Meloni, si può essere conservatori nel Duemila?

La presidente del Consiglio continua a dichiararsi una conservatrice e, in maniera non rassicurante per l’UE post-Brexit, lo fa anche in casa del suo omologo britannico Sunak. E pensare che oggi, anziché la nostalgia per un certo passato, alcune cose davvero da preservare ci sarebbero.

Mauro Barberis

Mentre a Roma il suo governo veniva battuto in Parlamento sullo scostamento di bilancio, Giorgia Meloni era a Londra, dal suo omologo britannico Rishi Sunak, premier conservatore. Apparentemente, non il posto migliore dove andare, dopo la Brexit che ha sguarnito il gruppo dei Conservatori (e Riformisti) presieduto da Meloni al Parlamento europeo: un po’ come recarsi a Praga proprio il 25 aprile, toh. E comunque non in questo momento, in cui il partito tory, dopo oltre un decennio di predominio del quale si ricorderanno soprattutto le mattane di Boris Johnson, è quarto nei sondaggi, a una distanza abissale dai laburisti del pragmatico Keir Starmer. Per non parlare del fatto che la maggioranza degli inglesi non vuole più saperne della Brexit e che comunque una visita ufficiale nell’ex perfida Albione non è il modo migliore per rassicurare l’Unione Europea.
In realtà, Giorgia aveva due buone ragioni per andare proprio lì e ora. La prima è economica: la city londinese è ancora una delle capitali finanziarie del mondo e tenere buoni rapporti con imprenditori, banche e fondi d’investimento non è male per un Paese il cui debito pubblico può rientrare in qualsiasi momento nel mirino di agenzie di rating come Moody’s; la seconda ragione è politica: passata la buriana populista, nella quale la destra italiana, e in particolare la Lega, ha seguito il modello sovranista della Le Pen, adesso per Fratelli d’Italia si tratta di rifarsi urgentemente una verginità internazionale, assumendo tratti più rassicuranti di quelli di un partito presentato per decenni dalla stampa come post-neo-fascista.
Vuoi mettere la classificazione di conservatore rispetto alla vecchia etichetta italiana di destra sociale? Prendiamo le politiche migratorie, sulle quali apparentemente non c’è paragone fra la multietnica Britannia, popolata dagli ex sudditi delle colonie, e la penisola italiana, che si prolunga come un ponte nel Mediterraneo per oltre ottomila chilometri di coste. Eppure, sinché i respingimenti dei migranti in mare, compresa la minaccia di rinviarli in Ruanda, li fa un primo ministro miliardario d’origine indiana, che guida un paese ormai fuori dalla UE, no problem; invece, i respingimenti messi nel programma elettorale dalla leader della Garbatella sono vietati dal diritto Ue e a ben vedere anche dalla Costituzione italiana, perché rendono impossibile ai migranti l’eventuale esercizio del diritto d’asilo.
Tutto questo ammesso, d’altra parte, resta il problema di come un partito politico e un(a) leader possa presentarsi sulla scena politica e dirsi conservatore nel Duemila. Fossimo stati nel Novecento, quando una speranza nel progresso c’era ancora, si sarebbe sollevato un unico grido di protesta: cosa mai abbiamo da conservare? Nel Duemila, invece, ci siamo improvvisamente accorti che qualcosa da conservare c’è. Facendo un rapido elenco, c’è l’ambiente – l’ecologismo, se ci pensate, è essenzialmente conservatore –, la sanità pubblica ormai svenduta ai privati, tutte le conquiste giuridiche e sociali della Costituzione repubblicana. Prima c’era il fascismo, non dico altro.
A pensarci, in un mondo che muta incessantemente e in un secolo che vede le emergenze susseguirsi l’una all’altra, il conservatorismo ha una sua ragion d’essere: non tutto il nuovo è buono, bisogna essere capaci di distinguere, di selezionare fra le tante novità che ci arrivano addosso non richieste. Eppure il dubbio resta: può esistere un conservatorismo che non sia solo Nostalgia & Reazione?
CREDITI FOTO: Vox España!Wikimedia Commons

 

 



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