La storia di Medusa rispecchia quella di tutte noi

“Medusa”, primo romanzo tradotto in italiano della scrittrice canadese Martine Desjardins, è una potente allegoria della condizione femminile. Un libro ambientato nelle ombre ma sfolgorante di luce.

Marilù Oliva

«A dir la verità, non immagineresti mai che le meduse siano velenose. Vedi, persino la bellezza più fragile può essere mostruosa».
“Medusa” è un romanzo della scrittrice canadese Martine Desjardins, il primo dei suoi pubblicati in Italia e un plauso va ad Alter Ego edizioni. La vicenda di questa creatura che parla in prima persona e si rivolge a un “tu” la cui identità si scoprirà nei capitoli finali è una potente allegoria della condizione femminile e del cammino impervio che la donna deve compiere per ottenere non solo una sorta di liberazione, ma anche di fiducia in sé stessa, di autostima, un affrancamento dalla vergogna e da altre catene che spesso tacitamente ci imprigionano.

Nata diversa e per questo emarginata in famiglia fin dalla più tenera età, Medusa deve vedersela con quella che lei chiama, con una serie di appellativi tematici fantasiosi, ben resi in questa ottima traduzione di Ornella Tajani: le mie Mostruosità, le mie Abiezioni, le mie Disgrazie, i miei Avvilimenti, le mie Detestabilità, le mie Sudicezze e via dicendo. Si tratta di difformità legate ai suoi occhi, occhi tremendi per alcuni, occhi dai mille talenti che si scopriranno pagina dopo pagina: possiedono la nictalopia, ma anche la capacità prodigiosa di penetrare negli abissi di un lago e altre abilità che non svelo ora.

«Come poteva una creatura normale comprendere il peso di una tara maledetta, la solitudine dell’ostracismo, la vergogna di essere un abominio contro natura?».

Il lago è il luogo segreto dell’Athenæum, l’Istituto in cui suo padre la relegherà: una struttura spettrale governata da una donna arcigna, quasi una strega che ha come famiglio una civetta. Ma il vero lato oscuro di questo posto sono i suoi “benefattori”: individui che, nel mondo reale, rappresentano autorità e personaggi istituzionali, mentre nell’Istituto si svelano schiavi delle loro passioni puerili e danno svago ai loro istinti più feroci. L’ipocrisia è il viatico grazie al quale danno il peggio di loro stessi, all’interno di un teatrino che richiama, in maniera grottesca e inquietante, una dimensione ludica infantile. È la direttrice stessa a raccontarne gli esordi:

«Loro, cresciuti lontano dalle ragazze, non avevano mai conosciuto la gioia di tormentarle, di tirar loro le trecce, sollevare le gonne, farle inciampare, tempestarle di palle di neve, rinchiuderle in un armadio o legarle a un albero. E queste non erano certo attività in cui potevano coinvolgere le proprie figlie o mogli…».

Un dipinto allegorico dal sapore mitologico e gotico, calato in una modernità fuori dal tempo, con personaggi che divengono archetipici e ricordano gli antagonisti dell’attuale: gli oppressori, i sadici, gli indifferenti, i venduti, le stronze, le madri che non sanno amare o che preferiscono le nostre sorelle dalle quali, per un dantesco contrappasso, finiranno per essere abbandonate.

Come Medusa scopre il suo potere? Un potere che – badi – va ben oltre l’attitudine a pietrificare e distruggere chi vorrebbe abusare di lei. Si tratta di qualcosa di vitale, potentissimo, siderale. Lo scopre umiliazione dopo umiliazione, nonostante la sua iniziale docilità verso individui abietti, finché l’incontro col suo personale Perseo – un criminale di periferia – sarà momento detonatore.

Scritto con una lingua stupefacente densa di neologismi, barbarismi, grecismi, onomatopee, perfino quebecismi, e con la prosa ricca e varia propria di chi ha alle spalle tante letture e una mente curiosa, questo è un libro ambientato nelle ombre ma sfolgorante di luce. Un romanzo pregno di rabbia costruttiva, che anela all’affermazione di sé, che dileggia i criteri della bellezza femminile e che ci regala un grande senso di liberazione, dandoci tra l’altro un ulteriore punto di vista sui deprecabili, spietati specchi.



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