Meridionale, giovane, donna: in Italia è povero un lavoratore su tre

L’incidenza dei salari bassi sul totale dei lavoratori, già alta nel 1990, è cresciuta fino a coinvolgere un lavoratore su tre, mentre le retribuzioni degli italiani sono calate (-2,9%) in questo stesso trentennio: è l'unico caso in tutti i Paesi dell’OCSE.

Federica D'Alessio

È amara la fotografia del mondo del lavoro che emerge dal Report pubblicato oggi dal Forum Disuguaglianze e diversità.  L’incidenza dei salari bassi sul totale dei lavoratori, già alta nel 1990, è cresciuta in questi trent’anni fino a coinvolgere un lavoratore su tre, mentre le retribuzioni degli italiani sono calate del 2,9%: è l’unico caso in tutti i Paesi dell’OCSE.
Lavoratori poveri, sempre di più e sempre più poveri
Nello stesso periodo, conferma il report curato da Michele Bavaro dell’Università Roma Tre con il coordinamento di Elena Granaglia e Patrizia Luongo, sono aumentate anche le disuguaglianze salariali: nel periodo tra il 1990 ed il 2017 l’indice di Gini che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito da lavoro è passato da 36,6 punti a 44,7. Sempre nel periodo 1990-2017 la soglia relativa alla retribuzione bassa in Italia è diminuita (circa l’8% in meno) raggiungendo i 10.919 euro annui dagli 11.673 euro annui; e al tempo stesso l’incidenza dei bassi salari è aumentata da 25,9 punti percentuali nel 1990 a 32,2 punti percentuali nel 2017 sul totale dei lavoratori italiani. Un lavoratore su tre, più spesso una lavoratrice.
L’incidenza dei bassi salari è infatti maggiore tra le donne e i giovani nella fascia 16-34 anni e i residenti al Sud. La povertà è inoltre un dato di fatto per i lavoratori part-time, oltre il 60% dei quali involontari. E le donne rappresentano il 64% dei lavoratori part-time. I giovani hanno infine un’incidenza di bassi salari quasi doppia rispetto al gruppo più anziano (50-65 anni) sia in termini di salari annuali sia settimanali.
Secondo l’indagine, i due indici fondamentali che esprimono l’impoverimento dei lavoratori sono il salario orario e il tempo di lavoro. Il salario orario è sceso perché negli ultimi trent’anni sono aumentati i settori lavorativi low-skilled – innanzitutto servizi alle famiglie e turistici – le cui retribuzioni non permettono di uscire dalla povertà. Inoltre, l’aumento dei contratti collettivi nazionali coincide con una crescente tendenza al mancato rispetto dei minimi tabellari da essi fissati. Il tempo di lavoro invece determina un aumento della povertà per via delle numerose riforme che hanno portato a una deregolamentazione contrattuale, e permesso la proliferazione di contratti atipici e spesso precari, oltre che la forte diffusione del part-time.

Per gli estensori del report, per combattere il lavoro povero occorre un salario minimo a livelli dignitosi, contrastando, anche grazie al rafforzamento della contrattazione collettiva, sia la concorrenza al ribasso dei salari sia la frammentazione delle categorie contrattuali. Occorre inoltre incrementare l’intensità lavorativa: lavorare in modo più stabile. I dati confermano infatti – scrivono – che il contratto a tempo determinato (sottoscritto da circa un quarto degli individui osservati), in particolare di durata inferiore all’anno, implica un maggiore rischio di bassi salari annuali. Se il 19% dei lavoratori a tempo indeterminato risulta, infatti, avere una retribuzione inferiore alla soglia annuale, questa cifra sale a ben il 61,7% per coloro che hanno un contratto a tempo determinato.

