Mario Draghi imbarca i fondamentalisti NeoLib della Bruno Leoni

Pierfranco Pellizzetti

La notizia pubblicata da IlFattoQuotidiano.it sugli ultimi blitz della confraternita degli italici hayekiani – gravitanti attorno all’Istituto milanese Bruno Leoni, inseguendo cornucopie di quattrini e riccastri da blandire – mi fornisce ennesima conferma che la (ir)resistibile ascesa di siffatti giovanotti in carriera riceve una nuova spintarella dal clima orleanista creato dall’avvento dell’algido banchiere Mario Draghi (e dalle scelte di campo con relative frequentazioni di cui è espressione).

Sicché il presunto liberista di sinistra Franco Giavazzi coinvolge in veste di consulente Carlo Stagnaro, liberista padano (anche se nato a Sestri Levante), nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che deve spendere i soldi del Next Generation Ue; Oscar Giannino, risorto dal sacello di brutte figure e titoli millantati, si ritrova a fianco del presidente di Confindustria Carlo Bonomi quale suggeritore politico (felice incontro di due “buffi naturali” con veleno nella coda).

Quasi provo tenerezza al ricordo dei primi passi di questa rete generazionale, la cui organizzazione ricorda quasi strutture di stampo massonico (solidarietà e favori), che trovarono negli ambienti meneghini strippanti danè quanto terrorizzati che qualcuno potesse portarglieli via (si trattasse dei cosacchi o del fisco, che per loro faceva lo stesso), un impareggiabile incubatore di gruppo. E a volerle cercare, le liaisons saltano fuori: il Carlo Lottieri che nel 2003 fonda con Carlo Stagnaro la Bruno Leoni è lo stesso che nel 1999 promuoveva con Marco Bassani la mostra al Castello Sforzesco “Il Cammino della Libertà”, finanziata dall’allora super-manager Franco Tatò. Ossia il delirio che poneva sullo stesso piano New Deal rooseveltiano e Totalitarismo staliniano, figlio di un fanatismo liberista nutrito già allora degli elaborati dei think-tanks ultra reazionari americani, che dopo la falsa partenza con Barry Goldwater avevano fatto bingo con Ronald Reagan.

Un vento favorevole che spingeva su per la piramide sociale ragazzotti in prevalenza di estrazione piccolo-borghese, dunque terrorizzati dalle politiche inclusive liberal-socialiste che mettevano a repentaglio la loro aspirazione a mantenere le distanze dalle esecrate moltitudini popolari. Il sogno di tutelare una precaria distinzione che spinge ancora adesso i Giannino a vestirsi come uno sposo di paese.

Come il borghesuccio Friedrich Hayek, figlio di un professore di botanica rovinato dall’iperinflazione austriaca degli anni Venti, con i suoi baffetti da travet e la fregola di presentarsi come Friedrich August von Hayek; per far intendere chissà quali origini nobiliari. A differenza dell’odiato (e sempre invidiato) John Maynard Keynes, barone di Tilton, che ne ricambiava i risentimenti con signorile distacco, qualificandolo “la testa confusa più distinta d’Europa”. Un arrampicatore sociale di cui il Bruno Leoni dell’omonimo istituto era il tirapiedi in quella Società del Monte Pellegrini, fondata nel 1947 sul Lago Lemano, per creare il primo di quei network destrorsi lautamente finanziati che fioriranno in tutto il secondo dopoguerra (dalla Trilateral ai meeting Davos).

In quel primo caso si trattava di creare una colleganza tra quanti allora si definivano “bolscevichi della libertà”: una bella compagnia di liberali da Guerra Fredda, che nel sito svizzero cercavano di farsi le scarpe reciprocamente e Bruno Leoni killerava per conto del boss Hayek. Boss i cui servizi furono lautamente remunerati nel 1974 con il premio Nobel per l’economia attribuitogli dai banchieri svedesi.

Affascinati dal modello di successo, i vecchi ragazzi hayekiani attratti già anni fa dal milieu milanese ne ripercorrono la biografia intellettuale accentuandone gli aspetti più reazionari indotti da un ambiente. Un luogo dove la “Milan col coer in man” è svanita all’orizzonte da quel dì, sepolta dal leghismo e poi dal berlusconismo. Dunque un pensiero che continua a proclamarsi liberale (o meglio, liberista) ma ormai è ancor più razzista, xenofobo e suprematista di prima. Ma sì, trumpiano.

Difatti Stagnaro si fa promotore di plot tipo ispettore Callaghan, in cui i cittadini devono dotarsi di armi per regolamenti di conti onirici contro una malavita presunta in agguato ovunque, disegnati dalla propaganda terroristica manipolatoria a scopo elettorale a mezzo talk show (dal fu Emilio Fede a Mario Giordano): impaurire la maggioranza silenziosa per farla votare a destra.

L’inarrestabile avanzata di questi liberali da Guerra Fredda redivivi, reca il segno orribile della nostra epoca, in cui il cinismo, il carrierismo, l’individualismo irresponsabile e l’odio verso qualsiasi cosa abbia un sentore di pubblico sono diventati il grumo nero di un’egemonia disumana. Questi sì che fanno davvero paura.



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