Come rendere utile l’orribile Mes

Il “Fondo salva-Stati” resta un “prodotto senza acquirenti”. Nessuno vuole mettersi alla mercé di un istituto di diritto privato e con sede in un paradiso fiscale che per “tutelare l’interesse dei creditori” può imporre misure rovinose. Ma con un’Agenzia del debito, la politica europea potrebbe essere decisamente migliore.

Carlo Clericetti

Un’azienda che si accorgesse che un suo prodotto non lo vuole nessuno, nonostante vari tentativi di promozione, deciderebbe di eliminarlo. Non così i politici e tecnocrati europei, che ben si possono paragonare a un management aziendale, vista la loro fede nelle virtù taumaturgiche del mercato.

Il “prodotto” è il Mes, il cosiddetto “Fondo salva-Stati”, che ogni tanto viene periodicamente riproposto nel tentativo di giustificare la sua esistenza e anche di trovare un impiego per il suo capitale di 80 miliardi versati dagli Stati che giacciono inutilizzati.

L’organismo è stato istituito in seguito alla crisi del 2008, e in questi anni ha cambiato nomi (ESF, ESFS) e regolamenti. L’ultima riforma, che lo rende se possibile ancora peggiore, è stata approvata dall’Eurogruppo nel novembre 2020 (e poi anche dal Parlamento italiano, in dicembre), ma manca ancora la ratifica definitiva del nostro governo: se i problemi solo burocratici di cui ha parlato il ministro Daniele Franco fossero invece un espediente per prendere altro tempo, sarebbe un ottimo segnale.

Il Mes deriva da un trattato intergovernativo, è un istituto di diritto privato lussemburghese ed è guidato da un “Consiglio dei governatori” di cui fanno parte i ministri delle Finanze dei Paesi membri. Il suo direttore generale, il tedesco Klaus Regling, ha ampi poteri. Il suo statuto prevede che debba fare gli interessi dei creditori, che abbia l’ultima parola sulla solvibilità di chi vi ricorre e che in base a questo giudizio possa imporre condizionalità che possono arrivare fino alla ristrutturazione del debito. Chi ne fa parte è esente da ogni responsabilità civile e penale.

Quando Draghi pronunciò il famoso whatever it takes e predispose il programma di sostegno ai Paesi che fossero attaccati dalla speculazione, fu stabilito che la condizione per accedere a quegli aiuti fosse la stipula di un accordo con il Mes, in base al quale il Paese in questione deve procedere a un piano di risanamento. Detto in chiaro, questo significa l’intervento della famigerata Troika (Fmi, Bce, Commissione), gli “uomini in nero” che in pratica prendono possesso del Paese, fanno approvare leggi scritte sotto dettatura, impongono drastici tagli (al welfare, ai salari, alle pensioni, ai dipendenti pubblici), privatizzazioni, svendite di beni pubblici, in ossequio al “Maastricht consensus”. Il loro intervento in Grecia, raccontato dall’allora ministro delle Finanze Yanis Varoufakis nel suo libro Adulti nella stanza, è stato un perfetto esempio di come si depreda un Paese lasciandolo in macerie.

Si dice che il ricorso al Mes comporti uno stigma per il Paese interessato, perché sarebbe la dimostrazione di un suo sostanziale fallimento e quindi della sua inaffidabilità come debitore. Ma dopo l’intervento in Grecia è stata la Troika a guadagnarsi uno stigma, cioè un marchio d’infamia, e quindi anche il Mes che è lo strumento che può imporla.

Così, quando allo scoppio della pandemia il Mes ha offerto un credito a basso costo a tutti i Paesi che lo volessero, proclamando che le sole condizionalità richieste erano che quei soldi fossero usati per affrontare l’emergenza, nemmeno uno dei Paesi europei vi ha fatto ricorso. Non è servito a nulla nemmeno il “marketing istituzionale”, cioè la lettera con cui il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e il commissario all’Economia Paolo Gentiloni assicuravano che non ci sarebbero state altre condizioni.  Nessuno l’ha presa sul serio, perché le condizionalità del Mes sono previste dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), e non basta una letterina per annullarle, sarebbe necessaria una modifica del Trattato.

