Mappe del nuovo mondo: Margaret Atwood e Ernesto Cardenal

In questa puntata: “Il racconto dell’ancella” e “La vita è sovversiva”.

Andrea Maffei

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, trad. di C. Pennati, Milano, Ponte alle Grazie, 2019
Con Margaret Atwood MDNM chiude la trilogia di autrici canadesi iniziata con Alice Munro e proseguita con Anne Carson. Dal nostro punto di vista la Atwood si colloca, rispetto alle due nominate, su un gradino inferiore, anzi ci pare che ogniqualvolta provi ad elevarsi a una dimensione artisticamente più alta, come nel caso dell’antologia poetica Brevi scene di lupi (per Ponte alle Grazie), il risultato sia modesto. Ne Il racconto dell’ancella, però, non ne ha bisogno e scambia la qualità letteraria con l’esattezza formale, l’arte col pathos, l’ammirazione del lettore con il suo coinvolgimento. In questa operazione la Atwood si dimostra di assoluta maestria. Composto negli anni Ottanta, il romanzo impiega tutti gli espedienti (non sempre facili) che oggi utilizzano le serie televisive (e difatti è diventato una serie TV di successo): verbi al tempo presente, rapidi cambi di scena, catturanti immagini (le donne dai lunghi velami, il muro coi ganci e i corpi appesi, gli ambienti asettici), dialoghi svelti, personaggi abbozzati, infine qualche spunto contenutistico, quasi per parole chiave: violenza, dittatura, donne, ribellione. Ma non intendiamo derubricare come trucco del mestiere una trama che è per molti versi ammirabile. In un futuro distopico, nel Paese di Gilead, identificabile all’incirca con gli antichi Stati Uniti d’America, all’indomani d’una catastrofe ambientale si è instaurato un regime teocratico e dittatoriale, per cui le donne sono mantenute in stato di schiavitù come strumento di perpetrazione della specie. Il tutto è accompagnato da un sistema di classi rigido e oppressivo, e proibitissimi sono i liberi rapporti sessuali femminili, per cui vengono puniti con la morte la donna e l’amante. Pare aprirsi uno spiraglio di ribellione nell’incontro fra la protagonista voce narrante (Difred) e il Comandante con cui cerca di stabilire un qualche tipo di relazione umana. Da una costruzione così efficace nascono talora, come scintille suscitate dallo sfregamento delle ruote in corsa sul selciato, pure schegge di Letteratura: Cammino lungo il vialetto di ghiaia che divide il prato sul retro, con precisione, come una scriminatura. È piovuto durante la notte; l’erba da entrambi i lati è bagnata, l’aria umida. Qua e là ci sono dei vermi, prova della fertilità del terreno, che, sorpresi dal sole, giacciono mezzi morti, flessibili e rosei come labbra. Ottimo esempio per osservare come, pur senza un talento luminoso o costante, si possa da uno studiato piano e da una meticolosa applicazione (conoscenza puntuale dei propri pregi e difetti, elaborazione d’uno schema strategico che il più possibile esalti i primi e temperi i secondi) cavare qualcosa di letterariamente valido, che come spontaneamente da questi s’ingenera. Ancora a testimonianza della perizia di Margaret Atwood si noti il finale (con cui era riuscita almeno parzialmente a medicare anche opere meno riuscite, come Tornare a galla, nuovamente per Ponte alle Grazie): prima scegliendone uno aperto rispetto ad uno, più banale, lieto o risolutore, poi con le ultime pagine dedicate alla futuristica conferenza che rappresentano – occorrerà riconoscerlo – un autentico colpo di genio. A nostro avviso il miglior lavoro dell’autrice.

Ernesto Cardenal, La vita è sovversiva, trad. di A. Melis, Milano, Edizioni Accademia, 1977
Insorgi Signore/ Non prevalga l’uomo pieno di decorazioni/ Perché non devono restare sempre dimenticati gli sfruttati/ La speranza dei poveri non sarà sempre avvilita […]: così prorompe il poeta e sacerdote e rivoluzionario nicaraguense Ernesto Cardenal (1925-2020), nella sua picaresca e caotica visione della vita e della poesia e della rivoluzione medesima, Cristo e Che Guevara sulla stessa barricata, da un lato il Vangelo e dall’altra la Cuba del ‘59. L’esperienza di Cardenal è tutta un lavorìo di pittoresca e spesso incredibile e mal riuscita sintesi. Allora nella prima raccolta, Epigrammi, egli è un Catullo, un Properzio caraibico cantando l’amata Claudia, un Marziale quando irride Somoza il dittatore. Ricorda César Vallejo nel rappresentare la colonizzazione delle multinazionali statunitensi (la United Fruit Company e la Tela Railroad Company e la Pierpont Morgan & C. e ancora e ancora) che s’arraffano le terre dei contadini (e qui ci rammentiamo del capolavoro Rulli di tamburo per Rancas, del peruviano Manuel Scorza). Accoglie Pound nell’idea che tutto ciò che si può dire in un racconto, in un saggio, in un romanzo, si può dire anche in una poesia, e così dati statistici, articoli di giornale, cronache, documenti storici, conversazioni telefoniche e poi slogan pubblicitari, tanto presenti ad esempio in Gethsemany, Ky. Medita di fede nel monastero trappista di Thomas Merton, in Kentucky (dov’è proibito scrivere, così ch’egli stende solo brevi, fulminanti note: ne nascerà la raccolta Salmi), per uscirne come sacerdote. Poi nell’ordine sarà fondatore di comunità mistico-religiose, rivoltoso sandinista, ministro della cultura, teologo della liberazione, cantando Marilyn Monroe (vittima della mercificazione generale, che regola ogni rapporto nella società capitalistica, così Antonio Melis nella sua esemplare introduzione all’antologia La vita è sovversiva) e gli indios (che non avrebbero conosciuto il denaro, secondo un controverso saggio di Louis Baudin, Lo Stato socialista degli Incas), paventando la CIA e l’olocausto nucleare, marginalizzato da papa Giovanni Paolo II (conservatore) e riabilitato da papa Francesco (progressista), infilando nei suoi versi maiuscole e punti esclamativi, virgolettati e cifre, scrivendo poemi e lacerti, memorie e reportage (si veda A Cuba, pubblicato in Italia per Cittadella), combattendo fianco a fianco con Daniel Ortega e poi rinnegandolo in quanto traditore della rivoluzione. Personaggio letterario egli stesso, sfiorò, senza vincerlo, il Nobel. Disordinatamente scrisse e visse, voracemente, cadendo talora e talaltra librandosi in alto, morì carico d’anni, sazio di giorni.

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