Mélenchon: da fulcro a limite del Nupes?

L’Union ha dato un po’ di orgoglio e speranza agli elettori della sinistra francese. Ma, come ha detto lo stesso Mélenchon, il risultato è stato “abbastanza deludente”. L'analisi di Laurent Joffrin, già direttore di Libération e del Nouvel Observateur.

Laurent Joffrin

Non ha «dilagato», secondo le parole di Jean-Luc Mélenchon.
Lo riconosce lo stesso interessato, poiché considera il risultato della Nouvelle Union populaire écologique et sociale (Nupes) «abbastanza deludente». Dopo le fragorose dichiarazioni di domenica sera, ecco una diagnosi che ha il merito della lucidità. Certo, l’Union ha dato un po’ di orgoglio e speranza agli elettori della sinistra francese e, soprattutto, ha consentito l’elezione di un numero di deputati maggiore rispetto a una formazione frammentata. Ma per il resto le prestazioni rimangono nella media. Fabien Roussel ha detto la verità: il discorso del Nupes, ha dichiarato, «non ha permesso alla sinistra di ottenere la maggioranza e non ha impedito a molti elettori di rivolgersi ai candidati del Rassemblement national e dell’estrema destra». Allo stesso modo David Cormand, eminenza verde, parla di un «soffitto di vetro» che confina la sinistra alla minoranza.

Come la stampa comincia a vedere, la notizia principale del ballottaggio è l’ascesa del Rassemblement national, che ottiene più di 80 deputati quando in precedenza non aveva che poche riserve. I lepenisti si stanno affermando in regioni finora terra di missione per loro e, grazie alla loro massiccia presenza all’Assemblea, potranno dare forma all’immagine di un partito di opposizione credibile. Marine Le Pen ha fallito ancora una volta alle elezioni presidenziali ma, al termine di questa sequenza elettorale, la minaccia nazional-populista è più preoccupante che mai.

L’altra grande questione, ovviamente, è il clamoroso fallimento della maggioranza presidenziale, che si trova in minoranza in Assemblea, anche se il suo gruppo arriva nettamente in testa. Assente o goffo, Emmanuel Macron dà la sensazione di aver perso la prospettiva e l’alacrità che avevano caratterizzato fino a qui il suo modo di fare politica; il vuoto del programma macroniano ha portato al vuoto delle urne e il silenzio del presidente a quello degli elettori. La vittoria alle presidenziali è il risultato del rifiuto degli estremi: una volta dissipata questa paura, si è passati al rifiuto del centro. Dégagiste nel 2017, la coalizione di En Marche si ritrova dégagée nel 2022[1]. Perde metà dei suoi deputati e dovrà barcamenarsi all’infinito per governare, il che è l’esatto opposto di una forza politica costituita per riformare energicamente il Paese.

Si dice che questo fallimento abbia almeno il merito di restituire al Parlamento il suo ruolo sovrano. È così? In un emiciclo in cui prevarranno brusche opposizioni, è difficile che a prevalere sia lo spirito del compromesso. E senza di esso il parlamentarismo si svuota o si trasforma in un forum sterile e rumoroso. Già alcuni promettono un inevitabile scioglimento… Giunto al culmine a maggio con la rielezione del presidente, il macronismo passa senza transizione al crepuscolo.

In queste condizioni, la sinistra non ha altra soluzione che tornare a essere una forza di governo. Fabien Roussel, ancora una volta, rileva diplomaticamente che certe affermazioni – «la polizia uccide», per esempio – non sono state comprese dal profondo del Paese. Lo scalpore mediatico non è sempre presagio di successo elettorale. Così come si fanno soldati con i civili, si farà una maggioranza di sinistra con elettori che votano oggi al centro o a destra, o che non votano affatto. La sinistra deve difendere un progetto di trasformazione sociale ma deve anche raccogliervi attorno una maggioranza, la quale giustamente diffida di progetti inapplicabili. Ora, l’onnipresenza della France insoumise in queste elezioni ha relegato in secondo piano un Partito socialista muto ed ectoplasmatico e un partito dei verdi che si è fatto scippare dalla France insoumise il tema ecologico. Jean-Luc Mélenchon era il fulcro dell’Union. Potrebbe diventarne il limite principale.

(traduzione dal francese di Ingrid Colanicchia)

[1] Il termine “dégagiste” è utilizzato in politica per indicare la volontà di cacciare la persona o le persone che detengono il potere, senza la volontà di assumersene la responsabilità, portando così a un vuoto di potere, n.d.t.

CREDIT FOTO: EPA/YOAN VALAT



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Laurent Joffrin, già direttore di Libération e del Nouvel Observateur, analizza l’esito elettorale in Francia.

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