La libertà degli “spatriati”. Conversazione con Mario Desiati

Letterature e vite, linguaggi e personaggi, inquietudini e ricerca di sé. Un'intervista con lo scrittore vincitore del Premio Strega 2022.

Elettra De Salvo

(da MicroMega+, 4 febbraio 2022)

Ho incontrato Mario Desiati in un Café del centro di Berlino un grigio pomeriggio di dicembre. Ma non ci siamo rimasti molto. Mi ha chiesto di portarlo in quel cimitero ebraico nelle vicinanze di cui gli avevo appena raccontato.
Un quarantaquattrenne curioso, vigile, inquieto. Al contempo un sensibile, gentile e pacato interlocutore con cui discutere piacevolmente sulle proprie esperienze, su percorsi e linguaggi personali e collettivi.

Anima spatriata anche tu, mi ha scritto come dedica nel suo libro “Spatriati”, edito da Einaudi, romanzo che ho apprezzato in particolar modo e che mi ha fatto mettere in atto finalmente ciò che da anni, dopo aver letto “Il paese delle spose infelici” e “Candore”, volevo realizzare, ovvero incontrarlo per porgli una serie di domande sul suo lavoro e sul suo pensiero, pronte nella mia mente da tempo. E ho approfittato di un suo ulteriore soggiorno nella capitale. Desiati è stato scelto come primo writer in residence, all’interno del ciclo “Dislocazioni”, un’iniziativa dell’Istituto italiano di Cultura di Berlino.

Ciò che segue è il risultato di una piacevolissima chiacchierata su letterature e vite, anche le nostre, su linguaggi e personaggi, su paesi e città, tra un succo di frutta e un tè allo zenzero e in seguito tra sentierini e tombe solitarie, tra lapidi scolorite e folte edere nel cimitero ebraico di Schönhauser Allee.

Impossibile, Mario, non partire dal titolo del tuo ultimo libro, titolo da cui noi italo-berlinesi – ma ovviamente anche altri expat in tutto il mondo – siamo estremamente attratti. “Spatriati”, questo aggettivo derivato da un participio passato, non intende definire solo chi è espatriato, ma si riferisce a molto altro, almeno nel dialetto pugliese, a cui sei molto legato. E infatti in realtà si dovrebbe scrivere e pronunciare con una schwa finale, dico bene?

In dialetto martinese è scritto proprio così spatriètə, ed è una parola che non cambia né col maschile, né col femminile, né col singolare, né col plurale. Come tutti gli aggettivi, la schwa era usata in molti dialetti meridionali. Oggi fa una certa impressione in tempi di dibattito sulla inclusività della lingua. Spatriato è un termine che raccoglie diversi significati, oltre a quello di essere andato via. Sta anche per irregolare, vagabondo, ramingo, balordo, sparito, ucciso, sciatto, interrotto. Potrei continuare a lungo, perché da quando è uscito il romanzo, molti lettori pugliesi mi segnalano nuove sfumature di quella parola. Di certo lo spatriato è colui che è fuori da un’idea comune, da una convenzione. Credo che molte siano le anime spatriate, alcune felici di esserlo, altre tormentate.

Forse è una conditio sine qua non per tutti gli scrittori, cioè quell’urgenza dettata da una inquietudine personale, una particolare instabilità e incertezza esistenziale, anzi proprio da demoni interiori da gestire, indispensabili per creare e scrivere. Insomma, bisogna essere spatriati in qualche modo, no? Penso a Leopardi, a Svevo, con le dovute differenze persino a un Thomas Mann, in apparenza tutelato dall’assetto borghese conservatore di inizio ‘900, rivelandosi invece fragile protezione, e infine a un Robert Walser, tra i tuoi preferiti.

Senza inquietudine non ci sarebbe la letteratura, i demoni vanno tenuti in considerazione. Quando ero giovane avevo come motto “Ama il tuo demone”. Oggi penso sia molto pericoloso, non bisogna lasciarsi travolgere, altrimenti si perde la chiarezza della scrittura. Quanto citi Mann, mi hai fatto pensare a un testo di Furio Jesi tratto da “Germania Segreta”, dove ai tempi della Montagna Incantata nella cultura tedesca era avvenuta una divinizzazione esorcistica del demone, col rischio di riflettere i propri mali nelle sembianze di un mito. Un testo attualissimo.

