Meloni la trasformista punta al presidenzialismo per conquistare i “pieni poteri”, come Orbán in Ungheria

Meloni vuole scassare la Costituzione italiana per essere eletta direttamente dal popolo, saltare il Parlamento, i partiti e comandare l'Italia. La Eva Peron italiana ha il bisogno assoluto dei pieni poteri per rimanere al potere: infatti teme, a ragione, di fallire sul piano delle politiche economiche e sul superamento della profonda crisi economica che ormai da decenni attanaglia il Paese.

Enrico Grazzini

Non importa se un gatto è nero o bianco; l’importante è che catturi i topi”. Il famoso aforisma del presidente cinese Deng Xiaoping vale perfettamente per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che adatta il suo pensiero e la sua politica in maniera del tutto trasformista per ottenere il suo unico grande obiettivo: prendere il posto del presidente Sergio Mattarella e i pieni poteri. Meloni è il simbolo vivente del trasformismo italico: ha cambiato idea su tutto, su Putin e la guerra in Ucraina, sull’Europa, su Draghi e le sue politiche di bilancio, ma ha un unico filo conduttore: conquistare i pieni poteri sulla “nazione” italiana, ovvero sulle istituzioni democratiche italiane. La populista e trasformista Meloni vuole scassare la Costituzione italiana per essere eletta direttamente dal popolo, saltare il Parlamento, i partiti e comandare l’Italia.

La Eva Peron italiana ha il bisogno assoluto dei pieni poteri per rimanere al potere: infatti teme, a ragione, di fallire sul piano delle politiche economiche e sul superamento della profonda crisi economica che ormai da decenni attanaglia il Paese. Sa che andare contro i poveri e gli immigrati e che abolire il reddito di cittadinanza non basta per aggiustare l’economia: le famigerate agenzie di rating hanno già avvertito che potrebbero declassare l’Italia e fare alzare il costo del debito pubblico se il governo non ubbidirà all’Unione Europea e non riuscirà a spendere tutti i soldi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Meloni sa di essere in forte ritardo sul Pnrr e di rischiare il posto di presidente del Consiglio. E allora alza la posta e, approfittando della sua momentanea popolarità, vuole diventare la prima donna Presidente della Repubblica Italiana eletta direttamente dal popolo. In questa maniera, a capo dell’esecutivo, dell’Esercito e delle Forze di Sicurezza, a capo della Magistratura, nessuno potrà più sfidare il suo potere. Per ora sa che ha bisogno dell’appoggio dei poteri forti – alta finanza, Nato, Unione Europea, Stati Uniti d’America (ovvero i poteri che prima attaccava con insolenza e disprezzo) – per rimanere seduta al suo scranno. E quindi li lusinga. Ma subordinandosi supinamente ai poteri forti – che continuano come sempre a imporre austerità – è praticamente impossibile che il suo governo riesca a superare la crisi dell’economia italiana legata a un debito pubblico arrivato a oltre il 140% del Pil.

Il trasformismo della Meloni è analogo a quello di Benito Mussolini che prima è stato socialista e pacifista e poi interventista e fascista, che prima era rivoluzionario, poi complice dei “padroni del vapore”. Si fa di tutto per prendere il potere. Il Duce ha indossato sia la camicia nera della “rivoluzione” fascista che la camicia bianca della borghesia benpensante. In tale modo – grazie alla violenza delle squadracce fasciste, alla connivenza delle regie istituzioni, alla debolezza dell’opposizione parlamentare – riuscì a conquistare e a mantenere il potere per venti lunghi e disastrosi anni. Il contesto europeo attuale fortunatamente inibisce il ricorso alla violenza di massa – che è sempre stata in tutti i paesi la vera caratteristica distintiva dei fascismi di vario genere, che senza violenza brutale non avrebbero mai potuto arrivare al potere –. Il ritorno al fascismo d’antan in Italia è dunque assai improbabile se non impossibile: la storia non si ripete se non in farsa. Meloni percorre piuttosto la strada (non meno pericolosa nelle circostanze attuali) del presidenzialismo autoritario nazionalpopolare: non a caso il suo modello è il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Orbán ha vinto alla grande le elezioni in Ungheria per ben quattro volte, e, da quando è diventato primo ministro nel 2010, ha “nazionalizzato” l’economia con manovre anche molto incisive, come la nazionalizzazione dei fondi pensionistici privati e la possibilità da parte dei mutuatari di pagare alle banche (in prevalenza straniere) i mutui non in pesanti franchi svizzeri ma in moneta nazionale, il fiorino.

