Migranti, nel Mediterraneo continua l’emergenza

Anche se il soccorso in mare è sparito dalle cronache, i migranti continuano a partire dalla Libia. E a morire.

Valerio Nicolosi

Le navi a largo della Libia si contano quasi sulle dita delle mani. Nei siti che monitorano il traffico marittimo i punti e le frecce colorate diminuiscono poco a Sud di Lampedusa, sempre più gradualmente, fino ad arrivare quasi al vuoto totale davanti a Tripoli, Zuwārah, Gasr Garabulli e alle altre spiagge della Libia, da dove partono i migranti doppiamente in fuga: dal loro paese a causa delle guerre o della povertà, e dalla Libia, dove vengono trascinati in un tunnel di torture, abusi e pagamenti di riscatti alle stesse bande che dal 2017 l’Italia si ostina a chiamare “Guardia Costiera libica” e che l’ONU ha invece denunciato essere “trafficanti di essere umani”. Le navi commerciali “rischiano” di incontrare piccole barche e gommoni con a bordo migranti partiti dalla Libia e sarebbero obbligati a soccorrerli e ad aspettare giorni e giorni in mezzo al mare prima che un governo europeo si decida ad assegnare il porto, bruciando soldi delle commesse e, in caso di prodotti deperibili, anche l’intera merce. 

Tra le poche navi che battono quel fazzoletto di mare nel Canale di Sicilia al momento ci sono tre equipaggi che non trasportano merci: la Sea Watch 3, la ResQ People delle omonime ong e la Mare Jonio di Mediterranea Saving Human. Tutte e tre si occupano di soccorso in mare, tema che sembra essere sparito dal dibattito pubblico italiano ma che continua a essere un’emergenza umanitaria a quelle coordinate marittime, dove solo nel 2022 sono morte più di 600 persone: solo di 138 sono stati ritrovate i corpi, mentre almeno 462 sono i dispersi accertati. Una guerra non dichiarata nella quale muoiono 3,7 persone ogni giorno e dove i miliziani armati che trafficano essere umani sono stati arruolati tra i “buoni” e nel 2021 avrebbero “salvato”, per usare le parole di Mario Draghi in visita a Tripoli, più di 30mila persone nel 2021 e 7mila nei primi 6 mesi del 2022. Dopo essere state intercettate, termine più appropriato in questo caso, queste persone tornano nel circuito della reclusione per i migranti, dove i carcerieri sono legati proprio alla cosiddetta Guardia Costiera e ai trafficanti che li metteranno di nuovo in mare dopo aver fatto pagare alla famiglia un nuovo riscatto. 

Un flusso che non si è mai fermato e che ha visto arrivare in Italia 20mila persone in sei mesi contro le 14.500 dello scorso anno nello stesso periodo, segno che i fattori che spingono le persone a migrare non si sono arrestati ma che, anzi, continua un vero e proprio esodo dall’Africa sub-sahariana e dal Nord Africa, dove la pandemia ha impoverito chi viveva di turismo e di economia informale, costringendo anche famiglie intere a partire da paesi solitamente più stabili come la Tunisia. Il lavoro delle ong infatti non si è mai fermato e le missioni hanno sempre effettuato soccorsi poche ore dopo essere entrati in acque internazionali, segno che il vuoto del mare è solo per le grande imbarcazioni tracciate, non per quelle d’emergenza. 

“Negli ultimi mesi abbiamo fatto due missioni e in entrambi i casi è arrivata a forte velocità una motovedetta dei libici, una di quelle regalate dal governo italiano, e ha creato scompiglio durante il soccorso. Immaginate queste persone che pensano di essere finalmente salve dopo mesi in Libia e anche due o tre giorni mare. All’improvviso, invece, arrivano i libici con un atteggiamento intimidatorio” racconta a MicroMega Alessandro Porro, presidente di SOS Mediterranee e soccorritore a bordo della nave Ocean Viking. “A volte capita di arrivare tardi, altre volte di soccorrere persone che poche ore prima hanno visto cadere in acqua e morire i loro amici o parenti senza poter fare nulla” aggiunge Porro nel suo racconto. 

L’assenza di comunicazione è uno dei temi sollevati a più riprese dalla ong. Frontex ha sia i droni che gli aerei, così come l’Italia ha assetti navali e aerei. Le comunicazioni però arrivano direttamente a Tripoli, senza essere comunicate a tutte le imbarcazioni, come prevede invece la legge. “Vediamo che la guardia costiera libica intercetta le persone e le riporta in Libia, mentre noi ci possiamo muovere solo con le segnalazioni della piattaforma Alarm Phone o facendo pattugliamento con il binocolo, sicuramente mezzi non all’altezza della sfida” chiosa Porro. 

L’odissea non termina dopo il soccorso da parte di una ong, perché se è vero che dopo Salvini non ci sono più stati toni alti e insulti contro di loro, i giorni d’attesa prima dell’assegnazione del porto restano comunque alti, a volte anche oltre i dieci, prima che il governo dia l’ok allo sbarco. Il tutto mentre le navi restano in balia delle onde, del caldo torrido o del maltempo. 

Uno studio di Matteo Villa dell’ISPI del marzo 2021 ha calcolato la differenza tra la gestione Salvini e quella di Lamorgese nell’assegnazione dei porti: con Salvini  l’attesa complessiva è stata di 263 giorni davanti alle coste italiane, mentre con Lamorgese i giorni si sono ridotti a 157 giorni, comunque tanti per delle persone che sono prima di tutto naufraghi e, una volta arrivati a terra, tutti potenziali richiedenti asilo e quindi tutelati prima dalla convenzione di Amburgo e poi da quella di Ginevra. 

Credit Foto: Valerio Nicolosi



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