In Spatriati Francesco e Claudia, naviganti a vista nei territori incerti d’Europa, nella Londra o Berlino della vostra generazione easy-jet di 30-40enni in cerca di identità professionali e sessuali non allineate e coatte, alla fine tornano alle loro origini geografiche e culturali, in Puglia, in terra natia, quella delle tradizioni, dei riti, delle convenzioni…

In realtà ritorna solo Francesco, anche se poi il suo ritorno assomiglia a un sabotaggio. Invece Claudia trova in Berlino il suo posto nel mondo. È una città che le somiglia perché è un luogo dove si riescono a fare le cose, si riesce a ricominciare sempre dopo un fallimento. Non è così dappertutto.

Certo, tuttavia la Madrepatria costituisce un richiamo ricorrente, un “ricatto” che graffia con i suoi ti cito artigli acuti lo spatriato desideroso di evadere.

La Puglia, Martina, i nostri cieli hanno queste maledette unghie affilate che ti artigliano, non si può andar via senza graffi. L’immagine dei cieli pugliesi che lasciano graffi mi è stata ispirata da una lettera scritta da Franz Kafka a Oskar Pollak nel 1902, in cui Praga viene paragonata a una matrigna con gli artigli. Direi che non c’è nessuna madre patria che chiama, è più qualcosa di interiore che di esteriore.

Quindi che definizione dai tu di patria? Cosa è per te? La terra, il sangue, la lingua?

Quella a cui alludi è la patria dei dizionari. Ma credo che esista una patria di idee dominanti all’interno di un tempo storico e di una civiltà. Patria è un luogo con dei confini dentro cui ci sono le nostre radici e le nostre origini.

Ti cito nuovamente: “Platone, l’uomo è un albero capovolto, ha le radici in cielo”… “Io mi sento come il limone di casa tua, ce l’ho ben piantate qui”… “Ho tagliato le radici, sono un tronco pronto a germogliare”… Sono stralci di un dialogo tra Francesco e Claudia, due nature ed esigenze agli antipodi. Fai parlare di radici i tuoi protagonisti, quando in realtà la loro, la tua, secondo Zygmunt Bauman, è una generazione che non mette radici, come la mia negli anni ‘70-’80, ma getta àncore e poco dopo le leva alla conquista di nuovi porti: Berlino, Londra, Barcellona.

Cito Amin Malouf e la sua distinzione tra radici e origine. Le radici a un certo punto vanno tagliate, perché trattengono e non permettono di essere liberi. Mentre l’origine è un carattere che si porta sempre appresso, è da dove siamo venuti, ma senza lacci e catene che tengono. È quello che succede a Claudia e Francesco, l’una ha tagliato le radici, l’altro non è sicuro fino in fondo di esserne in grado.

Essere spatriati può essere anche un plusvalore, un arricchimento, perlomeno un’apertura.

Non lo so. Posso parlare per me. Da quando ho contezza di esserlo vivo meglio.

“Il viaggio è vero se c’è anche un ritorno”, scrivi, citando Heidegger. Mi ha ricordato una frase di Novalis a me molto cara: “Wohin gehen wir? Immer nach Hause?”. Dove siamo diretti? Sempre verso casa…

O forse cerchiamo UNA casa invece che LA casa.

I cosiddetti cervelli in fuga sono stati spesso considerati dei traditori, c’è chi dice: chi espatria è un disertore….

… i disertori in una guerra possono essere anche degli eroi se disertano un’armata di sanguinari.

Assolutamente, la Storia ce lo dimostra in molte occasioni… Interessante e determinante nel romanzo è il rapporto del protagonista con la religione e la spiritualità della sua terra d’origine, con tutti i riti, i precetti, le convenzioni locali… “la religione che si impara da bambini influenza la spiritualità di tutta la vita”, scrivi. Una presenza scomoda di cui liberarsi?

