Altri migranti sacrificati sull’altare della guerra per la leadership del Mediterraneo Orientale

Quattro bambini morti e una persona dispersa nel mare tra Turchia e Grecia. Sono gli effetti della strategia “a rubinetto” di Erdogan per far pressione sull’Europa.

Valerio Nicolosi

Quattro bambini morti e una persona dispersa. È questo il bilancio dell’ennesima strage avvenuta due giorni fa nel Mediterraneo Orientale, in quel lembo di mare che divide le isole greche dell’Egeo dalle coste turche, da dove nonostante le pessime condizioni del mare era partito il gommone con trenta persone a bordo, tutte sprovviste di giubbotti di salvataggio: avevano pagato dei trafficanti che avrebbero dovuto portarli sulla costa senza essere intercettati delle motovedette della Guardia Costiera turca e da quella ellenica.

Nelle poche miglia che dividono la Turchia dal primo pezzo di terra europea si gioca da anni una battaglia politica iniziata nel 2015, quando, dopo la grande mobilitazione della società civile che chiedeva accoglienza allo slogan di “Refugees Welcome”, l’Unione Europea rispose con un accordo nel marzo 2016 firmando una cambiale da 6 miliardi di euro in favore di Erdogan in cambio del blocco dei profughi siriani, afghani e iracheni nel suo Paese. Da quel momento ci sono stati alti e bassi nel rapporto con l’Europa e con la vicina Grecia, passata da Paese “spendaccione del Sud” a “scudo d’Europa” quando Erdogan decise di aprire il confine e incentivare gli oltre 3,5 milioni di profughi ad andare verso le isole greche e verso il fiume Evros, confine naturale nel tratto via terra. In questi anni ci sono stati anche momenti di “calma e intesa”, con la Guardia Costiera greca lasciava i profughi su zattere in mezzo al mare in attesa che li prendessero i colleghi turchi.

In seguito alla tragedia avvenuta il 26 ottobre tra Grecia e Turchia è andato in scena il solito balletto di reciproche accuse: “Le autorità turche devono fare di più per prevenire lo sfruttamento alla fonte da parte di bande criminali, questi viaggi non dovrebbero mai essere consentiti” ha dichiarato il Ministro delle migrazioni greco Notis Mitarachi, al quale ha risposto il governo di Ankara: “Siamo il Paese con più alto numero di rifugiati al mondo”, sollecitando il pagamento dell’accordo del 2016 e quello rinnovato durante la riunione divenuta famosa come “Sofagate”, quando Erdogan lasciò in piedi Ursula von der Leyen (poi fatta accomodare in disparte su un divano) mentre il presidente turco e il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel si accomodarono sulle poltrone ufficiali.

In questo scenario il tema dei migranti è solo la punta dell’iceberg di una crisi politica tra Europa e Turchia: in ballo ci sono il tema energetico e le trivellazioni per l’estrazione del petrolio al largo di Cipro dove nel 2018 Eni, Total e Exxon-Mobil stavano iniziando la lavorazione e furono interrotte dall’arrivo di alcune navi militari turche, mandate da Erdogan per rivendicare la proprietà di quei fondali in virtù della vicinanza della Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC), riconosciuta formalmente solo da Ankara.
A metà ottobre un vertice tra Egitto, Grecia e Cipro ha alzato la tensione nell’area.
Al centro diversi temi: quello più scottante era proprio l’approvvigionamento energetico europeo. I tre Paesi mediterranei hanno stretto un accordo per un nuovo interconnettore e un gasdotto che da Cipro passerà in Egitto e da lì alla volta dell’Europa, una mossa che mette all’angolo la Turchia e le sue mire su di controllo su questo tema. La risposta del governo turco non si è fatta attendere ed è stata molto dura: “La partecipazione dell’Egitto a questa dichiarazione è indice che l’Egitto non ha ancora capito con quale Paese può cooperare nel Mediterraneo orientale. Abbiamo dimostrato ad amici e nemici che nessuna iniziativa diversa dalla Turchia e dalla TRNC avrà successo nella regione. La Turchia sostiene progetti energetici che rafforzeranno la cooperazione tra i Paesi della regione. Tuttavia, questi progetti non devono ignorare i diritti e gli interessi della Turchia e dei turcociprioti e devono essere inclusivi”.

In ballo c’è la leadership del Mediterraneo Orientale, quella di un pezzo di mondo islamico in un confronto continuo tra Erdogan, leader internazionale dei Fratelli Musulmani, e Al-Sisi, che con il colpo di stato ha spodestato Mohamed Morsi e messo al bando la fratellanza musulmana egiziana, ma soprattutto c’è di mezzo la profonda crisi economica turca che vede l’inflazione volare al 20% e i consensi di Erdogan in continua diminuzione. Petrolio e risorse energetiche potrebbero portare soldi nelle casse dello stato e fermare il declino verso il quale sembra destinato Erdogan in vista delle presidenziali del 2023.

Da qui la strategia “a rubinetto” di Erdogan per far pressione sull’Europa per chiedere più soldi per chiudere le frontiere e fermare i flussi. In mezzo, ancora una volta, i migranti che servono solo da pedine in questa battaglia diplomatica a bassa intensità che si sta giocando nel Mediterraneo Orientale.

FOTO: EPA/ERDEM SAHIN



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