Il problema è che con Orbán, campione della “lotta alla globalizzazione, all’austerità della UE e del Fondo Monetario Internazionale”, l’economia ungherese bene o male è cresciuta – e anche da qui il suo consenso popolare, nonostante lo sciovinismo, il razzismo e l’intolleranza sessuofoba di Orbán – e che invece l’economia italiana, nonostante le fake news sui favolosi successi del governo di destra propagandate dai telegiornali di Stato e di Berlusconi, continua a non funzionare. Meloni sa che il popolo italiano si aspetta cose che la sua coalizione aveva promesso in campagna elettorale – come l’aumento delle pensioni minime a 1000 euro al mese, forte riduzione delle tasse e flat tax, riforma della Fornero, aumento dell’occupazione, forte ripresa degli investimenti – ma che il suo governo non può minimamente mantenere. Allora la nuova presidente del Consiglio, forte delle simpatie che ha saputo conquistare con il suo populismo quando era all’opposizione, corre scompostamente per affrettarsi a cambiare la Costituzione in senso nettamente autoritario e centralizzatore prima che i sondaggi di opinione – e gli elettori – le si rivoltino contro. In tal modo ovviamente non riuscirà a salvare l’economia ma, almeno nelle sue intenzioni, conserverà il suo potere. Ma Meloni non può arrivare allo stravolgimento costituzionale senza il consenso, almeno passivo, dei poteri forti. Da qui il suo trasformismo.

Nel 2014 strepitava contro le sanzioni a Mosca e contro l’Ucraina nella Ue. Per lei le sanzioni alla Russia costituivano un “folle provvedimento” e un cedimento all’Europa. Ancora nel marzo del 2018 affermava che «è incredibile che l’Europa proroghi di altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia che massacrano il Made in Italy. Nell’Italia che vogliamo, il governo non cede ai ricatti di Bruxelles e difende le imprese italiane». Oggi dice l’opposto.  Nel 2015, in una intervista radiofonica sulle sanzioni alla Russia, ribadiva che: «L’Italia dovrebbe assolutamente ritirare la sua firma, le sanzioni sono una cosa idiota per l’economia italiana ed europea». A proposito delle sanzioni alla Russia affermava perentoriamente: «Tra Putin e Obama scelgo assolutamente Putin». Nel 2022 prima dell’invasione russa in Ucraina Meloni affermava che «Serve una pace secolare con la Russia ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria». Anche dopo l’invasione della Crimea Meloni continuava ad affermare risolutamente che «L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni non perché sono amica di Putin, che non ho mai visto, ma il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina». Con tanti auguri alle strategie della Nato e della Ue.

Meloni ha sempre contestato la Ue da destra, in nome del suo nazionalismo sciovinista. Nel 2018, al programma tv L’aria che tira parlava di un “piano B” per uscire dalla moneta unica: «l’euro sta massacrando tutte le economie, tranne quella tedesca»; inoltre affermava a proposito dell’Europa che «ci troviamo in mano ad una banda di usurai». La sua idea sull’Europa e sulla Brexit è conclamata: «Le istituzioni europee sono distanti anni luce dai problemi della gente. Lo diciamo da anni. Al referendum sulla Brexit i britannici, con il loro voto e con il loro coraggio, lo hanno ribadito con forza». Il suo sciovinismo di sapore razzista e antieuropeo è dichiarato: 12 settembre 2018, all’incontro con l’ambasciatore ungherese a Roma ha affermato: «Fratelli d’Italia è al fianco del popolo ungherese e di Viktor Orbán, che l’Unione europea vorrebbe sanzionare perché ha il coraggio di dire no all’invasione e no all’islamizzazione dell’Europa».

Meloni ha attaccato frontalmente il governo di Mario Draghi per le sue politiche di austerità e di “dipendenza” all’Unione Europea. Ora la trasformista Meloni pratica le stesse politiche di Draghi ma ancora più austere. Draghi non avrebbe mai abolito il reddito di cittadinanza. Meloni naviga tra dirigismo statalista e liberismo: vorrebbe tutelare l’interesse nazionale e per esempio (giustamente) nazionalizzare Telecom Italia, ma solletica anche gli imprenditori delle piccole e medie aziende con la deregolamentazione più sfrenata. Meloni proclama di volere attaccare la speculazione sull’energia ma gli unici prezzi che riesce a controllare sono quelli del lavoro: non a caso nel suo Documento di Economia e Finanza (Def) non prevede soldi per i contratti nazionali. Le mancette decise qualche giorno fa con il taglio temporaneo al cuneo fiscale servono a conquistare voti in base alla sua strategia di conquista del consenso di marca populista e paternalista.