Non sono d’accordo con questa lettura. Nessuno di loro vuole liberarsene, anzi. I protagonisti di Spatriati la rivivono in un’ottica nuova; il cristianesimo di Francesco è un po’ estetizzante e paradossalmente proprio i precetti e le tonache, le sacre scritture e la partecipazione ai riti gli permettono di liberarsi.

Poi, per contrapposizione, scrivi di altre ritualità, c’è il corpo invadente, il sesso molesto che non ti lascia in pace, l’erotismo ambiguo, l’amore incerto, i riti della sessualità che pervade tutte le pagine. Un tema difficile da affrontare con autenticità e profondità per raccontare anche la crudeltà insita all’Eros. Invece tu lo fai e ci riesci.

Non lo so se ci sono riuscito. Abbiamo lavorato molto e tagliato un sacco di pagine. Francesco dentro di sé blandisce il godimento di chi ha fatto voto di castità che immagina celato in una coltre misteriosa di masturbazioni e polluzioni notturne, ma asettico, senza odore, senza sudore, senza contatto. Così com’è in fondo il suo amore per Claudia.

Berlino, capitale sin dagli anni 20 della trasgressione tout court, la Berlino dei club come Berghain o KitKat, tutt’altro che inodori e privi di contatti, in questo senso ti è venuta incontro. Hai, diciamo così, trovato pane per i tuoi denti di scrittore.

Per me non sono trasgressioni, piuttosto esiste un elemento rituale che mi interessa vivere e raccontare quando è possibile. Il rito a volte canalizza e rende accettabili delle pulsioni e delle energie insopportabili. Inoltre i riti sono il segno di una frontiera varcata, si celebra il passaggio. Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di un gesto simbolico per realizzare il passaggio da uno stato ad un altro.

Riti e passaggi in “Spatriati” se ne incontrano tanti: fluidità amorosa dei personaggi, un consumismo affettivo sempre in cerca di stimoli forti, coinvolgenti, alle volte solo accennati… la bisessualità, la transessualità… ovvero che ogni forma di libertà sessuale è considerata una sovversione dell’ordine sociale, insomma libertà incerta e sofferta, degna di un vero spatriato.

Credo che cambi per ogni anima. Non esiste una regola generale. Sicuramente nella letteratura c’è un’idea di mondo e bellezza, anche se a volte rischia di essere una disgrazia per chi la vive. Inventare storie è anche inventare menzogne, stendere castelli di cristallo tra sé e le proprie ossessioni. Se il reale non basta c’è lo scenario fantasticato, la voglia del bel sognare è anche la voglia di scrivere e l’inclinazione a mentire.

È vero, mi fai pensare a Cechov: inventare storie che nella realtà non si potevano realizzare, era la sua salvezza. Eppure Francesco non fa che amare e desiderare concretamente Claudia, rimanendole fedele in senso classico.

È un amore senza insegne, un amore spatriato, anche quando vivranno altre relazioni, resterà sempre un filo. È un amore ingiudicabile perché sono due persone fluide, completamente, e anche po’ kinky. L’unica forma di amore che ho sentito davvero mia nella vita.

Oltretutto attraverso il romanzo metti in discussione molti aspetti della mascolinità e della cultura patriarcale. Abbiamo bisogno di interrogarla ancora e ancora e di opporci ad essa.

Io sono frutto di quella cultura e ci sono cresciuto dentro. Il mio patriarcato interiore, inteso come modelli e come visione, fa ancora danni. Francesco capisce che rinunciando alla presunta protezione del patriarcato diventerà più libero. Vorrei averlo capito prima anche io.

Probabilmente gli uomini della tua generazione sono tutti ancora in grande difficoltà.

Alla resistenza di molti schemi patriarcali segue un orizzonte di speranza, fatto di una società di ragazzi che sono cresciuti in un altro contesto, che sapranno meglio di noi, renderla più giusto.

