Cimino: “Il cinema è una verità che mente di continuo”

“Cominciare a fare film è stato solo un errore, uno dei più grandi della mia vita”. In questa intervista che ha il sapore delle confessioni, Michael Cimino, autore dell’indimenticabile Il cacciatore, racconta della sua vita, delle sue amicizie, delle sue passioni letterarie. E della sua speranza di un nuovo Rinascimento.

Fabrizio Tassi

da MicroMega 6/2011
Ha 72 anni e almeno un paio di capolavori all’attivo. È opinione comune che sarebbero (molti?) di più, se il suo rapporto col mondo del cinema (leggi: Hollywood) non fosse così tormentato (il che è già un eufemismo). I cancelli del cielo, uno dei due capolavori (il più discusso), contribuì con le sue perdite colossali alla bancarotta della United Artists. L’altro, indimenticabile e indiscusso, è Il cacciatore. È molto amato anche il suo ultimo film, Verso il sole, che risale al 1996. Michael Cimino, però, non è solo cinema. Ha studiato architettura e pittura. Scrive romanzi. I suoi vasti interessi, e i suoi celebri aneddoti, lo rendono un personaggio inimitabile.

Poeta, megalomane, perfezionista, artista libero, malato di libertà, proscritto, incompreso, genio, genio incompreso, maestro discusso e indiscutibile… sono alcune delle parole che vengono più spesso associate al suo nome. Si riconosce?
Sono umano. Sono una persona come tutte le altre. Non credo di conoscermi fino in fondo nemmeno io. Non puoi mai scoprire o conoscere una persona leggendo qualcosa sul suo conto. Leggi semplicemente quel che è stampato. Lo accetti. Presumi sia verità. Ma la verità mente. Sempre. La verità non è mai vera. Forse mi ritrovo in tutte quelle cose che avete elencato. Forse nemmeno una mi somiglia.

Si dice anche che a lei il cinema interessi meno di Brunelleschi, Degas o Nabokov. Pare venisse considerato uno studente prodigio. Mai un cinefilo in senso stretto.
Ho studiato architettura, pittura, scultura. Mi sono laureato alla Michigan State University in architettura, dove l’ultimo anno dirigevo anche una pubblicazione satirica, Spartan. Quindi ho concluso i miei studi pittorici a Yale. Cominciare a fare film è stato solo un errore, uno dei più grandi mai commessi nella mia vita.

Ci permetta di considerarlo un bell’errore. In cui è difficile incappare per caso.
E sbagliate. Mettiamola così: una volta uscito da Yale andai a Manhattan. Lì cominciai a dirigere pubblicità e video commerciali. Ero circondato da belle ragazze in ogni momento. Viaggiavo tutto l’anno inseguendo perennemente l’estate, sempre alla ricerca del sole e attorniato da modelle fantastiche. È una cosa irresistibile, ve lo assicuro.

Ci fidiamo.
Comunque sì, credo mi ritenessero un prodigio. Ricordo che una volta, all’università, uno dei miei insegnanti si ammalò. Ero giovanissimo e lui mi disse: «Sostituiscimi. Insegnerai tu». Il giorno successivo entrai in un’aula piena di studenti con più anni di me che mi fissavano increduli. Quando mi presentai come «professore» qualcuno bisbigliò pure: «Cosa?».
Ricordo le medesime reazioni mentre lavoravo con Eastwood e Jeff Bridges. La gente li metteva in guardia: «Ehi, Clint, cosa fai? Stai lavorando con un ragazzino».

Leggenda vuole che lei conobbe Joann Carelli, sua storica produttrice, sui set pubblicitari. E che fu proprio lei a suggerirle di scrivere Una calibro 20 per lo specialista. Quindi, poco più che trentenne, si impose a Eastwood come regista.
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[Questo contributo è inserito nello SPECIALE CINEMA di MicroMega+ del 24 dicembre 2021]

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