Meloni, nonostante la sua evidente disistima per “i burocrati della Ue” e per il “federalismo europeo”, attua una politica di consenso e di subordinazione verso l’Europa: il problema è che non può fare a meno dell’appoggio della Ue. La Banca Centrale Europea di Christine Lagarde ha in mano un quarto del nostro debito pubblico: se volesse potrebbe mandare subito all’aria il governo Meloni, proprio come a suo tempo la Ue della Merkel e di Sarkozy fece cadere il governo Berlusconi. Se la Bce fosse scettica sull’Italia lo spread salirebbe e il governo faticherebbe a rimanere in carica. L’Italia è dentro l’euro, a differenza dell’Ungheria di Orbán che ha mantenuto il suo fiorino e che quindi, per alcuni aspetti, è meno soggetta ai ricatti della finanza europea. Meloni deve fare buon viso a cattivo gioco: per esempio deve dire sui telegiornali della Rai che «finalmente grazie al nostro governo l’Europa prende atto che deve cambiare politica verso i migranti» quando invece la politica europea del Trattato di Dublino e di respingimento dei migranti è esattamente quella di prima. Meloni cerca di negoziare con la Ue per ottenere facilitazioni e tempi più laschi per il Pnrr minacciando, per esempio, di non approvare la riforma sul fondo Salva-Stati, il famigerato Mes che servirà soprattutto alla Germania come fondo di garanzia per le sue banche. Ma l’esito delle trattative è probabilmente segnato. Se sulla formulazione del nuovo Fiscal Compact che dovrebbe entrare in vigore il prossimo anno in tutta Europa il governo Meloni non riuscirà a trovare un accordo con la Francia di Emmanuel Macron avrà ben poco spazio per negoziare sul Pnrr. Macron è (forse) l’unico in grado di opporsi alla politica del governo tedesco e alla linea ultrarigorista del ministro liberale delle finanze Christian Lindner. Il governo Meloni da solo non ha certamente la forza di reggere uno scontro con la Ue e con i mercati finanziari orientati dalle agenzie americane di rating.

Meloni è una trasformista e una opportunista ma non è una stupida: sa che riuscirà a fare ben poco per la ripresa dell’economia italiana e per mantenere le promesse che ha fatto ai suoi elettori. Sa che i mercati sono in grado di fare saltare i governi in pochissimo tempo: sa che solo nello scorso anno, nel 2022, il governo britannico guidato da un’altra “donna forte” e ultraconservatrice, Liz Truss, è saltato in appena due mesi quando i mercati mandarono a picco la sterlina. L’unica possibilità per Meloni di contrastare la linea di rigore annunciata dalla Commissione Europea per il nuovo Fiscal Compact sarebbe quella di allearsi con l’odiata Francia di Macron – peraltro antagonista diretta della sua stretta partner Marine Le Pen, presidente del Rassemblement National – e con il governo (socialista) spagnolo. Si tratta di alleanze molto difficili e assai ostiche per la Meloni presidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei, il più a destra della Ue. Meloni tuttavia sa che la società è in fermento e che le proteste sociali sono alle porte – come ha mostrato il popolo francese in rivolta contro la controriforma delle pensioni di Macron. Per questo gioca due carte: la fedeltà assoluta alla Nato per assicurarsi l’appoggio dei poteri forti (eventualmente anche contro la Ue), e soprattutto la carta del presidenzialismo e dello stravolgimento della Costituzione. Il presidenzialismo è già in crisi gravissima sia negli Usa che in Francia: ma Meloni ci punta perché è la sua àncora di salvezza. Finora la sua politica ha conquistato e illuso una parte minoritaria ma consistente di elettori: Meloni ha avuto gioco facile perché non ha trovato nessuna resistenza da parte dei partiti di centro-sinistra e di centro. Enrico Letta, l’ex segretario del Pd, ha sempre arretrato di fronte alle proposte di Meloni e della destra. Bisognerà capire se il nuovo Pd di Elly Schlein riuscirà a prendere delle posizioni nette e se PD e Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sindacati e centro cattolico riusciranno a unirsi contro il disegno autoritario di Meloni che andrebbe a completare quello della P2 di Licio Gelli. In definitiva solo la debolezza della sinistra può aprire la strada al presidenzialismo di Meloni.

 

Foto Governo italiano, Presidenza del consiglio dei ministri 



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Enrico Grazzini

Perché, su Israele e Palestina, gli intellettuali europei possano ignorare la colonizzazione degli uni e condannare l'invasione degli altri.

Tutti i governi, non solo quello Meloni, devono sottostare al sistema Maastricht, che dà ai mercati la facoltà di decidere le politiche fiscali pubbliche.

La tassa sugli extraprofitti non colpisce lo strapotere della finanza. La sinistra deve rivedere la subalternità al settore finanziario.

Altri articoli di Politica

Una tragedia frutto delle politiche italiane ed europee, passate dall'accoglienza al contenimento.

Le manifestazioni studentesche represse a manganellate sono inconcepibili in uno Stato democratico.

Nel terzo anno di guerra all’Ucraina, Putin è sempre più determinato nella sua svolta autoritaria e bellicistica.