Mare monstrum. Dov’ѐ il dio dei migranti e dei bambini?

Che senso ha dire, come fa il direttore di “Civiltà Cattolica”, che la tragedia dei migranti ha “precise responsabilità assolutamente umane”, se non se ne indicano i precisi responsabili?

Michele Martelli

Ad Antonio Padellaro, che, in riferimento ai barconi di migranti che continuano ad affondare nel Mare Nostrum, gli aveva chiesto: «Se Dio è davvero infinita bontà, perché permette tanta sofferenza nel mondo che ha creato?», Antonio Spadaro S.J., direttore della “Civiltà Cattolica” ed esimio cyberteologo fornisce due risposte (“Il Fatto quotidiano”, 29/12/2021, p. 21). Innanzitutto, lungi dal portare «Dio in tribunale», occorre chiedersi non «dov’era Dio?», ma «dov’era l’uomo», individuando le responsabilità umane, e non divine, della tragedia dei migranti: l’uomo è libero, non «un pupazzo, una marionetta» di Dio, il quale «permette» non la sofferenza, ma la nostra libertà che della sofferenza è la causa. In secondo luogo, Dio «sa» e soffre con noi, inchiodato «sulla Croce», simbolo di «quell’ingiustizia e quel dolore atroce» di cui sono vittime i migranti.

La prima mi pare una non-risposta. Se nelle nostre scelte tutto dipende dall’uomo, e non da Dio, delle due l’una: creando l’uomo, Dio, l’Onnipotente, o non sapeva quello che faceva o sapeva. Se non sapeva, è un Dio imprevidente e irrazionale, che gioca col mondo e le sofferenze umane: un’ipotesi mitologica, se non diabolica. Se sapeva, allora è coinvolto in quello che l’uomo fa o non fa. E da qui nasce il problema dell’inconciliabilità tra prescienza divina e libertà umana. Se Dio ha previsto che io muoverò il piede sinistro, allora muoverò il destro, e viceversa, come argomentava l’umanista Lorenzo Valla in un suo celebre dialogo[1]: il che significa che se Dio è infallibile io non sono libero, cioè sono una «marionetta» nelle sue mani; se invece sono libero, Dio non è infallibile, cioè Dio non è Dio. Insomma la teodicea è «la morte, il buco nero della teologia»[2].

Ma poi, ammesso che siamo tutti liberi, che senso ha dire che la tragedia dei migranti ha «precise responsabilità assolutamente umane», se non se ne indicano i precisi responsabili? I migranti sono liberi o di soffrire e morire nei loro paesi d’origine, a causa di inedia, povertà, terrorismo e conflitti, o di fuggire, affrontando l’odissea di «lager» e barconi. I gruppi finanz-capitalisti, appoggiati dai loro apparati statali, sono liberi di arricchirsi smisuratamente, derubando quei paesi delle loro risorse nazionali, promuovendo caos e guerre distruttive, e gettando nella disperazione gli strati sociali più umili. La libertà dei primi non equivale alla libertà dei secondi. Perché non denunciarlo? Se non si può portare Dio in tribunale, imputandolo di tutto il male del mondo, cosa che, pensando ad Auschwitz, fa Wiesel nel Processo di Shamgorod,[3] allora almeno portiamo gli esponenti di quei gruppi davanti al tribunale dell’opinione pubblica. O a quello dell’Aia.

Inoltre, i migranti annegano in mare sì prevalentemente per precise responsabilità politiche ed economiche, ma anche, secondariamente, per cause naturali, il che farebbe del Mare Nostrum un Mare Monstrum. La Natura è stata creata prima dell’uomo. Dio, che è Somma Bontà, perché non l’ha creata per noi meno mostruosa e pericolosa? Perché, come scrive Hume, non ha costruito la nostra casa in modo più congruo e meno «rozzo», con meno «inconvenienti e difetti», come fa qualsiasi bravo architetto[4]? Ritorna, aggravato, il dilemma di prima: Dio o non voleva, e allora non è Somma Bontà, o non poteva, pur prevedendo l’ingrato futuro, e allora è impotente. All’impotenza di Dio qui farebbe riscontro la presunta onnipotenza di certa tecno-scienza al servizio del profitto capitalista, sul cui conto va lo stravolgimento della natura, con gli inevitabili disastri eco-ambientali.

