Marcello Veneziani e l’incultura scientifica

Una critica all'articolo “Quando la scienza diventò tiranna” di Veneziani in cui si nega il valore conoscitivo della scienza, paragonandola a una fede religiosa.

Silvano Fuso

L’attuale maggioranza di governo, fin dal suo insediamento, ha cercato di rimarcare la propria identità, a partire dal linguaggio utilizzato. A tale proposito, ci eravamo occupati in precedenza dei nuovi nomi assegnati ad alcuni ministeri.
Sempre nell’ottica della sottolineatura della propria identità, da tempo, vari esponenti della maggioranza hanno cominciato a rivendicare spazio per la cultura di destra, lamentando un’egemonia culturale della sinistra che avrebbe caratterizzato la vita italiana negli ultimi decenni. Non si tratta di semplici proclami, ma di una precisa azione politica che mira a sostituire con persone amiche i vertici di importanti enti culturali.

Non sono mancate discutibili e quasi umoristiche rivendicazioni di appartenenza, come quella del ministro per i beni culturali e ambientali Gennaro Sangiuliano che ha dichiarato che “Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri: la destra ha cultura, deve solo affermarla”.
Al di là degli anacronismi e lasciando perdere il passato (in cui indubbiamente si possono individuare persone di cultura che avevano posizioni politiche di destra), è legittimo chiedersi se oggi esistano esponenti di una cultura di destra e, in caso affermativo, in cosa essa consista.

Mi sono imbattuto in una possibile risposta a tale domanda, qualche giorno fa, quando casualmente mi è capitato di leggere un articolo di Marcello Veneziani.
Credo che Veneziani sia unanimemente considerato un intellettuale di destra e quindi il suo pensiero dovrebbe essere abbastanza rappresentativo della cultura cui appartiene.
L’articolo in questione è stato pubblicato inizialmente su La Verità il 24 giugno 2023 ed è poi stato riportato sul sito personale di Veneziani. Già il titolo dell’articolo colpisce: “Quando la scienza diventò tiranna”. Chiunque si interessi di scienza non può che rimanere incuriosito e morire dalla voglia di sapere quando questo clamoroso evento si sarebbe verificato. Poiché, in genere, i titoli non sono decisi dall’autore, non lo imputiamo a Veneziani, non lo commentiamo ulteriormente e ci concentriamo invece solo sui contenuti del pezzo.

L’articolo è un omaggio postumo a Giuseppe Sermonti (1925-2018). Nato a Roma nel 1925, laureato in agraria e biologia, Sermonti ha insegnato genetica presso le Università di Palermo e di Perugia. Ha compiuto ricerche nel campo della genetica e ha ricoperto significativi ruoli in diverse istituzioni scientifiche. Tutto questo fino al 1986, quando ha abbandonato la ricerca scientifica per dedicarsi all’attività di saggista. È stato autore di numerosi testi e saggi di riflessione critica sulla scienza moderna. Ha inoltre scritto opere dedicate all’analisi naturalistica delle fiabe e alcune commedie da tavolo (recitate cioè da interpreti seduti attorno a un tavolo).

In tutta la sua opera di saggista, Sermonti si è impegnato in una critica, talvolta feroce, alla scienza moderna e in particolare alla teoria dell’evoluzione biologica.
Secondo Veneziani, Sermonti sarebbe stato un baluardo contro la concezione dominante che vede “la scienza come fede assoluta, la tecnica come regina del mondo, il vaccino come battesimo della nuova religione. E dall’altra la cancellazione di ogni riferimento religioso, umanistico, politico e civile, storico e culturale”.
Già simili affermazioni non fanno molto onore a Veneziani. Sarà anche un illustre intellettuale, ma denota una forte incultura scientifica. Quando mai la scienza è stata una fede assoluta? La scienza è quanto di più antidogmatico l’umanità sia mai riuscita a costruire: all’interno di essa è infatti bandito ogni principio di autorità. Ed è sufficiente anche una sua conoscenza superficiale per rendersene conto. Conoscenza che però Veneziani evidentemente non ha. Concediamo pure a Veneziani la predominanza della tecnica nel mondo moderno (la stessa che gli consente, tra l’altro, di possedere e gestire il suo sito web e di essere ampiamente presente sui social media), ma quale sarebbe la religione di cui il vaccino rappresenterebbe il battesimo? Qui non c’entra la religione: i vaccini salvano vite, che piaccia o no al nostro autore.

Ma, non pago, Veneziani arriva al punto di affermare che “la scienza si fa ideologia, superstizione e la tecnica modifica il mondo, la natura, l’umanità, si fa strumento di controllo capillare e mezzo di profitto globale”.
Sermonti, secondo Veneziani, fu uno dei primi a parlare di scientismo agli inizi degli anni Settanta. Dove sia lo scientismo che tanto preoccupa Veneziani non è però dato sapere. Da decenni, infatti, la ricerca scientifica in Italia è maltrattata, i finanziamenti nel nostro paese scarseggiano, gli insegnamenti scientifici nelle scuole sono trascurati e un giovane che vuole intraprendere una carriera scientifica deve affrontare mille difficoltà e sacrifici.
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In ogni caso Sermonti non si limitò a parlare di scientismo che, ammesso che esista, rappresenta certamente una ideologizzazione della scienza. Purtroppo Sermonti rivolse le sue feroci critiche proprio alla scienza. Nel suo libro Dimenticare Darwin, del 1999, ad esempio, scriveva:
“Ricordo una sera, mi aggiravo tra i banchi dell’aula vuota e chiedevo a me stesso: “Perché insegno Genetica? Perché insegno la Scienza? Insegno qualcosa a cui non credo, anzi insegno il contrario di ciò a cui credo”. La scienza non ci aiuta a conoscere la realtà, anzi si adopera ad insegnarci che la realtà non conta, valgono solo alcuni principi astratti che l’uomo della strada non può comprendere, non può vivere. La scienza non si rende neppure utile. Essa riversa i suoi prodotti sulla società, crea necessità artificiali che coincidono con ciò che essa sa produrre”.

