Mattarella bis, ovvero la Waterloo dei partiti

Hanno perso le arruffate coalizioni, di destra e di ex-sinistra, ridotte in macerie, e i partiti, lacerati, in preda a faide tribali. E hanno perso i leader, strateghi napoleoncini da strapazzo, l’un contro l’altro armati, in una Waterloo generale.

Michele Martelli

A urne quirinalizie chiuse chi ha vinto e chi ha perso? Nessuno, ha rassicurato il finto ecumenico don Enrico (Letta). E invece no. Hanno perso le arruffate coalizioni, di destra e di ex-sinistra, ridotte in macerie, e i partiti, lacerati, in preda a faide tribali (ne è specchio la rissa Conte-Di Maio). E hanno perso i leader, strateghi napoleoncini da strapazzo, l’un contro l’altro armati, in una Waterloo generale. Letta chi voleva al Quirinale? Draghi. E Conte? No Draghi, ma Belloni. E Di Maio? No Belloni, ma Draghi. E Meloni? Sì Belloni e Casellati, e pure Draghi, purché si vada a elezioni anticipate. E il piddino Guerini? No Draghi e Belloni, ma Casini, d’accordo con Renzi, scissionista ex-piddino. E il pasticcione kingmaker Salvini? Tutti questi più altri ancora, citofonati a casaccio per strada, ma anche nessuno: nessun King, e nessuna Queen, avendo alla fine immolato due future regine Elizabeth (Casellati e Belloni). A chi è venuto in mente che si trattava di eleggere il supremo garante e custode della Costituzione? Non un Presidente di Cd (Salvini-Meloni), o super partes (Letta), bensì di parte: dalla parte della Costituzione democratica e antifascista.

Come ne esce dunque la Costituzione? A me sembra, piuttosto male. Nessuna riserva su Mattarella, la cui serietà e fedeltà costituzionale è difficilmente contestabile. Ma non aveva solennemente deciso la sua uscita di scena? Tornando, il secondo Mattarella ha contraddetto il primo. Non sarebbe stata, a detta del primo, un’anomalia, una sgrammaticatura istituzionale la sua eventuale rielezione? Se tale era prima, tale rimane adesso: la Costituzione non è una fisarmonica. E allora, chi dei due Mattarella ha ragione e chi ha torto? Un secondo settennato non è già, di fatto, una modifica costituzionale degli artt. 85-86, sotto forma di aggiunta non prevista dai padri costituenti perché rischiosa per la tenuta democratico-parlamentare? Mattarella, certo, non è un pericolo per la Repubblica. Anzi! Ma se tra uno o più anni prevalesse una maggioranza di Cd o di una nuova destra, il vulnus costituzionale non potrebbe allargarsi, e il bis diventare un tris, o un quater, o un quinquies, insomma una nomina a vita? Il primo bis di Napolitano e il secondo di Mattarella potrebbero fare scuola, ma a destra. E la democrazia in crisi degenerare in aperta demokratura. Segnali ce ne sono: dal crescente astensionismo elettorale, segno della sfiducia nell’attuale indecorosa partitocrazia di capi, capetti, nominati e portaborse, alla proposta di FdI sull’elezione diretta del Capo dello Stato, oggi ripresa da Meloni e su cui sembra d’accordo anche Iv (forse sta nascendo il nuovo e inedito blocco delle Sorelle e Fratelli d’Italia Viva). Il rischio non è di entrare nell’incubo di una Repubblica presidenziale, consegnata al per ora ignoto «patriota» post- o neo- o para-fascista di «Yo soy Giorgia»?

Infine, dalle urne esce riconvalidato non solo Mattarella, ma il sacro binomio Mattarella-Draghi. Ha scritto Financial Times: «La sua riconferma soddisferà la community business». Sua, cioè di Mattarella, ma forse intendeva del binomio. La comunità d’affari di gruppi di imprese serve ad aumentare profitti ed efficienza, una versione edulcorata del neoliberismo, ma una sua inequivocabile branca. Di fatto, di fronte al binomio, i mercati esultano, le borse festeggiano, lo spread cala. La Troika non può infatti non aver apprezzato la scelta tecnocratica del primo Mattarella e il primo anno di governance dragocratica, nonché i suoi tre punti o eventi simboli: a) gli applausi e la standing ovation di Confindustria a SuperMario; b) lo sciopero generale antigovernativo indetto dal sindacato; c) i capisaldi neoliberisti del Pnrr draghiano, cioè competitività e concorrenza, e assenza del tema del lavoro. Ludwig von Hayek avrebbe chiesto di meglio?



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