Altrettanto insoddisfacente mi pare la seconda risposta di Spadaro. A parte il radicale antropomorfismo del Dio che soffre con noi sulla Croce, un tale Dio sarebbe totalmente impotente di fronte al Male del mondo che lui stesso ha creato e originato. Anche qui delle due l’una: o Dio è l’Onnipotente creatore, come recita il «Credo» cattolico, e quindi è anche causa del male, o è impotente, e quindi il mondo è increato, essendo in tal caso Dio un’ipotesi superflua, inutile. Non se ne esce. Il Dio sulla Croce, si obietta, rimanda però al Dio Caritas, al Dio Amore. Ma se il Dio che soffre come noi e con noi, perché ci ama, cioè il Dio cristologico, che però è impotente ad alleviare o evitare la sua e la nostra sofferenza, qui e ora, che Dio è se non un dio umano troppo umano, proiezione immaginaria dei nostri limiti e imperfezioni? Anzi, non sarebbe egli paradossalmente persino inferiore a noi, a Homo sapiens, che con scienza, medicina e sanità, faticosamente provando e riprovando, è riuscito a lenire e almeno in parte a sconfiggere il dolore e la sofferenza? Ed è ciò che accade anche oggi con la lotta al Covid, seppure con le inaccettabili diseguaglianze tra ricchi e poveri, metropoli capitaliste e paesi del Terzo Mondo.

Come già da sempre emerso da guerre, genocidi e disastri naturali, l’enormità del male del mondo è tale che colpisce indifferentemente colpevoli e innocenti, travolgendo con sé milioni di bambini. Perché? Neppure papa Francesco lo sa. Nella conversazione a distanza su L’amore prima del mondo, citata da Spadaro, il papa, su domanda di Williams, un bambino americano di 7 anni, risponde di non sapere «perché i bambini soffrano. Per me è un mistero. Non so dare una spiegazione»; non mi resta che «il silenzio» o le «lacrime». Qui la sofferenza è l’indice del male morale e naturale. Se dunque il male è un mistero indicibile e inspiegabile, non ne segue che la fede si riduce al «credo quia absurdum» di Tertulliano, un assurdo insondabile che nemmeno la cyberteologia pioneristica di padre Spadaro riesce forse a scardinare[5]?

In ogni caso, l’amore, la carità, la compassione non bastano: alleviano momentaneamente la sofferenza, ma ne lasciano immutate sia le cause naturali sia quelle storico-sociali, le quali ultime, come accade oggi, nella fase capitalistica di Antropocene, sconvolgendo l’ambiente, aggravano ulteriormente le cause naturali. Non si può ridurre la sofferenza senza un cambiamento radicale degli attuali rapporti di potere, e cioè senza una politica globale che limiti drasticamente il saccheggio antiecologico delle risorse naturali, che avvii lo sviluppo autonomo dei paesi coloniali e neocoloniali, che persegua ovunque la giustizia sociale contro le diseguaglianze di classe, che protegga la vita e il benessere dei popoli con un efficace welfare state a difesa soprattutto dei più fragili e dei più deboli, i bambini in primis. Certo, un programma immane. Ma hic Rhodus hic salta.

NOTE

[1] Lorenzo Valla, Dialogo intorno al libero arbitrio, in Id., Scritti filosofici e religiosi, a cura di G. Radetti, Sansoni, Firenze, 1953, pp. 263-266.

[2] Paolo De Benedetti, Riletture ebraiche: dal midrash a Jonas, in AA.VV., Male, Bibbia e Occidente, a cura di P. Lombardi, Morcelliana, Brescia, 2000, pp. 117-118.

[3] Elie Wiesel, Il processo di Shamgorod così come si svolse il 25 febbraio 1649, tr. it. di D. Vogelmann, La Giuntina, Firenze, 19984.

[4] David Hume, Dialoghi sulla religione naturale, Parte XI, tr. it di M. Dal Pra, Laterza, Bari, 1963, pp. 100, 104-105.

[5] Antonio Spadaro, Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete, Vita e Pensiero, Milano, 2011; vedi anche Che cos’è la cyberteologia? | CyberTeologia.

 

(credit foto ANSA/ GABRIELE GIANNONE)



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