Da Sarajevo a Mariupol: la guerra e la morte della polis

L’accanimento col quale le forze armate russe si stanno dedicando alla distruzione di Mariupol non può che evocare l’assedio di Sarajevo. Bombardare Sarajevo o Mariupol non vuol dire soltanto distruggerne le infrastrutture, ma annichilire l’idea stessa di cittadinanza che esse incarnano.

Fabio Armao

La storia del Novecento non è stata certo avara di assedi e di bombardamenti di città. La Seconda guerra mondiale, in particolare, si è caratterizzata per una sorta di insana euforia per l’arma aerea, dimostratasi capace di radere al suolo interi agglomerati urbani grazie anche alla possibilità di armare le testate con le combinazioni di sostanze esplosive e incendiarie (persino atomiche) più idonee a provocare i maggiori danni possibili alle strutture, che si trattasse di industrie o abitazioni. La ragione di questo straordinario successo strategico si deve anche al fatto che l’altitudine risparmia agli equipaggi dei velivoli la vista delle carneficine che stanno compiendo. Il caso di Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima che in un famoso carteggio con Günther Anders rese pubblico il proprio senso di colpa per aver partecipato al primo bombardamento atomico della storia umana, rappresenta tuttora un’eccezione nel mondo tecnologico e algido dei piloti da caccia (e, oggi, di droni), che sembrano esaltarsi più che altro per la loro capacità di colpire l’obiettivo con precisione chirurgica. Ha indubbiamente ragione Elaine Scarry quando osserva che il bombardamento aereo emula la tortura, sebbene applicata secondo i canoni dell’economia di scala. Da un lato, infatti, la distanza dalle sue vittime al suolo permette al pilota un’estraniazione analoga a quella del torturatore, addestrato a non percepire l’umanità del corpo sul quale infierisce. Dall’altro, per gli individui trasformati in bersagli che non possono sapere dove e quando esploderà, la bomba rappresenta invece l’incarnazione di un nuovo potere assoluto – che ti osserva, ma senza mostrarsi – e arbitrario – ti colpisce senza neanche aver verificato la tua eventuale colpevolezza.

Dalla fine della Guerra fredda, tuttavia, la città sembra sia diventata un bersaglio in sé; anzi l’obiettivo primo e privilegiato della guerra, al di là del contesto strategico più ampio in cui si colloca la battaglia che si combatte nelle sue strade. Non è un caso che Mosul e Falluja siano assurte ad epitomi della guerra in Iraq, Raqqa di quella in Siria, Tripoli e Tobruk del conflitto in Libia, Sana’a di quello in Yemen (e neppure che in letteratura siano state introdotte espressioni come “urbicidio” o “militarismo urbano”).

L’accanimento col quale le forze armate russe si stanno dedicando in queste settimane, su ogni fronte, alla distruzione delle città ucraine non può poi che evocare a noi europei l’assedio di Sarajevo, iniziato nel 1992 e durato quattro interminabili anni, nel corso dei quali le sue vie e le sue piazze sono state fatte bersaglio di salve incessanti di colpi: da 200 a 1000 granate al giorno. Ed è difficile sfuggire alla sensazione che, oggi come allora, al di là della volontà di terrorizzare i civili nella speranza di spingerli a rinnegare il proprio governo e indurli alla resa, l’intento vero sia quello di annientare ciò che la città rappresenta: bombardare Sarajevo o Mariupol non vuol dire soltanto distruggerne le infrastrutture, ma annichilire l’idea stessa di cittadinanza che esse incarnano.

I grandi urbanisti del passato hanno saputo esprimere con grande chiarezza il ruolo che la città ha avuto nella storia. Per Lewis Mumford, “è la scena consapevolmente drammatica per le azioni più significative e gli stimoli più sublimati di una cultura umana. La città favorisce l’arte ed è arte; la città crea il teatro ed è il teatro. È nella città, nella città quale teatro, che le attività più importanti dell’uomo vengono formulate ed elaborate attraverso individui, eventi, gruppi in conflitto ed in cooperazione, sino alle apoteosi più significative”. Analogamente, Louis Wirth scrive che la città è l’origine stessa della vita economica, politica e culturale, “il crogiolo di razze, popoli e culture; e uno dei terreni più favorevoli alla creazione di nuovi ibridi biologici e culturali. Essa non solo ha tollerato, ma ha premiato le differenze individuali. Ha fatto incontrare persone dai più distanti angoli della terra perché sono differenti e quindi utili le une alle altre, piuttosto che perché simili tra loro o perché delle stesse opinioni”. In tempi più recenti, è stato scritto che la città è una difference machine, il luogo in cui i gruppi definiscono la propria identità, articolano i diritti e i doveri della cittadinanza (Engin Isin); è un espace provocateur destinato a generare sempre nuove forme di pensiero (Doreen Massey). E ancora, e soprattutto, la città incarna l’essenza stessa della politica: essere politici, scriveva Hannah Arendt, vuol dire vivere nella polis, decidere con le parole e la persuasione, mentre “la mera violenza è muta”.

La guerra di Putin, dietro la facciata ottocentesca di invasione di uno stato indipendente per fini imperiali, cela una volontà totalitaria e predatoria di nuovo tipo, perché non si sforza nemmeno di proporre un modello ideologico alternativo a quello liberal-democratico; ma, colpendo le città nei suoi snodi più essenziali – gli ospedali, le scuole, i centri commerciali – intende estirpare la politica fin dalle sue radici e rendere impossibile qualunque residua forma di convivenza, costringendo i cittadini a rifugiarsi nei bunker sotterranei o a trasformarsi in profughi.

A ulteriore conferma, basta notare come l’attacco alla polis in corso in Ucraina stia già producendo una serie di “danni collaterali”. Il dramma quotidiano delle vittime civili dei bombardamenti solleva i politici anche degli altri paesi dall’onere di dover parlare di ingiustizie sociali e cambiamento climatico, l’industria dall’incombenza di dover pensare alla transizione verde (aprendo, invece, ai profittatori di guerra insperate opportunità di speculare sull’aumento dei prezzi delle risorse energetiche e dei beni di prima necessità), l’intera opinione pubblica dal dover ancora preoccuparsi dei rischi della pandemia e del contagio. Le macerie ridonano nuova vitalità ai cantori del realismo, nostalgici dell’ordine bipolare del secolo scorso, che possono tornare a rivendicare la centralità della guerra – addirittura considerata la più grande opportunità strategica per l’Europa, perché consente di aumentare gli investimenti per la difesa: “La svolta in Germania è un passo incoraggiante. Se l’Europa diventasse global player, sarebbe il più grande cambiamento geopolitico emerso dalla crisi ucraina” (Fareed Zakaria, “Corriere della Sera”, 19 marzo 2022). Come se non bastasse, restituisce prestigio e un posto in prima fila a leader europei che negli ultimi anni hanno fatto scempio dei diritti civili all’interno delle proprie stesse “democrazie illiberali”. E, intanto, le crisi inarrestabili delle troppe periferie del sistema internazionale e i conflitti dilanianti che vi si combattono vengono di nuovo relegati nell’ombra.

Ma non dobbiamo preoccuparci: il futuro della politica è dinanzi a noi. Ce l’ha mostrato lo stesso Putin, in parka blu e dolcevita bianco, in uno stadio colmo di comparse festanti, buttando in farsa la tragedia novecentesca delle manifestazioni oceaniche cui ci aveva abituato il vecchio totalitarismo.

CREDIT FOTO: MARIUPOL, SATELLITE IMAGE 2022 MAXAR TECHNOLOGIES

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