Tra marxismi e post-marxismi: una mappatura globale

È appena uscito il “Routledge Handbook of Marxism and Post-Marxism”, curato da Alex Callinicos, Stathis Kouvelakis e Lucia Pradella (Routledge, 2021). Si tratta di un importante contributo agli studi marxiani contemporanei, ricco di numerose estensioni storico-geografiche e teoriche.

Emanuele Lepore

È stato dato da poco alle stampe il Routledge Handbook of Marxism and Post-Marxism, a cura di Alex Callinicos, Stathis Kouvelakis e Lucia Pradella. Ne offriremo qui una presentazione generale, in cui proveremo a individuare alcuni fili che di questo handbook costituiscono la fitta trama.

Il volume si caratterizza anzitutto come una ricognizione puntuale dell’ampio e variegato spettro di esperienze teoriche del marxismo e del post-marxismo, secondo una scansione abbastanza netta, che ripercorriamo brevemente: la prima parte è dedicata al momento fondativo del marxismo, alle figure di Karl Marx e Friedrich Engels. Se è vero che il marxismo è costitutivamente “teoria della crisi” (Kouvelakis 2005), allora il ritorno alla fondazione si presenta come una necessità storica, rispondendo alla quale è possibile guadagnare una nuova prospettiva tanto sulle fonti a cui si fa ritorno, quanto sugli eventi determinati che si vuole comprendere. In questo caso, si può dire che il ritorno sia riuscito, poiché nel saggio dedicato specificamente a Karl Marx, Lucia Pradella – tenendo fede ad uno degli impegni teorici stabiliti in L’attualità del Capitale (2010) – imposta un confronto ravvicinato con chi ha inteso scorgere nell’opera marxiana assenze tematiche e vicoli ciechi, dalla questione di genere al presunto eurocentrismo della critica di Marx all’economia politica. In questo saggio, Pradella ci restituisce la figura di un pensiero marxiano in evoluzione, seppur saldamente posizionato rispetto a due poli: la concezione materialistica della storia e la teoria del plusvalore. Una domanda di fondo rende questa indagine particolarmente interessante dal punto di vista prettamente filosofico-politico, poiché consente di inquadrare i diversi tentativi di oltrepassare l’impianto marxiano: «e se – scrive Pradella – fosse proprio la “tradizionale” lotta fra lavoro salariato e capitale a non essere stata teorizzata o addirittura compresa abbastanza?» (p. 26).

A questa prima parte ne fa seguito un’altra, in cui si scandagliano le riflessioni marxiane che hanno alimentato la parabola della Seconda Internazionale (1889-1914). Il tema dell’imperialismo consente a Daniel Gaido e Manuel Quiroga – gli autori di questa sezione – di condurre un’analisi di contrasto delle varie esperienze socialiste nazionali di quel periodo. Per quanto riguarda il panorama italiano, si mette bene in risalto la peculiarità del dibattito sul colonialismo che animò sia i circoli borghesi sia quelli socialisti: l’inclusione all’interno della nozione di colonizzazione delle migrazioni pacifiche, soprattutto quelle verso l’altra sponda dell’Atlantico, che sfidò l’apologia del colonialismo su uno dei suoi assi fondamentali. La ricostruzione di questa fase al livello internazionale ruota attorno alle posizioni di Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, in sempre più netta antitesi l’una all’altra con l’approssimarsi della Prima guerra mondiale.

Al tema del rapporto tra marxismo e Prima guerra mondiale si riannoda il saggio con cui Alex Callinicos inaugura la terza parte, intitolata significativamente Seconda fondazione. Lo scoppio del conflitto mondiale, infatti, ha «portato ad un drastico e conflittuale sforzo di ridefinire la natura del marxismo» anzitutto a livello politico, che culmina con la fondazione dell’Internazionale Comunista nel 1919, con cui si avvia la definitiva separazione tra socialismo riformista e socialismo rivoluzionario. Due nomi vengono associati direttamente alla rifrazione teorica di questa operazione politica: György Lukács e Antonio Gramsci, i cui sforzi di ripensamento del marxismo sono caratterizzati per un verso dalla ricerca delle matrici teoriche di quanto accaduto dal 1914 in avanti, e per l’altro dal tentativo di mettere a fuoco gli elementi di vitalità teorico-politica del bolscevismo. Le loro opere, scrive Callinicos, furono «così potenti e originali che la loro influenza è sopravvissuta al drammatico e violento contesto rivoluzionario in cui furono scritte» (p. 87). Oltre ai due autori appena menzionati, in questa sezione vengono presentati profili noti come quelli di Trotsky e di Benjamin, di Adorno e di Marcuse, tra cui si inserisce  una figura la cui importanza è a volte sottovalutata, tanto sul piano teorico quanto su quello storico-politico: Amadeo Bordiga, la cui descrizione è affidata al saggio di Pietro Basso (che ha recentemente curato per i tipi di Brill un’antologia di testi scritti da Bordiga tra il 1912 e il 1965, sotto il titolo di The Science and Passion of Communism).

