“Martyrion”: il corpo e l’ambiente nell’opera di Teresa Antignani

Il corpo dell'artista si manifesta nel paesaggio e porta lo specchio del martirio dentro l’assurdità della violenza contro l’ambiente.

Emanuela Marmo

(Nell’immagine: “Alba Nova”, cantiere Turbogas Edison, Presenzano, 2021, foto di Sara Terracciano; condutture della centrale idroelettrica Enel, Presenzano, 2021, foto di Sara Terracciano; cementificio “Colacem”, Sesto Campano, 2021, foto di Sara Terracciano)

Avvicinandoci agli eventi del G20, programmati a Napoli il 22 e il 23 luglio e che si propongono di affrontare lo sviluppo dei paesi più poveri, l’inclusione, la sostenibilità, il cambiamento climatico, abbiamo ritenuto necessario conoscere meglio i linguaggi della protesta ambientalista che si sta preparando ad accogliere questi appuntamenti: in che modo comunicare affinché la presa sia durevole nella coscienza civile e nella cultura politica dei territori?

Abbiamo raccontato la storia e le pratiche di lotta dei movimenti dell’Alto casertano (qui, qui e qui), abbiamo presentato la campagna di marketing etico dell’associazione Controcorrente – Per il Sarno che verrà (qui). Oggi incontriamo Teresa Antignani, conosciuta nel corso del tour che MicroMega ha intrapreso con la guida di Stop biocidio in Campania: «Ai movimenti e a chi ha compreso la gravità della situazione spetta l’arduo compito di innovare ogni volta le modalità di approccio. Quando si parla di discariche abusive, di mortalità infantile, di malformazioni e tumori esclusivamente legati ai fattori ambientali, quello che uno si aspetta è un terremoto nell’opinione pubblica, una sorta di jacquerie contro i responsabili. Ciò che nella realtà si intravede, invece, è lo sforzo di tenere in vita dei focolai di resistenza».

Teresa è un’artista, la sua ultima personale, Controra, presentata a Milano, tratta le tematiche dell’immobilismo sociale, dell’ambiente, del femminile. Nella sua opera, la questione ambientalista non è affrontata in quanto concatenazione di fatti o di eventi, è ri-manipolata al fine di costruire un contraltare di figure che mostrino l’invisibile o il sotteso. La tecnica dell’assemblaggio e del montaggio diventano un momento di lettura storica della cultura del Mezzogiorno. Le intuizioni che l’immagine intreccia ci permettono di capire la trama dei simboli che favoriscono i rapporti gerarchici, grazie ai quali le risorse comuni sono saccheggiate a vantaggio di pochi. Il senso indifferibile del contingente porta Teresa a utilizzare materiale di scarto. L’orpello e la munnezza si fondono, pertanto, nella esaltazione del rifiuto: gli arazzi ci ricordano le processioni, gli stendardi dei santi, così scenografici, ridondanti, cascano non più d’oro, bensì di scotch: la sacralità è carnale, tragica, ridicola, sempre più collusa con la materia.

L’incontro tra l’artista e la lotta ambientale è avvenuto solo in seguito al suo ritorno in Campania, dopo oltre 10 anni. Teresa è stata presente in tutte le fasi della protesta contro Edison, ha sperimentato le difficoltà e l’impotenza che gli individui e le piccole comunità patiscono nel tentativo di varcare la storia. Aspetti che avevano già avuto spazio nei suoi studi, dalla questione meridionale, alla in-coscienza politica di molti dei piccoli centri del mezzogiorno, al miscuglio tra paganesimo e sacro tipico di certe manifestazioni religiose.

