Non paghiamo solo la Libia. Per fermare i migranti l’Italia finanzia anche la Tunisia

Gli interessi italiani nel Maghreb non si fermano solo alla Libia. Per capire il ruolo dell’Italia in Tunisia, e analizzare la situazione nel Paese “tradito” dalla rivoluzione di dieci anni fa, abbiamo intervistato Majdi Karbai, membro del parlamento tunisino eletto con At-Tayyar ad-Dimuqrati (corrente democratica).

Valerio Nicolosi

Negli ultimi giorni i rapporti con la Libia e la Turchia hanno tenuto banco nel dibattito politico italiano. Quello che è stato chiamato il “sofagate” ha distratto dai temi dell’incontro tra Michel, Von der Leyen ed Erdogan mentre Draghi a Tripoli è stato più chiaro e diretto parlando di ricostruzione, interessi economici, stabilità e ringraziando la sedicente guardia costiera libica per i “salvataggi”.

“Dittatori di cui abbiamo bisogno” per citare Draghi, e il bisogno è per le politiche di esternalizzazione delle frontiere, per fermare il flusso migratorio prima che le persone possano arrivare dentro la Fortezza Europa.

Libia e Turchia non sono però gli unici Paesi che paghiamo per controllare le frontiere esterne europee: ci sono anche il Marocco e la Tunisia. Il primo ha accordi con la Spagna, mentre il Paese dei gelsomini ha un accordo con l’Italia per i rimpatri risalente al 1998 e che negli ultimi mesi è stato aggiunto un progetto di cooperazione chiamato “Support to Tunisia’s border control and management of migration flows”, con tanto di stanziamento di 8 milioni risalente allo scorso dicembre. Il progetto durerà 33 mesi e la Tunisia investirà soprattutto nel rafforzare il pattugliamento marittimo con l’acquisto di nuove motovedette.

Ne abbiamo parlato con Majdi Karbai, membro del parlamento tunisino eletto con At-Tayyar ad-Dimuqrati (corrente democratica).

Majdi Karbai, partiamo dal quadro generale: qual è la situazione in Tunisia?
In Tunisia abbiamo una profonda crisi politica creata dallo stallo tra i tre presidenti: quello della Repubblica Kais Saied, quello del governo Hichem Mechichi e quello del parlamento Rachid Ghannouchi. C’è una battaglia politica sulla formazione del governo che dura da mesi. Lo stallo politico è diventato anche economico, quest’ultimo esasperato dalla pandemia. Tutto questo ha portato la popolazione a cercare una vita lontano dalla Tunisia. Dai dati del Ministero degli Interni italiano dal 1° gennaio 2021 al 6 aprile scorso sono sbarcati in Italia 1.239 tunisini, una media di dieci persone al giorno. Migrano i giovani che non trovano lavoro e non hanno nessuna opportunità di trovarlo. Lo fanno per cercare una vita migliore per loro e per poter mantenere le famiglie che restano in Tunisia.

Però quasi tutti vengono rimpatriati in base all’accordo che Italia e Tunisia hanno stipulato anni fa e che ancora oggi è in vigore.
Il primo accordo nella gestione dei flussi migratori tra Italia e Tunisia è del 1998, quando in Italia si inizia a parlare di questo tema e si creano i primi centri di identificazione ed espulsione (e viene approvata la legge Turco Napolitano ndr). A oggi l’impianto è rimasto lo stesso e di volta in volta vengono aggiunte delle cose. Ora l’Italia ha stanziato 8 milioni di euro con i quali la Tunisia dovrebbe controllare meglio le proprie frontiere, soprattutto investendo su delle motovedette per fermare il flusso verso Lampedusa e la Sicilia.