La quarta parte (Tricontinental) mette a fuoco la proiezione del marxismo al di là dei confini europei, che ha il suo nucleo vitale nella Rivoluzione di Ottobre e nella teorizzazione che del marxismo ha operato Lenin, soprattutto per quanto riguarda la questione del rapporto tra la fabbrica e la campagna, centrale per la ricezione del marxismo in Messico, Cina, India e Sud Africa, come  richiamato da Vijay Prashad, autore del saggio che avvia questa sezione. Qui vengono presi in esame i teorici del marxismo da James Connolly a José Carlos Mariátegui, da Mao Zedong a Cyril Lionel Robert James, fino a Franz Fanon. Il saggio di Allison Drew, Marxist Theory in Africa Settler Societies, aiuta a ponderare l’importanza che il marxismo ha avuto nell’Africa coloniale, sia come vicenda teorica sia come movimento politico, soprattutto negli anni ’50 del secolo scorso, segnati da una crescente repressione anticomunista.

La portata internazionale del marxismo è indissolubilmente legata all’esigenza per quest’ultimo di rinnovarsi rispetto all’avvicendarsi della storia. In alcune congiunture storiche quest’esigenza si è fatta più pressante e ha condotto a ‘rinnovamenti e dispersioni’ (così titola la quinta parte): ne sono esempi lampanti, in quel giro d’anni che è il Sessantotto, il massiccio ritorno al Capitale come testo fondativo di politiche emancipatorie e l’apertura di nuovi corsi analitici sui modi capitalistici di produzione. Basti pensare alla Neue Marx Lektüre e al tentativo di definire l’emancipazione come processo di liberazione non tanto del lavoro, quanto dal lavoro, necessariamente sussunto entro le maglie della forma-valore, che sono ipso facto quelle del capitalismo. In questa sezione, tra gli altri, trovano spazio contributi su Jean-Paul Sartre e Luis Althusser, Mario Tronti e Nicos Poulantzas, Eric Hobsbawm e Fredric Jameson. Il filo rosso della prospettiva globale si fa ancora più evidente nella trattazione di Immanuel Wallerstein e della sua ricca e lunga analisi sul sistema-mondo. A tal proposito, una trattazione più diffusa avrebbe forse meritato uno dei più influenti teorici del sistema-mondo: Giovanni Arrighi.

L’internazionalizzazione del marxismo, come è bene messo in luce anche da questo handbook, ha portato con sé notevoli aspettative, nutrite da una vasta pletora di soggetti, tanto in contesti teorici quanto in sede politica. Aspettative incalzanti che, soprattutto negli ultimi decenni, sono state talvolta sorrette più dal sistematico tentativo mediatico-politico di seppellire il marxismo al suono della ‘fine delle ideologie’ che da un confronto diretto con le riflessioni filosofiche ed economico-politiche gemmate dalla vicenda teorica e politica di Marx ed Engels. All’interno di questa più ampia temperie culturale e politica si può comprendere in che modo l’esigenza di rinnovamento del marxismo abbia assunto la forma di un tentativo di andare ‘oltre il marxismo’, anche in risposta all’erosione di dei movimenti politici radicali tra ’60 e ’70 e agli eventi dell’annus mirabilis-horribilis che è il 1989. A questo tentato oltrepassamento è dedicata la sesta parte, avviata da un saggio di Stathis Kouvelakis, che ragiona attorno all’ambivalente posizione che si adotta nei confronti di Marx: mentre per un verso se ne riscopre l’analisi economica (anche in ambienti politici e culturali “insospettabili”) in forza dell’avvicendarsi delle crisi del capitale, sempre più globali e profonde; per l’altro si prendono le distanze dal “Marx politico”, della cui prospettiva si afferma non solo una impossibilità de facto (in ragione di questo o quel fattore determinante della realtà presente) ma soprattutto una impossibilità de jure, come se ogni tentativo dei ‘mille marxismi’ (Wallerstein, 1986) di posizionarsi rispetto all’orizzonte storico-politico fosse a priori ingiustificato e fallimentare.

Le ultime tre sezioni del volume sono dedicate esattamente alle varie figure che hanno animato i dibattiti teorico-politici dalla seconda metà del Novecento ad oggi, tra riletture dei testi fondativi e prospettive ‘post-marxiste’: vengono qui presentati Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, David Harvey e Angela Davis, Jürgen Habermas e Alain Badiou, Stuart Hall e Judith Butler, senza trascurare le declinazioni marxiane del pensiero ecologico (presentate nel libro da Camilla Royle) e al “Third World Feminism” inaugurato dai lavori di Chandra Talpade Mohanty.

