazione del rifiuto non raro (su questo tema si veda anche la toccante lirica Biglietti di viaggio, del poeta Samih al-Qasim). Sans-papiers per eccellenza – non solo in Israele ma anche in Libano e nelle molte altre terre della diaspora – nella Letteratura dei palestinesi matura il feticcio del documento, del lasciapassare, del passaporto, che Darwish canta nella celebre Carta d’identità. Suo mito fondante, comunque, resta quello dell’esilio, dello sradicamento, della casa lasciata (partendo con le chiavi in tasca, per un allontanamento che si credeva temporaneo), della nostalgia, che Darwish ha raccontato con brani memorabili quali ad esempio Eternità del fico d’India o Quante volte per noi sarà finita?, entrambi contenuti nella raccolta Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (in Italia per San Marco dei Giustiniani), forse la sua opera più eccelsa. Fin dalla prima pubblicazione, datata 1964, Darwish si dimostra poeta delicatissimo, i versi denotati da unacadenza musicale interna e le parole scelte più per la loro valenza ritmica che per il loro significato logico, come segnalato dalla studiosa Lucy Ladikoff. Versi dunque quantomai concavi, fra la Poesia araba classica e il simbolismo (il romanziere Elias Khoury, che un giorno recensiremo, lo ha paragonato a Breton), ma all’occorrenza anche chiari e inesorabili, come nel poemetto Il giocatore d’azzardo (per Mesogea). Fra le diverse edizioni italiane di Darwish, in specie oggi vogliamo segnalare la più recente, per Lorusso Editore: Pensa agli altri, volumetto alla cui omonima poesia sono accompagnate le splendide illustrazioni dell’artista Sahar Abdallah. Il pubblico di riferimento, infatti, è qui quello dell’infanzia, a cui ben può essere indirizzata questa già celebre lirica-manifesto, che a noi europei ricorda il Sono un uomo,/ nulla d’umano m’è estraneo di Terenzio. È una invocazione a interessarsi, a curarsi del prossimo, a riconoscersi nel prossimo, in particolare nel prossimo oppresso – stando in casa o andando per via, coricandoci o alzandoci. E così anche noi non scordiamolo, non dimentichiamo il cibo alle colombe, e mentre facciamo le guerre non dimentichiamo “chi chiede la pace”.

Fadwa Tuqan, Poetessa araba della Resistenza, trad. di I. Issa Naouri, Ufficio della Lega degli Stati Arabi, Roma, 1978
L’onnipresente tematica palestinese del documento (il poeta Tamim Al-Barghouti arriva addirittura a scrivere, Mi sono abituato ai controlli/ delle tute mimetiche ai semafori/ notte e giorno, e perciò/ anche in piscina ho i documenti […].), ma pure del connesso posto di blocco trova un’altra testimonianza nella lirica Sospiri davanti allo sportello dei permessi di attraversata… (ambientata presso il ponte di Allenby, o ponte Re Hussein, fra Israele e Giordania) della poetessa Fadwa Tuqan (1917-2003). Darwish l’ha definita “madre della Letteratura palestinese” e un generale israeliano degli anni Sessanta “più pericolosa delle imboscate di guerriglia”. La biografia di Tuqan è segnata da un lato dalla lezione del fratello Ibrahim – noto poeta – e dalla sua prematura morte per malattia, dall’altro dalla Nakba del 1948 e dal conseguente esodo. Tuqan supera le metriche e la rima baciata della poesia araba classica abbracciando, sulla lezione dell’irachena Nazik al-Mala’ika (che un giorno senz’altro MDNM presenterà), i versi liberi, passando dal canto amoroso a quello politico, indignato, battagliero, indomito ed anticoloniale. Ritroviamo quindi i topoi della terra strappata (in Una giordana-palestinese in Inghilterra), dell’istinto di fuga (ancora con l’immagine delle ali in Una preghiera al nuovo anno) e al tempo stesso la rivendicazione orgogliosa della medesima terra (in Come nasce una canzone). A parte la remota edizione qui in alto indicata, peraltro con appena diciannove componimenti, di Fadwa Tuqan troviamo in italiano solo striminziti contributi d’antologia, come nel caso di In un mondo senza cielo (per Giunti) o Non ho peccato abbastanza (per Mondadori). Di questa prolifica autrice, sia di versi che di saggi in prosa, in Italia per il resto manca una valida raccolta, e così come MDNM cogliamo l’occasione per auspicare al più presto che si ponga rimedio a questa lacuna. All’appello s’unisce anche Simone Sibilio, professore di lingua e letteratura araba presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, nonché autore della prefazione al già menzionato volumetto Pensa agli altri. Nel suo scritto il professore riferirà di come Gaza è stata, nel corso del tempo, narrata e raffigurata dai suoi scrittori e poeti. Molte definizioni sono state date della martirizzata Gaza, recentemente, da “la più grande base terroristica mai costruita” a “cimitero di bambini”. È però raro ascoltare la voce di questa terra e, come ammoniva Edward Said, “Le società alle quali viene impedito di raccontarsi o spariscono dalla Storia o appaiono come disumanizzate, feroci e meritevoli della giusta punizione.” Le voci che ascolteremo inevitabilmente ci interrogheranno, sul giusto e sullo sbagliato, sul lecito e l’inaccettabile: la Palestina come vagabonda domanda, tornando a citare Fadwa Tuqan, insopprimibile perché non riguarda la Palestina soltanto, ineludibile perché ricorrente, perché presente sempre come quei popoli delle tende a cui Darwish ci esortava a pensare, accampati sotto ai cavalcavia, nei nostri bassifondi urbani, alla frontiera, nei servizi dei telegiornali.

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