Meloni: prendersi solo il Pnrr o tutto il potere?

Meloni ha vinto le elezioni dell’anno scorso e si è trovata ad amministrare fondi che non aveva chiesto. Come se non bastasse si è capito che la sua priorità non era spenderli, ma occupare i poteri che li spendevano.

Mauro Barberis

Facciamo un passo indietro, ma per farne due avanti. Nel 2021 il governo Conte II, quello giallorosso, ottenne dalla Ue 191,5 miliardi di aiuti, un quarto dei 750 destinati all’intera Europa, 3400 euro per ogni italiano, da spendere entro il 2026. Di questo piano, detto Pnrr, 70 miliardi, il 35%, erano aiuti a fondo perduto, mentre 121, il 65%, andavano ad aumentare il nostro debito pubblico. Conte se l’è venduto come un successo straordinario: ma ci sono dubbi. Come spendere entro il 2026 tutti quei soldi, con i tempi biblici della nostra amministrazione centrale e locale?

Il presidente Mattarella prese in pugno la situazione e sostituì Conte con l’efficientista Draghi, sostenuto da tutti tranne Fratelli d’Italia. Poi si sa com’è andata: Meloni ha vinto le elezioni dell’anno scorso e si è trovata ad amministrare fondi che non aveva chiesto. Come se non bastasse – e questo è il primo passo avanti per capire come vanno le cose – si è capito che la sua priorità non era spenderli, ma occupare i poteri che li spendevano. Invece di accelerare, infatti, ha preferito sostituire i tecnici di Draghi con i propri.

I sospetti della Ue, già inquieta per un governo di destra-destra per metà anti-europeo (FdI), per l’altra filo-russo (Lega e FI), si sono aggravati con la pretesa italiana di rinegoziare il piano, magari rinunciando agli aiuti da restituire. Quando poi la destra-destra ha tentato di limitare i controlli della nostra massima magistratura contabile, la Corte dei conti, come avrebbe fatto un Orbán qualsiasi, i sospetti sono divenuti certezza. A Meloni non interessa spendere soldi che non rientrano fra i suoi obiettivi – digitale ed ecologia, figuriamoci – ma impadronirsi del potere.

Il secondo passo avanti per capire come vanno le cose è sapere che oggi, in un mondo diviso fra potenze regionali autocratiche e le democrazie liberali occidentali, la linea di divisione è proprio questa: la separazione fra poteri di governo (esecutivo e legislativo) e poteri di garanzia (Presidente, Corte costituzionale, giudiziario). Quando un governo che già controlla legislativo ed esecutivo mette le mani sui poteri di garanzia, scatta l’allarme rosso: si va verso la demokratura, o democrazia illiberale, o autocrazia elettiva.

Da quando la destra-destra è al governo, in effetti, s’è presa tutto. Non la presidenza della Repubblica, solo minacciata da una riforma in senso presidenzialista: ma il Consiglio superiore della Magistratura, la presidenza della Commissione antimafia, la Rai. Oggi la maggioranza esautora la Corte dei Conti; domani darà l’assalto alla Corte costituzionale, di cui scadono entro il 2024 i giudici di nomina parlamentare. Passo decisivo, questo: la Corte sarà infatti chiamata a pronunciarsi, fra l’altro, sull’autonomia differenziata, altra riforma che attenta alla Costituzione.

Non è finita qui, però. A differenza delle poche democrazie rimaste fuori dall’Occidente, oggi l’Italia è garantita soprattutto dalla propria appartenenza alla Ue; ma tranquilli, la destra-destra sta pensando anche a questo. Per le europee dell’anno prossimo, infatti, proseguono i suoi tentativi di sostituire l’attuale maggioranza di centro-sinistra con un blocco conservatore, di cui farebbero parte anche i popolari tedeschi: l’ago della bilancia continentale. Sarebbe il punto di svolta. A quel punto, neppure la Ue sarebbe più una garanzia, e i democratici italiani potrebbero cominciare a pensare seriamente di espatriare.

Foto Governo italiano, Presidenza del consiglio dei ministri 



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