Rispetto alle diverse categorie mobilitate in questa ricostruzione, quella di ‘post-marxismo’ gioca un ruolo centrale per il funzionamento della descrizione dei marxismi sopra richiamata, che altrimenti escluderebbe da sé i principali esponenti del post-strutturalismo francese, pure massicciamente influenzati da Marx, così come gli ultimi sviluppi delle riflessioni di Laclau e Mouffe, di Habermas e di Honneth (Raulet 2008).  Senza questa categoria non si comprenderebbe, poi, il nesso tra pensiero dialettico e psicanalisi che è al cuore della proposta di Slavoj Žižek (richiamata brevemente da Kouvelakis), che ripensa la matrice teorica marxiana attraverso Lacan e Althusser. A un livello più generale, si può dire che la stessa nozione di ‘post-marxismo’ come un modo di relazionarsi all’opera di Marx e di Engels apra la possibilità di mettere a punto altri modi di questa relazione che è teorica e politica insieme. È una possibilità che, negli ultimi decenni, ha incontrato un terreno ostile, segnato da una configurazione ideologica egemonica, quella neoliberista, che ha mobilitato ingenti risorse per mostrare l’infondatezza di queste prospettive. Per riallacciare oggi questa relazione con la critica marxiana all’economia politica occorre anzitutto riconoscere la legittimità di quello che Peter Thomas ha definito «marxismo post-occidentale» (Thomas 2011), in grado di individuare i nessi fondamentali del ‘capitalismo nell’epoca delle catastrofi’ (per richiamare il titolo dell’ultima sezione a cui hanno contribuito John Bellamy Foster e Intan Suwandi) e inaugurare i nuovi corsi d’azione politica richiesti dai mutamenti strutturali della configurazione economico-politica mondiale

Ricorrendo ad un’immagine, si può dire che questo volume si spiega come una mappa su cui vengano segnati dei punti in cui conviene sostare per confrontarsi con l’articolazione contemporanea del capitale e con le implicazioni che essa ha in ambiti diversi, tanto del pensiero economico-politico e filosofico, quanto della vita che vi si svolge internamente. Se, come abbiamo detto sopra, ad ogni esperienza di pensiero è richiesto di tematizzare i propri momenti fondamentali per situarsi rispetto al presente, allora questo volume è utile per chi debba rintracciare le proprie fonti. La pluralità dei profili analizzati non impedisce ai tre curatori di individuare una unità organica caratterizzante il marxismo: la considerazione storica dell’economia politica e l’individuazione di forze produttive e rapporti sociali di produzione come determinazioni peculiari della storia, che consentono la diagnosi della consustanzialità dei modi di produzione capitalistici alle crisi progressive e cicliche, le quali affondano precisamente le proprie radici nell’antagonismo tra capitale e lavoro salariato e in quello intestino tra i molteplici capitali. Di più: l’unità dei marxismi (e in certo senso dei post-marxismi) è nel riconoscimento dell’attualità dei processi di trasformazione del capitale e di riproduzione del mondo nelle configurazioni di esso che sono maggiormente funzionali all’autovalorizzazione del capitale medesimo.

 

Bibliografia

Callinicos A., Kouvelakis S., Pradella L. (ed.), Routledge Handbook of Marxism and Post-Marxism, Routledge, New York-London 2021.

Kouvelakis S., The Crises of Marxism and the Transformations of Capitalism in Bidet J., Kouvelakis S., Critical Companion to Contemporary Marxism, Brill, Leiden – Boston 2008.

Pradella L., L’attualità del Capitale, Il Poligrafo, Venezia 2010.

Raulet G., The Frankfrut School’s Critical Theory: From Neo-Marxism to ‘Post-Marxism’, in Bidet J., Kouvelakis S., Critical Companion to Contemporary Marxism, Brill, Leiden – Boston 2008.

Thomas P. D., I viaggi italiani del Moro in Corradi C., Storia dei marxismi in Italia, Manifestolibri, Roma 2011.

Wallerstein I., Marxisms as Utopias: Evolving Ideologies, in «American Journal of Sociology», 1986, vol.91/6, pp. 1295-1308, University of Chicago Press.

Emanuele Lepore è dottorando presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

 

SOSTIENI MICROMEGA



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Il Rasoio di Occam

Ha ragione chi denuncia la “dittatura sanitaria” o chi ha accettato le limitazioni della libertà al fine di tutelare la salute collettiva?

La traduzione in italiano del libro di Pierre Lévêque e Pierre Vidal Naquet su Clistene è un piccolo evento editoriale che non deve passare inosservato.

Il “pensiero debole” ha nella politica di emancipazione il suo necessario destino. Lo si capisce bene leggendo l’opera omnia di Vattimo pubblicata da “La Nave di Teseo”.