Mi ha colpito molto l’importanza che attribuisci al corpo che balla, alla danza che scuote, felice o disperata che sia, a Berlino come in Puglia, terra che ha saputo conservare la tradizione e la sacralità di “un rito più antico della religione” – parole tue – molto più che altrove in Italia.

Spesso si pensa che si balla solo quando si è felici. Ma a volte è necessario farlo anche nei grandi lutti. Ci sono energie che meritano di uscire dal corpo in un modo che ci renda più umani e non ci faccia travolgere o annichilire.

La letteratura, scrivi, “è corpo vivo, è carne, non consolazione, ma passione e dubbi”, ce lo restituisce inesorabilmente ogni tuo libro. Non c’è altra possibilità autentica e onesta, credo, per lo scrittore come per il lettore.

Ti parlo da lettore. Nei romanzi non cerco consolazioni, non cerco conferme alle cose che penso, ma cerco uno spostamento dello sguardo sulla realtà che avevo prima di cominciare il viaggio.

Hai soggiornato più volte a lungo a Berlino. Qual è il tuo giudizio sulla capitale tedesca, magari a confronto con altre capitali europee importanti?

Spesso si confonde la gente che conosci nei club, nelle WG o nelle residenze artistiche con gli abitanti di Berlino. Errore che come tutti i novizi ho fatto da giovane. È il cuore dell’Europa di questi anni. l’Europa è un concetto molto impopolare in Italia, eppure da quando esiste nel vecchio continente non ci sono guerre. Non sono così cieco da non vedere tutto quel che non funziona, ma a Berlino sembra esserci davvero una civiltà multietnica che si è integrata meglio che altrove.

Berlino inoltre è una città dove i morti parlano e si sentono, nonostante sia una città piena di giovani e bambini, ma le ferite del Novecento non vanno via. Quando sei depresso qui la depressione la senti molto di più che altrove, c’è un peso nelle cose che non ho sentito altrove, quello stesso peso che dà consistenza alla felicità.

Oggi è un tema che ci siano molti romanzi italiani che parlano di Berlino. Credo sia un’onda e non una moda, è in qualche modo il centro culturale di questo pezzo di Occidente e ne siamo tutti attratti. Alcuni sono venuti a viverci, altri l’hanno lambita, altri l’hanno evitata dopo averla conosciuta.

Tu invece continui ad amarla. Hai dovuto quindi trovare anche un tuo rapporto con la lingua tedesca. Riferendoti a due delle tue protagoniste del romanzo, scrivi: “come se dismettere la (…) lingua fosse una muta biologica, un fenomeno che rinnova l’involucro della loro identità”. Nonostante sia stata bilingue sin da piccola, a me è successo proprio come hai scritto. Mi sembra anche a te, in parte…

Amo il tedesco ma lo parlo male, ammiro la precisione con cui descrive i sentimenti, mentre il dialetto è tutto sfumature, ambiguità, come la parola che ho usato per dare il titolo al romanzo e che nella traduzione tedesca sarà una sfida trovare.

Sì, una vera sfida. Invece non avrai problemi con i titoli dei vari capitoli del romanzo: dopo quelli in dialetto hai scelto certe parole tedesche, meravigliosamente composte, difficili da tradurre, come “sehnsucht”, che è solo simile al nostro nostalgia.

I titoli dei capitoli di solito sono tracce che servono al lettore a orientarsi nelle suggestioni dell’autore. Così ho usato il dialetto con i suoi significati sfumati e sghembi per dare un’idea del mondo da cui venivano Claudia e Francesco. E ho usato il rigore e la complessità delle parole tedesche che descrivono precisamente uno stato d’animo, per definire il mondo dove loro volevano approdare.

Le tue parole tedesche preferite?

Kopfkino, visto che di “film mentali” ho sempre vissuto da quando sono nato.

La lingua tedesca pare non conoscere l’ironia e l’autoironia, diventa ridicola e imbarazzante, non ne sa fare buon uso, almeno non di quella di casa nostra, spesso la fraintende.