Così, nonostante ogni tanto qualcuno lo riproponga per questo o quell’impiego, il Mes resta un “prodotto senza acquirenti”. Nessuno vuole mettersi alla mercé di un istituto – che, come detto, è di diritto privato e con sede in un paradiso fiscale – che per “tutelare l’interesse dei creditori” può imporre misure rovinose.

La più recente apparizione semi-ufficiale del Mes è nella proposta italo-francese collegata all’intervento sul Financial Times di Draghi e Macron. In essa si propone la costituzione di un’Agenzia del debito che – si dice in una nota – potrebbe essere il Mes o un altro organismo di nuova costituzione.

A che serve un’Agenzia del debito? Stanno montando le pressioni perché la Bce non solo smetta di acquistare titoli pubblici (il PEPP, il programma varato in occasione della pandemia, terminerà con marzo; c’è ancora l’altro programma, l’APP, ma in riduzione ed è molto probabile che anche quello volga al termine), ma cominci a programmare lo smaltimento di quelli acquistati finora, per esempio smettendo gradualmente di rinnovarli. Non solo da un paio d’anni la Bce sta assorbendo importi pari a tutte le nuove emissioni, ma quelli che ha sono tanti, circa un quarto dell’intero debito pubblico europeo. Già la prospettiva della fine degli acquisti sta facendo salire i tassi. Un segnale di non rinnovo, seppure attuato in maniera molto graduale, provocherebbe certamente un deciso aumento. Con la conseguente impennata del costo dei debiti che in questi anni sono molto aumentati ovunque. E dunque si sta cercando un sistema per evitare tutto questo.

Il sistema potrebbe essere appunto la creazione di un’Agenzia del debito, che rilevi quei titoli dal bilancio della Banca centrale e li rinnovi emettendo propri titoli, che – essendo l’Agenzia garantita dalle istituzioni europee – potrebbero essere collocati a un tasso molto favorevole. La proposta italo-francese ipotizza che rilevi il debito fatto per la pandemia, e, eventualmente, anche quello conseguente alla crisi del 2008. La proposta risolverebbe il problema dei titoli nel bilancio Bce e probabilmente riuscirebbe ad evitare un rialzo generalizzato dei tassi, ma non manca di punti critici. Il primo è senza dubbio l’idea di affidare il compito al Mes, o almeno al Mes così com’è oggi. D’altronde, si può dubitare che su questo si troverebbe l’accordo, visti i precedenti. Il secondo è che limitarsi al debito della pandemia non sarebbe risolutivo per i Paesi più indebitati. Per l’Italia si tratterebbe di 19,2 punti: certo, un rapporto debito/pil al 130% è meglio di uno al 150, ma il problema del rientro resta pesante. Il terzo: non risolverebbe il problema dell’aumento dei tassi sui debiti emessi dagli Stati che il mercato considera più rischiosi.

Certo, sarebbe un passo di grande rilievo dal punto di vista dei princìpi. Si tratterebbe di fatto dell’abbattimento di altri due tabù: quello della messa in comune dei debiti (in piccola parte, ma, appunto, conta il principio); e quello di una loro parziale sterilizzazione (idem). E sono proprio questi due punti che rendono assai problematica l’accettazione del piano da parte dei tedeschi e dei loro alleati, che sono sempre dichiarati ferocemente contrari a soluzioni del genere.

Tanto varrebbe, allora, combattere per un’altra soluzione, per certi aspetti simile, ma assai più efficace. Anche questa propone un’Agenzia del debito (EDA): le sue caratteristiche essenziali sono state illustrate in un breve saggio di Massimo Amato (Bocconi) e Francesco Saraceno (Sciences Po e Luiss) e ancora più in sintesi su lavoce.info a firma, oltre che dei due, di Carlo Favero (Bocconi).

