Midterm Usa, un voto all’insegna dell’incertezza

Il risultato ancora incerto delle elezioni per il Congresso riflette l’estrema polarizzazione politica della società americana.

Fabrizio Tonello

A 48 ore dal voto le elezioni per il Congresso che si sono svolte martedì 8 novembre non hanno ancora prodotto risultati definitivi e già questo è un significativo indizio della crisi della democrazia americana, aggravata da un sistema elettorale pessimo.

Al momento in cui scriviamo, infatti, ci sono una dozzina di circoscrizioni della Camera e tre del Senato dove occorrerà contare e ricontare le schede per determinare il vincitore. Si vota quasi ovunque con il sistema a turno unico “chi arriva primo vince” (tranne che in Georgia, dove il candidato repubblicano e quello democratico sono rimasti al di sotto del 50% dei voti, quindi si scontreranno in un ballottaggio fissato per il 6 dicembre).

Ma l’elemento interessante è che questa incertezza è il risultato di problemi a monte, in particolare l’estrema polarizzazione politica della società americana, particolarmente visibile nel cleavage città-campagna. Le aree non metropolitane votano a stragrande maggioranza per i repubblicani, le città votano per i democratici. Le coste atlantica e pacifica votano per i democratici, l’immenso corpaccione dell’America continentale vota per i repubblicani. In effetti è possibile partire da un qualche punto della costa sul Golfo del Messico, in Texas, e procedere verso Nord fino al confine canadese attraversando Oklahoma, Kansas, Nebraska, South Dakota e North Dakota senza incontrare una sola contea a maggioranza democratica.

Nello stesso Texas, dove il governatore repubblicano uscente Greg Abbott ha facilmente sconfitto il candidato avversario Beto O’Rourke, le grandi città come Houston, Dallas, Austin e San Antonio sono feudi democratici, mentre in tutto il resto dello Stato è saldamente controllato dai repubblicani. Questo significa che in realtà la divisione del voto 50-50 non è il frutto solo di valori e visioni del mondo differenti, spesso opposte, ma anche di una segregazione territoriale ormai consolidata.

Le sorti della maggioranza in Senato, per esempio, dipendono da quattro Stati: Arizona, Nevada, Georgia e Wisconsin. In Arizona lo scontro è tra le città di Phoenix e Tucson e tutto il resto dello Stato. In Nevada, Las Vegas vota democratico (anche grazie a una robusta sindacalizzazione nel mondo dei servizi alberghieri) e tutto il resto vota repubblicano. In Georgia la competizione è tra l’area metropolitana di Atlanta (democratica) e le zone repubblicane. In Wisconsin, la capitale Madison, che è anche una città universitaria, sostiene il partito di Biden, mentre praterie e foreste fino al Lake Superior coltivano la nostalgia di Trump. E proprio in Wisconsin, il senatore uscente Ron Johnson è stato dichiarato vincitore con il 50,4% dei voti, una manciata di schede in più del suo avversario democratico.

Quindi è perfettamente possibile che il Senato nei prossimi due anni sia nuovamente diviso perfettamente a metà, con 50 seggi per ciascuno dei partiti e con la vicepresidente Kamala Harris chiamata a esprimere un voto decisivo in caso di parità. Poiché mancano ancora tre risultati finali (Arizona, Nevada e Georgia) è possibile sia una maggioranza 51-49 per i democratici, se vincono in tutti e tre gli Stati, sia una maggioranza 51-49 per i repubblicani se vincono in Nevada (dove sono in vantaggio) e in Georgia.

Incertezza, dunque, ma i democratici (che hanno fatto molto meglio del previsto in elezioni che li vedevano in difficoltà) possono rallegrarsi solo a metà: se anche mantenessero il controllo del Senato, la Camera quasi certamente passerà ai repubblicani e quindi sarà estremamente difficile per Joe Biden far passare qualsiasi disegno di legge significativo da adesso alle elezioni presidenziali del 2024.

(credit foto EPA/WILL OLIVER)



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