Il concetto di libertà nell’epoca del capitale umano

Mentre a sinistra si snobbano parole come “ideologia” e si invita al pragmatismo, i neoliberisti hanno capito molto bene che la lotta per l’egemonia sociale ed economica passa anche per l’egemonia ideologica, riuscendo per esempio a convincerci che non c’è più lotta di classe, perché non ci sono più le classi: siamo tutti imprenditori! Anzi, tutti capitalisti! E se un migrante affoga nel mare di Sicilia, è un imprenditore che ha fatto male i suoi calcoli…

Marco d'Eramo

Nel numero di MicroMega in edicola e libreria Marco d’Eramo racconta come il neoliberismo abbia vinto non solo la guerra economica, ma anche quella ideologica. Ne pubblichiamo un estratto.

Del neoliberismo abbiamo un’idea approssimativa, grossolana. Ci pare una forma estrema di fede nel mercato, come se i neoliberisti fossero semplicemente integralisti del mercato. Ma il neoliberismo non è solo questo: ha vinto perché ha prodotto una visione complessiva del mondo, cambiando completamente le coordinate del discorso. Noi pensiamo secondo categorie dentro cui loro ci hanno convinto a pensare. In ciò consiste la parte più dura della sconfitta. Perché il neoliberismo ha compiuto una vera e propria operazione di conquista dell’egemonia.

Per il liberalismo classico alla Adam Smith l’istituzione originaria della storia umana, il perno centrale della società è il mercato, esistente sin dall’inizio dei tempi sotto forma di baratto: per Smith il baratto originario costituisce un po’ quello che per le religioni è l’Eden, lo stato dell’umanità nella sua innocenza. Per il neoliberismo invece la categoria fondamentale e fondante della storia e della società umana non è il mercato, bensì la concorrenza. E a dispetto di quanto si potrebbe pensare, mercato e concorrenza non sono affatto la stessa cosa. Il mercato (come attività di compravendita) presuppone un’equivalenza tra chi acquista e chi vende, presuppone una forma generica di eguaglianza; la concorrenza invece si basa sulla diseguaglianza, perché anche se all’inizio i concorrenti fossero alla pari (cioè uguali), l’esito della concorrenza è sempre che uno vince e uno perde, cioè la concorrenza non può non sfociare nella diseguaglianza. Ecco perché il termine “competizione” è più preciso del termine “concorrenza”: la competizione rende più chiaro che l’esito prevede un vincente e un perdente. La competizione non solo crea diseguaglianza, ma non esiste senza la diseguaglianza.

Il neoliberismo ha quindi posto la diseguaglianza come condizione fondamentale di esistenza della società umana: se non c’è diseguaglianza non c’è efficienza economica, perché non c’è competizione. Per misurare l’entità della sconfitta della sinistra, e quanto abbiamo introiettato le categorie del neoliberismo, basti pensare all’annosa discussione su “come conciliare equità ed efficienza”, dando così per scontato che esse siano contrapposte.

Ma la questione è ancora più complessa, perché cosa significa dire che competizione e concorrenza sono alla base della società umana? Chi è il soggetto che compete? Sono le imprese. Quindi se la società umana è basata sulla concorrenza, se l’individuo è definito in quanto competitore, ognuno di noi è un’impresa! Nella visione neoliberista ognuno di noi è imprenditore. E se una persona proprio non ha nulla, è comunque imprenditrice di se stessa.

[…]. Non c’è più lotta di classe, perché non ci sono più le classi: siamo tutti imprenditori! Anzi, tutti capitalisti! Se un migrante affoga nel mare di Sicilia, è un imprenditore che ha fatto male i suoi calcoli ed è andato in bancarotta!

È un terreno scivolosissimo: questa formulazione apparentemente teorica diventa immediatamente concreta, si traduce immediatamente in politiche del lavoro. Non resta lì come teoria, a livello astratto, ma lavora nella pratica. Diventa una filosofia generale.

[…]. Ma dobbiamo per forza vivere in un mondo in cui siamo tutti piccoli imprenditori spiantati, debitori sempre al limite dell’insolvenza, analfabeti liberamente resi tali dai nostri genitori, schiavi del mercato e di noi stessi? Deve essere per forza così? Tutto ciò è ineluttabile?

Il fatto che ci sia una storia umana dimostra che il determinismo non è totale. Se i giochi fossero totalmente determinati, i potenti di un dato momento resterebbero potenti per sempre perché per definizione i potenti sono più forti dei loro sottoposti. Ma questo non vuol dire che sia semplice togliere loro il potere. Vuol dire solo che un varco, un piccolo varco c’è, anche se potrebbe sorgere il sospetto che l’età delle rivoluzioni sia finita.

Fa strano a dirlo, ma le rivoluzioni vittoriose non sono state frequenti: nella storia umana sono state l’eccezione, non la regola. […]. Il fatto che da 60 anni non vi siano più rivoluzioni di sinistra (e da 40 anni rivoluzioni tout court: le primavere arabe del 2011 sono state represse nel sangue) è solo un’interruzione temporanea, di qualche decennio, dell’era rivoluzionaria, oppure l’età delle rivoluzioni è finita? Non lo so. Ma non bisogna essere fatalisti. Per due ragioni.

La prima è che 70 anni fa i neoliberisti si nascondevano sotto terra, erano catacombali, quasi clandestini. Erano assoluta minoranza: all’epoca gli economisti erano tutti keynesiani ed era lo Stato sociale ad avere l’egemonia. Ma da allora, e per 50 anni, i neoliberisti hanno messo in piedi una strategia determinata e con molta perseveranza hanno conquistato l’egemonia. Hanno lottato, con tutti i mezzi, anche quando sembravano irrimediabilmente minoritari. E ciò significa che forse se anche noi ricominciassimo a lottare…

La seconda ragione per non essere pessimisti è che l’ideologia che ci stanno propinando non ci offre nessun futuro. Non è un’ideologia di speranza. A differenza di tutte le altre religioni, non offre nessun paradiso, nessuna salvezza, brandisce solo la minaccia della bancarotta e della rovina. […]. Pensate all’ambiente: ogni giorno ci sottraggono il futuro del nostro pianeta.

[…]. L’unica certezza è che non è dai parlamentari che dobbiamo aspettarci un futuro o un miglioramento: tutte le riforme del mondo hanno sempre avuto un’origine extraparlamentare. Tutt’al più i parlamenti hanno finito col ratificare a malincuore misure che gli erano state imposte dalla piazza, dagli scioperi, dai “tumulti” per usare il linguaggio di Machiavelli. Quando sono stati costretti a non ratificare più soltanto i desiderata delle élite, dei potenti. Non c’è una sola buona legge nella storia umana che sia nata per iniziativa autonoma dei deputati. Quindi il conflitto è necessario e dobbiamo re-imparare a coltivarlo e a farlo crescere, oltre che ad apprezzarlo. Si confligge però con un avversario e oggi è molto più difficile individuarlo: è questo che rende complicata la faccenda. Il problema di oggi è che non c’è il Palazzo d’Inverno. Non c’è nessuna Bastiglia. Che facciamo, assaltiamo la sede della Coca Cola ad Atlanta, o quella della Apple a Cupertino? Persino la borsa di New York di fatto non si trova più a Wall Street, ma in immensi capannoni climatizzati nel New Jersey dove calcolatori ultrapotenti macinano miliardi di operazioni speculative al secondo: così anche il movimento Occupy Wall Street appare già adesso teneramente anacronistico, perché non c’è più nessuna Wall Street da occupare.

[L’estratto qui pubblicato corrisponde al 19% del testo integrale pubblicato in MicroMega 5/2021]



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