Quella bandiera non sventola più. La metamorfosi di “Repubblica”

Da anni il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari appoggia il peggio della politica nazionale. Può un giornale spostarsi da sinistra a destra senza perdere la sua identità?

Angelo Cannatà

Eravamo a Lecce, per la presentazione del suo “Scuote l’anima mia Eros” (Einaudi), e verso la fine di un dialogo su politica, letteratura, e giornalismo, chiesi a Scalfari perché lasciò il timone di Repubblica nel 1996. “Potevi benissimo continuare a dirigere il giornale per molti anni.” Non rispose subito, si accese una sigaretta, mi guardò, poi disse: “Sì, potevo. Ma volevo dedicarmi alla scrittura di libri. E soprattutto vedere come sarebbe stata Repubblica senza la mia guida.”

Della risposta, lo ammetto, ritenni importante anzitutto il suo desiderio di scrivere libri – ne parlo in “Eugenio Scalfari e il suo tempo”, Mimesis –, oggi colgo invece il senso di quel “vedere Repubblica senza la mia guida”. Insomma, troppe cose sono accadute e Rep non è più quella di un tempo. Andò bene all’inizio – la direzione di Mauro fu all’insegna della continuità – oggi non è più così. Perché? Soprattutto: può un giornale spostarsi da sinistra a destra (siamo all’esaltazione di Cl) senza perdere la sua identità? Il tema non è secondario, e non riguarda solo il destino di un quotidiano. È che Repubblica è percepita (ancora) da molti come guida della sinistra laica e progressista, senza essere di fatto – per le posizioni che assume – né di sinistra, né progressista, e nemmeno più molto laica. Com’è potuto accadere? Scalfari denunciava gli interessi dei ciellini: un sistema di potere come quello di Cl in Lombardia – scrisse – “non esiste in alcun punto del Paese. Nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere. Negli ospedali, nell’assistenza, nell’università, tutto è diretto da quattro-cinque persone”. Lucido. Uno sguardo realista sui nipotini di Giussani.

Ma il caso Repubblica va ben oltre questi fatti. Da anni Largo Fochetti appoggia il peggio della politica nazionale. Mente. Diffonde fake news. Bisogna esser ciechi per non vedere: Berlusconi è trattato come uno statista (non più come tragica anomalia: cfr. “Il Cavaliere tra affari e politica”, 24-4-94); Salvini, nonostante qualche critica (o trappola per gonzi) è ritenuto affidabile; Renzi – anche se esalta i dittatori africani – ha più interviste di Prodi negli anni di maggior consenso. E ancora: l’appiattimento su Monti e Fornero, quando devastarono il welfare; l’odio per le battaglie legalitarie dei grillini; la campagna contro Zingaretti che apriva ai 5Stelle: sono infiniti gli episodi in cui Repubblica ha rinnegato la propria storia. Ultimo, “Il Conticidio”: sarebbe stato possibile senza la feroce compagna contro Conte responsabile di non essere alle dipendenze del gruppo di potere che fa capo a John Elkann?

Siamo al punto decisivo. “Volevo vedere – disse Scalfari – come sarebbe stata Repubblica senza la mia guida.” Ecco, Eugenio, il tuo giornale conserva il nome e il formato ma non è più lo stesso. Ha un padrone che defenestra in un lampo i direttori non allineati (Verdelli); un capo che comanda e chiude riviste storiche con brutale cinismo; un proprietario che ha interessi esterni all’editoria e utilizza Rep per scopi di potere. È saltata l’identità del giornale, questo è il punto; da qui l’enorme faziosità e la falsificazione dei dati reali: insomma, tutti i leader internazionali auspicano (realisticamente) un dialogo coi talebani, ma se lo chiede Conte è per “il fascino del kalashnikov”. Assurdo.

Dov’è oggi la tensione morale di Repubblica? Il quotidiano di Largo Fochetti è l’organo di Elkann che loda la destra trionfante. Una metamorfosi. Clamorosa nel dato più eclatante: Berlusconi era accostato a un criminale (cfr. “Mackie Messer ha il coltello ma vedere non lo fa”, 13-1-90), in ciò perfettamente in linea con la rivista MicroMega, oggi la sua possibile elezione al Quirinale non suscita scandalo a Largo Fochetti.

Repubblica ha conservato la sua identità? Suvvia, non scherziamo! Ha mantenuto solo la firma dell’anziano Fondatore, che ormai parla soprattutto di Dio, ama il Papa, e non vede come hanno ridotto il suo giornale. Infine: all’epoca dell’accordo Mondadori-Espresso Scalfari scrisse che “La libertà di stampa non si compra” (3-12-89) e rivendicò l’autonomia di Repubblica: “Una bandiera che non sarà ammainata” (14-4-89). Spiace dirlo, ma quella bandiera non sventola più.

 

(credit foto ANSA/ANGELO CARCONI – CLAUDIO PERI)



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