Matteo Messina Denaro e il principio di non contraddizione

Abbiamo detto di aver preso il più grande latitante di mafia del mondo. E' vero, ma era nascosto da 30 anni dove doveva stare: a casa sua, in Sicilia.

Rossella Guadagnini

Abbiamo detto di aver preso il più grande latitante di mafia del mondo. E’ vero, ma era nascosto da 30 anni dove doveva stare: a casa sua, in Sicilia.
Abbiamo detto di aver gioito per questa cattura, avvenuta un anno e un giorno dopo quella di Totò Riina, u Curto. E’ vero, ma u Siccu si è praticamente ‘consegnato’: occhiali da divo, elegante, sicuro di sé; una specie di ‘fuitina’ appena accennata verso un’improbabile scomparsa, poi a braccetto tra due carabinieri, senza manette ai polsi (“siamo in regime democratico”), il tutto davanti a un assembramento di decine di agenti vestiti di nero, incappucciati, armati. Cinema e, di conseguenza, applausi a scena aperta. Meritatissimi peraltro.

Abbiamo detto che seguivamo le tracce di Matteo Messina Denaro con foto, identikit (mai visti di così somiglianti), intercettazioni, appostamenti e tutto quanto le forze dell’ordine hanno messo in pratica in questi anni. Inafferrabile.
Allora abbiamo detto che si era operato per non farsi identificare, che era invecchiato in 30 anni, che era irriconoscibile. Ma lui ha lasciato segnali dappertutto: una scia di bricioline di pane che neppure Pollicino per salvarsi la vita e ritrovare la strada nel bosco, fuggendo dalla strega cattiva. Telefonate, scambi di sms, selfie, contatti perfino esibiti con chiunque e senza alcuna prudenza.
Abbiamo detto che era malato oncologico grave (e sono spuntate analisi sanitarie di ogni genere). E i magistrati hanno commentato che nel complesso era “in buona salute” tanto da poter essere rinchiuso in regime di 41 bis nel carcere dell’Aquila, dove ora si trova in isolamento.

Abbiamo detto che è stato una belva sanguinaria. Ed è vero anche questo. Ma poi ha scritto un bigliettino perfino commovente prima di entrare in prigione: “I carabinieri del Ros e del Gis mi hanno trattato con grande rispetto e umanità”. Palermo, 16 gennaio 2023. E l’ha firmato. Che neppure il papello di Totò Riina era mai stato autografato.
Abbiamo detto che dobbiamo essere orgogliosi, come italiani, di aver catturato l’ultimo superboss della stagione delle stragi. Ma allora “perché tante polemiche sull’arresto di Messina Denaro? Perché questo Paese fa così fatica a festeggiare anche la cattura di un boss mafioso?”. Lo chiede Myrta Merlino al presidente del Senato Ignazio La Russa, ospite di L’Aria che tira, il quale risponde: ”Me lo chiedo anche io”.
Abbiamo detto che vogliamo continuare la lotta alla mafia. Ma poi ci si indigna perché il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia nella conferenza stampa seguita all’arresto parla di ‘borghesia mafiosa’ da indagare o perché Nino Di Matteo consigliere togato del Csm e pm che ha condotto il processo sulla Trattativa Stato-mafia suggerisce di farlo, proprio a partire dall’arresto di Messina Denaro.

Nel frattempo – riavvolgendo la moviola – spuntano tre covi segreti, la foto di Marlon Brando nel Padrino, sei messaggi sul social cinese Tik Tok che anticipavano la cattura del latitante, si ricordano precedenti profezie come quella del gelataio Baiardo legato ai fratelli Graviano (uno dei due ha appena querelato Saviano, chiedendo il ritiro del suo libro “Solo è il coraggio”) e viene avverata la speranza di Matteo Piantedosi, espressa il 9 gennaio ad Agrigento: “Mi auguro di essere il ministro che arresterà Matteo Messina Denaro”. Detto, fatto.
“Vi pare che sia giustizia questa?” ha chiesto alla Camera Carlo Nordio, che della Giustizia è il ministro e se la prende con i pm antimafia. La domanda però era stata fatta a proposito della vicenda giudiziaria dell’ex comandante generale del Ros, Mario Mori. Per 17 anni sotto processo penale – ha ricordato – poi assolto, ma con una “carriera distrutta” e neppure risarcito. “A me pare che quando si parla di giustizia – ha concluso – bisogna parlare anche di errori giudiziari”.
Proviamo a dirlo ai parenti delle vittime che non ce ne importa niente del principio di non contraddizione di Aristotele. Il quale oltretutto era pure greco.

Ps. A proposito che fine avrà fatto la tracolla che Matteo Messina Denaro aveva in spalla nelle immagini del suo ingresso nella clinica La Maddalena? Conteneva radiografie mediche, un cambio d’abiti, altro? Dopo quanto successo 30 anni fa siamo tutti un po’ fissati quando in giro spariscono borse, cartelle, agende.

 

Foto Ansa



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