L’avvicendarsi di esperienze e narrazioni – in particolare di donne che hanno riscontrato nel proprio corpo i segni e gli effetti dell’inquinamento, donne che si sono ammalate, donne nel cui latte sono state trovate tracce di diossina – induce Teresa a snodare un progetto artistico che pone al centro della questione il rapporto tra il corpo e l’ambiente. Dunque, anche lei sta compiendo un viaggio nelle terre campane: cerca di abitare i luoghi dello scempio ambientale, animata dal convincimento che l’arte comunichi e veda le cose da un punto di vista privilegiato: come dalla prospettiva di un drone, il campo visivo si allarga al punto da riconoscere la “filosofia” economica delle strategie che caratterizzano lo “sviluppo” produttivo di alcuni territori, marginali tra i marginali, in cui veri e propri giganti predatori hanno messo piede.

La consapevolezza di appartenere al territorio campano, casertano, in particolare, passa per il dolore, per la malattia o per la probabilità incombente di ammalarsi. In questo scenario, evidenze strutturali come la centrale idroelettrica dell’Enel, le Turbogas di Presenzano e Sparanise, rappresentano solo alcune delle incarnazioni possibili di un fenomeno diffuso: «Abbiamo le tecnologie per vivere in maniera più ecosostenibile eppure gli interessi economici sottomettono e annullano le comunità colonizzandole, e al tempo stesso depredandole, per mezzo di impianti e strutture sproporzionate e inutili. Gli stessi industriali, gli stessi camorristi, gli stessi abusivi che inquinano le nostre terre si ammalano di tumori legati alle attività aberranti cui si dedicano, ciò malgrado non interrompono questo processo degradante: è l’idiozia imperante di una società soggiogata dal mito del profitto».

Martyrion, con chiari rimandi alla iconografia delle sante martiri cristiane, è l’ultimo progetto in fase di realizzazione di carattere performativo e fotografico che parla di tutto questo: corpo, terra, abuso, resistenza e codici estetici del Barocco ci portano nell’Alto casertano, nella piana di Venafro, nell’Agro Caleno fino al basso Lazio, lungo le cattedrali dei signori del profitto e della usurpazione. La fotografa Sara Terracciano ferma il momento in cui il corpo dell’artista si manifesta nel paesaggio e porta lo specchio del martirio dentro l’assurdità della violenza contro l’ambiente.

Tra gli scatti realizzati, vi proponiamo quello al cantiere della centrale Turbogas, dove MicroMega, come si diceva in apertura, è stata di recente: «In questa vicenda, lo scempio vede coinvolta l’intera classe politica nell’accaparrarsi i favori delle multinazionali a scapito dei cittadini». L’artista innalza una sua opera davanti alla centrale in costruzione. L’immagine è diventata manifesto della giornata del 12 Maggio contro Edison. Per quanto i manifesti siano stati quasi tutti immediatamente stracciati, l’opera è diventata lo stesso messaggio materiale e collettivo: «Mi interessava che i miei compaesani vedessero una donna di loro conoscenza a piedi nudi alzare un vessillo del femminile di fronte a un colosso: la disparità di mezzi è palese eppure non viene utilizzata come alibi. Il senso di questo progetto è anche quello della denuncia, ecco, vorrei che ogni persona proveniente da questi luoghi, alla vista delle immagini di M a r t y r i o n, riconosca se stessa, riconosca i propri luoghi d’infanzia ormai distrutti dall’ingordigia e dall’omertà, ma soprattutto riconosca e ricordi il nome di ognuno dei responsabili, affinché portino su di sé, come un marchio a fuoco denigrante, tutto il peso della loro sete di potere».

Il lavoro di Teresa Antignani ci mette di fronte alla visione di un doppio: quello che accade nella realtà del luogo e quello che accade nella realtà dell’uomo. La prima è rappresentata dalla “struttura”, la seconda dalla figura femminile, metafora-dolore. I due soggetti, l’ecomostro e la donna, si sovrappongono nel medesimo ambiente, l’uno prevarica l’altro: l’impianto con la forza della violenza, la seconda con la potenza del corpo.

Le foto di Sara Terracciano ricreano il teatro di una lotta che non possiamo sconfiggere senza il riconoscimento deciso dei ruoli che dibattono nella storia: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» Italo Calvino, Le città invisibili.



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