“Mi limitavo ad amare te”. Oltre la guerra e le lacerazioni, vince l’umanità

Il libro di Postorino prende spunto da storie vere, quelle dei bambini profughi dalla guerra bosniaca. Questa è una vicenda toccante ed edificante, che ci ricorda quanto la sottrazione faccia parte della vita e soprattutto ci disvela l’umanità più sincera, la solidarietà, la cura che possono sbocciare oltre la ferocia imposta.

Marilù Oliva

Mi limitavo ad amare te”, uscito per Feltrinelli come il precedente “Le assaggiatrici” (vincitore del Premio Campiello, tra le altre cose, e tradotto in 50 paesi) è l’ultimo romanzo dell’autrice di origine calabrese Rosella Postorino. L’opera prende spunto da storie vere, quelle dei bambini profughi dalla guerra bosniaca, che la Postorino ha incontrato, intervistato, coi quali ha sviscerato, tra le altre cose, un pezzo profondo del loro passato.

Il tutto parte da una città e minacciata dai cecchini e dilaniata dai bombardamenti, spesso annunciati dal lugubre abbaiare dei cani, Sarajevo: una città dove salta la luce, dove le scuole sono chiuse, dove si ruba ciò che si può dalle case distrutte. L’orfanatrofio non è solo ricovero per gli orfani veri e propri, ma anche per i bimbi che non possono essere accuditi dai genitori per cause di forza maggiore. In questa situazione straniante, incupiti dall’ombra oscura della morte, con i problemi di approvvigionamento, povertà, precarietà, minaccia dei cecchini e delle incognite che la guerra comporta, i bambini/ragazzi imparano l’arte della sopravvivenza. C’è Omar, così attaccato alla sua mamma che ha fatto dell’obbedienza la sua missione principale. E quando lei sparisce, resta spaesato e si aggrappa disperatamente all’idea di ritrovarla. C’è Nada, il cui nome significa “speranza”, non ha più l’anulare ed è convinta che quella sua mutilazione la rappresenti oltre la sua essenza. C’è Ivo, costretto ad arruolarsi, c’è Danilo e il suo mistero che Nada non riesce a decriptare. C’è Sen che deve sbattere in faccia al fratello Omar la sua verità: la madre li ha abbandonati, dice, altrimenti sarebbe rimasta con loro.

Ciascuno con la propria storia accartocciata in tasca, ciascuno con la perdita condensata, il lutto imposto, la divisione rinnovata dopo il primo, grande strappo: quello che ci vede nascere e separarci dall’unità con la madre. Qui le madri si rispecchiano nella loro assenza, nei chiaroscuri di una giungla – quella contorta dei sentimenti più totalizzanti – che rischia di imprigionarci, nell’evocazione di un’immagine che trova compimento nel vuoto dei ricordi, solo quando i tasselli del passato però si ricompongono alla luce di nuove narrazioni. Oppure nel caldo abbraccio di una fossa, col suo irreparabile richiamo uterino.

Il lungo, accidentato, pericoloso viaggio dalla patria verso l’Italia è un miraggio di salvezza ma rappresenta una separazione da tutto ciò che, fino a quel momento, costituiva il loro universo. Omar non era mai nemmeno uscito da Sarajevo, prima. Cosa significa, quindi, andarsene per loro? Una nuova frattura. Ricominciare, lasciare che si estingua una parte di sé. Estirpati dalle loro radici, quasi rassegnati alla privazione dei loro cari, protesi verso un ignoto che sa di dolorosa salvezza, questi giovani protagonisti ci commuovono e verrebbe voglia di prenderli per mano, abbracciarli. E intanto, al paese, la guerra dilaga con tutti i suoi quotidiani orrori:

«Non c’è poi da stupirsi se intorno ai campi militari spuntano bordelli, i maschi sono maschi, non sono mica di legno, il sesso è uno sfogo e i bisogni fisici vanno soddisfatti, sono giovani, poco più che ragazzi, divorati dall’ansia delle bombe, abbrancati ai fucili, cercano una ninna nanna fra le nostre gambe, ci toccherebbe cullarli come madri, invece noi opponiamo resistenza, è colpa nostra se poi ci fracassano il cranio a terra. Bastava starsene buone e zitte, il tempo di svuotarsi e ci avrebbero mollate. Al contrario ci ammazzano, ci interrano nella fossa comune di Visoko, ci gettano nella Bosna».

Questo libro mi ha fatto venire in mente “La Storia” di Elsa Morante e non solo per la maestria dell’autrice nel mescolare i grandi eventi storici con la quotidianità, ma anche per l’attenzione verso gli umili e i diseredati, che sono tali non per un disegno divino elettivo, ma perché così è capitato: questa è una vicenda toccante ed edificante, che ci ricorda quanto la sottrazione faccia parte della vita e soprattutto ci disvela l’umanità più sincera, la solidarietà, la cura che possono sbocciare oltre la ferocia imposta.



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