E questa esternalizzazione della frontiera è sufficiente per fermare il flusso?
La soluzione, quella vera e duratura, è investire nell’economia solidale e circolare, mettendo le persone al centro. La corruzione è molto diffusa e la non digitalizzazione del sistema amministrativo favorisce questo fenomeno perché nulla è trasparente e per qualsiasi atto o domanda ci vogliono tempi lunghi. La burocrazia impedisce ai giovani di aprire nuove attività: se hai un’idea, vuoi lanciare una start-up per il turismo o l’agricoltura, in Tunisia ti arrendi per la burocrazia e la gestione mafiosa di ogni settore. C’è bisogno di una redistribuzione della ricchezza, di dare prospettive ai giovani. Fin quando sarà così, andranno via tutti, non solo i più poveri ma anche i laureati che dovrebbero dare una spinta alla nostra economia e al nostro Paese.

A 10 anni dalla rivoluzione, quindi, non è cambiato molto. Sembra che il sistema di potere sia ancora intatto.
Ti rispondo con frase di Antonio Gramsci: “L’ottimismo della volontà e il pessimismo delle ragione”. Questa è la mia sensazione rispetto a quel che resta della rivoluzione. Dopo dieci anni, i governi che si sono succeduti non hanno dato importanza all’aspetto sociale ed economico e soprattutto non hanno indirizzato il Paese verso un altro modello economico, più sostenibile. Da questo punto di vista siamo come durante il regime, con circa venti famiglie che controllano gran parte della nostra economia. Le grandi battaglie dovrebbero essere contro la disoccupazione e per eliminare il divario tra la Tunisia della costa e quella interna, dove la povertà e la disoccupazione sono altissime, il livello d’istruzione bassissimo e lo Stato e gli investimenti sono inesistenti. Non è un caso che la gran parte delle persone che vengono in Italia provengano da queste regioni.

Da poco è scoppiato un caso sul traffico di rifiuti che dalla Campania venivano inviati in Tunisia per essere smaltiti. Ufficialmente erano rifiuti plastici, quindi riciclabili, ma in realtà si tratta di rifiuti domestici che probabilmente sarebbero stati bruciati e smaltiti senza poter essere riutilizzati. I container con l’ultimo carico sono fermi al porto di Tunisi da settimane e sembra che la situazione non si sblocchi. Ha seguito il caso?
Si, l’ho seguito e ho coinvolto parlamentari, eurodeputati e consiglieri regionali. Non sono rifiuti pericolosi ma una cosa del genere è vietata per le convenzioni di Bamako e Basilea. Soprattutto, la Tunisia ha già i suoi problemi a gestire i propri rifiuti, non possiamo smaltire quelli che vengono da fuori.

Tornando sulla questione del lavoro e della migrazione, le chiedo come mai i flussi per i lavori stagionali tra Italia e Tunisia non funzionino. Nel settore agricolo ogni anno vengono impiegati migliaia di lavoratori in nero e schiavi dei caporali, non sarebbe più facile agevolare un flusso regolare che garantirebbe la dignità del lavoro e taglierebbe fuori i caporali?
Purtroppo, i flussi stagionali non funzionano bene. Ci sono 4mila posti a disposizione per l’Italia ma sono pochi quelli che riescono ad accedere a questa possibilità. In alcuni casi le persone sono arrivate con i documenti per un lavoro stagionale ma poi non hanno avuto il contratto e sono stati costretti a lavorare per i caporali che li sfruttavano.

L’ultima domanda è sulla Libia e i rapporti che ha con la Tunisia in questo momento delicato in cui stanno cercando di stabilizzarla. Dopo anni di guerra credo che una maggiore stabilità faccia bene anche a voi.
Sicuramente sì. Siamo felici che la situazione in Libia stia migliorando. Il primo viaggio della ministra degli esteri libica è stato proprio in Tunisia, mentre il presidente della Repubblica Saied è andato a Tripoli e ha posto le basi per degli accordi che riguardano diversi aspetti, tra cui la manodopera. In Libia c’erano trecentomila tunisini che lavoravano e che sono rientrati a casa quando è iniziata la guerra civile. La Libia ha fiducia nella Tunisia e vuole che giochi un ruolo importante nella ricostruzione, soprattutto in questo momento di transizione democratica in attesa delle elezioni che ci saranno alla fine del 2021. Una Libia più democratica e stabile è un bene anche per la Tunisia.

[Credit foto: in alto, Ministero degli Esteri; in basso, Valerio Nicolosi]

 

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