Questa Agenzia assorbirebbe non solo i titoli posseduti da Bce, ma diventerebbe un unico intermediario tra gli Stati e il mercato. Facciamo un esempio. Lo Stato X ha titoli in scadenza per – diciamo – 200 miliardi, più un deficit da finanziare di altri 30. L’Agenzia emette titoli, da collocare sul mercato, per un importo nominale di 230 miliardi, che gira allo Stato X in cambio dei suoi titoli, che diventano senza scadenza. Lo Stato in questione pagherà gli interessi all’Agenzia, e qualora voglia ha facoltà di rimborsare la parte che vuole del suo debito. L’Agenzia, come nella proposta precedente, riuscirà a collocare i suoi titoli a un tasso tra i più favorevoli, mentre il tasso che ogni Stato dovrà pagare all’agenzia dipenderà dalla sua situazione. Sarà la Commissione europea a determinarlo, non in modo discrezionale ma in base a parametri oggettivi: per esempio, il rispetto delle regole europee (quelle di cui si sta discutendo la modifica) in materia di finanza pubblica e di riforme. I “disciplinati” pagherebbero meno, chi sgarra di più.

Quest’ultimo aspetto è considerato dagli autori decisivo per poter affermare che non si sta proponendo una mutualizzazione dei debiti (come avverrebbe, anche se per una parte limitata, nella proposta italo-francese): «Quando in pizzeria tu prendi una margherita e io una pizza al tartufo, se “facciamo alla romana” e dividiamo in due il conto, stiamo mutualizzando. Se ognuno si paga la sua pizza, no». Lo stesso principio vale per eventuali casi di default (se un Paese non è in grado di pagare una o più rate in scadenza), che verrebbe fronteggiato con il capitale dell’EDA alla cui accumulazione gli Stati hanno contribuito in misura diversa in rapporto alla loro “rischiosità”; nel caso del Mes, invece, in questa eventualità tutti gli Stati sarebbero chiamati a versare una quota in base alla loro popolazione e pil, anche se sono considerati “sicuri” dai mercati.

La durata media del debito europeo è di 7-8 anni, e dunque in quest’arco di tempo tutti i debiti degli Stati sarebbero assorbiti dall’EDA, i cui titoli costituirebbero quel safe asset (impiego sicuro) che non solo è ricercato dagli operatori, ma serve anche alla banca centrale per la gestione della politica monetaria. Gli Stati sarebbero protetti dalle oscillazioni dei mercati che molto spesso non sono generate da analisi dell’economia reale, ma dall’opportunità di realizzare guadagni speculativi. Ma senza avere nessun regalo, dato che, come detto, chi ha i conti meno in ordine paga un tasso di interesse più alto. Questo scoraggerebbe anche il moral hazard, cioè un maggiore lassismo nella politica economica perché ci si sente più protetti.

Torniamo al problema iniziale. Come può essere utile il Mes? È molto semplice: gettando alle ortiche il suo orribile statuto e le sue temibili condizionalità e trasformandosi nell’EDA, con gli 80 miliardi di capitale che sarebbero sufficienti a far partire il nuovo istituto. Questo ovviamente non esaurirebbe la questione della riforma delle regole europee, ma darebbe una base più solida a qualsiasi schema si decida poi di concordare.

L’EDA si integrerebbe bene nella proposta italo-francese, e non si vede perché la Spagna dovrebbe essere contraria. Lo scoglio è la Germania. Se ci fosse l’accordo dei tedeschi, diventerebbe difficile opporsi alle prime quattro economie europee. L’ostacolo è essenzialmente ideologico: potrebbero accettare, i tedeschi, una soluzione che toglie ai mercati quel potere arbitrario di provocare – per guadagno – la rovina di un’economia? Bisognerebbe ammettere che i mercati non hanno sempre ragione, e che i loro comportamenti sono determinati dal quadro istituzionale in cui operano. Se non ci fosse stato il whatever it takes, probabilmente l’euro non esisterebbe più. Se il governo americano non avesse deciso di far fallire la Lehman Brothers, la crisi del 2008 sarebbe stata assai diversa e meno grave. Se ci fosse l’Agenzia del debito, la politica europea potrebbe essere migliore. Lo capiranno?



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