Sorprende abbastanza che chi ha scritto certe cose abbia ricoperto una cattedra universitaria scientifica. Ma non è finita. Sermonti, infatti, arriva al punto di rinnegare anche il metodo sperimentale, pilastro della scienza moderna, quando, nello stesso volume, afferma: “Il metodo sperimentale equipara l’attività tecnica a quella conoscitiva, inaugurando così un equivoco esiziale per la scienza”.
Ma per Veneziani, Sermonti è l’eroe che con “quell’aria da attempato spadaccino, un po’ d’Artagnan, un po’ cardinale Richelieu”, “si ribellò ai dogmi”. E, in particolare, si ribellò ai dogmi “dell’evoluzionismo, del progressismo scientifico e del determinismo tecnocratico”.

Riguardo all’evoluzione è bene ricordare che essa non è affatto un dogma, ma semplicemente la migliore teoria interpretativa che l’umanità abbia saputo concepire relativamente ai sistemi viventi. E non si tratta certo di un’assunzione a priori, ma di una conclusione cui si è giunti dopo anni e anni di osservazioni sperimentali e di analisi di montagne di dati. Non a caso, un illustre collega genetista di Sermonti, Theodosius Dobzhansky (1900-1975), ebbe a dire: “Nulla in biologia ha senso, se non alla luce dell’evoluzione”.

Dopo aver ricordato diverse altre opere in cui Sermonti si scagliava contro la scienza e il progresso, Veneziani afferma: “Sermonti aprì la scienza ad altri universi spirituali: il confronto con l’anima e l’anima mundi, con l’alchimia e la scienza sacra. Sostenne l’origine sacra e simbolica di molte scoperte tecnico-scientifiche, solo successivamente usate a scopi pratici e utilitaristici, ripensò alla scienza che è oggi ‘la prima religione che pretenda di far proseliti vantando i propri benefici anziché la propria verità’”.

Peccato che le aperture auspicate da Sermonti e da Veneziani rappresentino quanto di peggio si possa verificare nella scienza: se nella scienza nascono infatti derive metafisiche non ne nasce nulla di buono. Lo stesso scientismo, vituperato da Sermonti e da Veneziani, ha questa origine. Riguardo poi i presunti proseliti fatti dalla scienza “vantando i propri benefici anziché la propria verità”, si tratta di una distorta concezione della scienza, erede di una visione crociana che riconosceva solamente “li belli comodi della scienza”, negandole però ogni valore conoscitivo. Concezione che derivava ancora una volta da una mancata conoscenza di cosa sia veramente l’impresa scientifica.

Veneziani conclude poi il suo articolo infierendo ancora contro il presunto scientismo dominante la nostra epoca:
“Lo scientismo denunciato da Sermonti più di mezzo secolo fa è ancora in auge, anche se con altro nome. Anzi, vige oggi più di ieri, nella forma del tecnoscientismo, tra l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e le manipolazioni genetiche; lo sperimentiamo ogni giorno; la stessa pandemia fu un’esercitazione di massa, una prova generale. Conforta sapere che ci furono e ci sono scienziati che non riducono il tutto a una parte, il mondo a un’ideologia fanatica, la vita a un caotico e casuale intreccio di particelle, che possiamo alterare secondo i desideri. Ma riconoscono una forma, un ordine e un senso alla vita, ai suoi limiti e al suo sacro mistero. Sermonti, il biologo che poetava sull’universo”.

Che certe conquiste della scienza e della tecnica non piacciano a Veneziani è questione di gusti. È piuttosto singolare però che anche lui ne benefici abbondantemente. Che poi la pandemia sia stata “un’esercitazione di massa e una prova generale”, beh… ogni lettore potrà esprimere il suo giudizio. Viene solo spontaneo chiedersi se Veneziani si sia vaccinato e, nel malaugurato caso in cui si fosse ammalato di Covid, se si sarebbe rivolto ai medici o ai cultori di alchimia e di scienza sacra.

Quello che emerge dall’articolo di Veneziani, in definitiva, è un rifiuto tout court della scienza intesa come strumento per conoscere il mondo. E si capisce abbastanza chiaramente che questo rifiuto nasce perché la descrizione che la scienza fornisce del mondo non coincide con i desideri di Veneziani. Appare infatti evidente che all’autore piacerebbe invece crogiolarsi nel mistero, nel senso del sacro e nell’illusione di un ordine cosmico che la scienza inesorabilmente smentisce.
Non sfiora però minimamente la mente di Veneziani che la scienza abbia come obiettivo principe il rispetto dei fatti. Secondo la visione di Veneziani (e del suo eroe Sermonti), se i fatti non piacciono basta semplicemente negarli. E coloro che fanno notare che i fatti non si possono negare sono additati come dogmatici, accecati dall’ideologia scientista.
Che dire? Se questa è la cultura di destra, ci aspettano tempi molto bui.

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Foto 2: Marcello Veneziani



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