Premetto che non sono un uomo ironico. Purtroppo lo sto notando al principio della mia senescenza. Però devo anche ammettere che di italiani autoironici ne ho incontrati pochi. Credo che molti pensino di essere ironici, ma non lo sono. L’ironia, poiché è una forma di dissimulazione, aderisce bene a una lingua dissimulatrice come quella italiana, ma se poi chi la parla non è ironico, è un bel guaio.

Sono molte le citazioni nel romanzo di testi e autori, alla fine dedichi il tuo libro soprattutto alla memoria degli scrittori della tua terra.

Sono cresciuto con delle scrittrici enormi che oggi nessuno conosce: Rina Durante, Maria Marcone, Claudia Ruggeri. Oppure altre dimenticate come Maria Corti o Maria Teresa di Lascia. Questo capitolo l’ho chiamato “La stanza degli spiriti”: è stato anche una dichiarazione d’amore.

…anche per Franco Cassano, da cui hai imparato ad andare piano… per dare un nome agli alberi: “A lui va il mio inchino a terra”, scrivi. Bellissimo!

È un pensatore che meriterebbe di essere conosciuto ancora di più. È stato decisivo il suo pensiero e la sua visione nel balzo che ha avuto a un certo punto la Puglia all’inizio degli anni Duemila. Oggi si sente la mancanza del suo sguardo, chissà cosa avrebbe scritto dopo la grande pandemia degli ultimi anni.

Bellissimo e commovente anche il rapporto con gli alberi della tua terra, gli ulivi, la loro storia e il recente passato disastroso richiamano al concetto di “pazienza, solo una forma di umanità”, scrivi a un certo punto.

In realtà parlano gli ulivi morti, le immense spianate salentine incenerite dalla Xylella. È abissalmente triste assistere alla morte di alberi millenari, piantati dai nostri antenati per noi, perché chi pianta un ulivo sa che i suoi frutti saranno raccolti dalle generazioni successive. È un modo di vivere e pensare oggi molto raro.

In conclusione, cambiando tema, mi incuriosisce la collana che stai curando per il Wieser Verlag di Klagenfurt, dall’insolito titolo “Europa erlesen”, una combinazione di erleben-vivere con lesen-leggere.

É una collana che esiste da molto tempo, ho solo avuto l’onore di curare tre volumi per loro e spero di farne altri. Si tratta di raccontare un territorio attraverso narratori e poeti che lo hanno descritto in uno dei loro testi. Ho cercato di coinvolgere autori italiani che non erano mai stati tradotti in tedesco, per esempio sull’antologia pugliese ci sono Alessandro Leogrande e Rina Durante.

Come è cambiato il rapporto tra scrittori e mondo editoriale dai tempi in cui tu eri impegnato in prima linea nella redazione di Nuovi Argomenti, poi alla Mondadori, e infine alla direzione editoriale in Fandango?

Vent’anni fa c’erano più scrittori nei comitati editoriali. Parlo ovviamente di scrittori che hanno una visione editoriale, hanno contezza delle cose che leggono, di quanto costa un libro e del lavoro che c’è dietro. Non tutti gli scrittori hanno questa visione, spesso ci sono quelli che promuovono all’editore con cui lavorano manoscritti di amici o scocciatori, ma in un comitato è sempre meglio avere uno scrittore con un suo sguardo e le sue letture.

Un suggerimento dei tuoi, sincero e appassionato, anche severo e crudele, per giovani scrittori.

In un’intervista a Enzo Siciliano, Alberto Moravia disse che la letteratura è un qualcosa di naturale. Lo scrittore è in grado di smaltire il lavoro, che costa, in una specie di perenne stato di grazia. Quando invece traspare la fatica e lo sforzo di scrivere, allora è un brutto segno. Non varrebbe la pena di scrivere e neanche di pensare a scrivere. Quando rileggo questo, ricordando lui che si svegliava ogni giorno alle sei e scriveva dall’alba fino a tarda mattinata, mi sembra quasi che fosse un avvertimento a sé stesso e, come tutti i moniti che lanciamo a noi, valgono anche per gli altri.



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