Lavoro frammentario, insicuro, ricattabile
E occorre infine porre fine alla moltiplicazione delle forme contrattuali non standard. Un paragrafo del report infatti precisa che “Secondo i dati aggregati dell’Inps, in Italia nel 2018, su un totale di 25,4 milioni di lavoratori, circa il 19.5% svolgeva un lavoro autonomo. Questo valore è ancora più elevato se si guardano i dati Istat di fonte LFS: 22,9%, tra i più alti in Europa dove la media, secondo Eurostat è del 15,3%. Ciononostante, questa percentuale è calata nel corso del tempo a partire dall’inizio degli anni ’90. Andando però a disaggregare i dati, si osserva come questo calo sia dovuto essenzialmente ai datori di lavoro, al contrario si è vista una crescita dei liberi professionisti (+36,7% tra il 2008 ed il 2018, sempre fonte Istat). Quindi la riduzione dei lavoratori autonomi sul totale dei lavoratori, che prosegue quasi ininterrotta dal 2004 per la forte caduta degli artigiani e dei piccoli commercianti, è in controtendenza con l’aumento del lavoro autonomo intellettuale” E proprio in questa categoria, specifica il report, si celano i “lavoratori economicamente dipendenti”, cioè i collaboratori e le false partite Iva. Per l’Inps sono lavoratori che svolgono, come autonomi, un’attività tipicamente da dipendente, ovvero a monocommittenza. “Quest’ultimo gruppo di lavoratori è certamente soggetto a rischio di bassi redditi da lavoro in quanto il loro inquadramento combina gli aspetti più negativi del lavoro autonomo e di quello dipendente, dando vita a figure spesso dipendenti a tutti gli effetti ma che devono fronteggiare costi del lavoro più elevati e possiedono molti meno diritti.” Per non parlare dei cosiddetti gig worker: “Secondo questi dati i lavoratori delle piattaforme digitali in Italia ammontano a 570.521, l’1,3% della popolazione tra i 18 e i 74 anni.10 Due terzi lavorano per piattaforme location-based, in cui i compiti assegnati vengono svolti in una località specifica – è i il caso dei rider – mentre un terzo svolge attività rese solamente sul web”. Rispetto ai contratti, “7 lavoratori su 10 hanno un contratto scritto e solo l’11% ha un contratto da dipendente. La quota dei lavoratori che dichiarano essenziale o importante il reddito derivante dal lavoro su piattaforma sale dal 49% rilevato nel 2018 all’80% del 2021.” Questa classe di lavoratori, rilevano gli studiosi, “particolarmente in crescita negli ultimi anni anche per l’effetto della pandemia, è molto soggetta al fenomeno del basso salario in quanto svolgono un lavoro per definizione intermittente e saltuario, in cui il salario è spesso definito a cottimo. Inoltre, la maggioranza dei gig workers sono per l’INPS “invisibili”. Questo accade per numerose ragioni ma soprattutto per la dominanza di contratti di prestazione autonoma occasionale che, sotto la soglia di 5,000 euro l’anno, non comportano obbligo di contribuzione ai fini pensionistici.”
Infine, la piaga del lavoro grigio – quello dei cosiddetti tirocini extracurriculari, difficile da calcolare e monitorare – e di quello sommerso: “il numero totale (stimato) delle unità di lavoro non regolari si è assestato intorno a 3,6 milioni nel 2018, con un trend in decrescita (che riguarda anche il cosiddetto tasso di irregolarità, calcolato come incidenza del numero di occupati irregolari sul numero di occupati). L’Italia è collocata ai primi posti in Europa per incidenza del lavoro non dichiarato sul valore aggiunto, superata solo dai Paesi dell’est europeo e dalla Grecia. Come sottolineato nel Rapporto Inps (2022), è sorprendente notare come il tasso di lavoro non regolare sia rimasto praticamente invariato negli ultimi 24 anni, nonostante il mercato del lavoro sia stato riformato in maniera profonda e abbia subito notevoli trasformazioni.”

La necessità dei sostegni al reddito
Una dimostrazione contundente dell’urgenza di rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali e degli eventuali sostegni al reddito di chi resta nella povertà lavorativa. In questo senso, sostengono i ricercatori, le prime indicazioni della legge di Bilancio per il 2023 non vanno nella direzione giusta. Al posto della riduzione delle forme contrattuali non standard, si re-introducono, potenziandoli rispetto al passato, i buoni lavoro che potrebbero arrivare a coprire fino a 10.000 euro di remunerazione l’anno (in precedenza il limite era 5.000), cifra non lontana da uno stipendio “normale” povero. Si tratta di un enorme disincentivo alle imprese a ricorrere a rapporti di lavoro regolati; quindi a non pagare i contributi per disoccupazione, malattia e maternità. Nonostante si parli di controlli – recita il comunicato stampa del Forum DD – la consistenza numerica degli ispettori, la polverizzazione del comparto in cui i buoni possono essere utilizzati e le non risolte difficoltà organizzative relative all’unificazione delle competenze nell’Ispettorato nazionale del lavoro gettano più di un dubbio sull’effettiva possibilità di verifica. Ancora, anziché impegnarsi ad offrire lavori decenti, si toglie il reddito di cittadinanza a chi rifiuta il lavoro, anche se a centinaia di chilometri dalla propria residenza, in vista di un’integrale cancellazione fra otto mesi. Infine, la flat tax e l’accettazione di un tasso di evasione quasi come fisiologia del sistema lavorativo italiano segnalano, per il FDD, “la sostanziale rinuncia a pensare a uno schema universale di protezione del reddito”, mentre alcuni settori ricevono ingiuste e per di più insufficienti forme di protezione, del tutto inefficaci ai fini della copertura dei rischi sociali.

 

CREDITI FOTO: ANSA/BALTI TOUATI MOURAD – Un momento dello sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo TIM, contro il nuovo piano industriale 2022 – 2024, Milano, 23 Febbraio 2022.



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