Military Inc. L’impero economico dei soldati in affari

In paesi come l’Egitto, la Turchia, il Pakistan e l’Iran, l’esercito è il principale attore economico e i più potenti imprenditori sono in divisa. Ma come possono convivere interventismo di stato e ortodossia neoliberista?

Marco d'Eramo

Possiede impianti per produrre cemento, acciaio, veicoli (automobile, vagoni di metropolitana e ferroviari, trattori), fertilizzanti, energia, raffinazione del petrolio; fornisce servizi anche nei lavori pubblici (compresi impianti di desalinizzazione dell’acqua), nel settore minerario, nella logistica e vendita al dettaglio. Inoltre possiede fabbriche che producono farmaceutici, alimentari raffinati e processati, casalinghi, apparecchi da cucina, computer, equipaggiamenti ottici. Ha bonificato migliaia di ettari di deserto e costruito ponti, hotels equipaggiati per eventi speciali, stazioni balneari con alloggi di superlusso, condomini di appartamenti e ville sontuose. Gestisce pompe di benzina, compagnie di navigazione, ditte di lavanderia e parcheggi. Lo stato gli ha affidato migliaia di chilometri di terra per costruire autostrade a pedaggio e riscuoterne i dazi.

Chi è il soggetto di quest’impero economico? È l’esercito egiziano. La lista è ricavata da un interessante rapporto della fondazione Carnegie del luglio 2020 (Two Paths to Dominance: Military Business in Turkey and Egypt by Zeinab Abul-Magd, İsmet Akça, and Shana Marshall).[1] Non sempre gli interventi economici dei militari sono oculati: nel 2018 l’esercito ha inaugurato un nuovo impianto di cemento da 1,18 miliardi di dollari portando il settore in sovrapproduzione e facendo crollare i prezzi, come ha raccontato a giugno il Financial Times.[2]

Così l’Egitto è un altro di quegli stati in cui non è il paese ad avere un esercito, ma è l’esercito ad avere il paese, secondo la felice formula di Ayesha Siddiqa, autrice nel 2007 dello studio pionieristico nel settore, Military Inc. Inside Pakistan’s Military Economy (nel 2016 ne è uscita una nuova edizione, aggiornata e rivista per la Pluto Press). Non parlo del generico controllo dei militari su una società, controllo che avviene in molte forme, in molti paesi, dal Brasile alla Nigeria. O di quelli che sono stati chiamati “stati pretoriani” (da non confondere con regimi militari): il “pretorianesimo” non esclude un sistema elettorale, ma per capire se uno stato è pretoriano si possono contare gli ex generali che ricoprono cariche civili, come in Algeria, Israele o svariati paesi africani e centroamericani. Né mi riferisco alla generica nozione di “complesso militar-industriale” (come è praticato in molti paesi occidentali, dagli Usa alla Francia al Regno Unito) in cui i militari costituiscono la committenza, sono dalla parte della domanda (comprano armi e tecnologie), mentre le industrie civili costituiscono l’offerta, sono i fornitori; la connessione tra i due partners essendo assicurata da quella che in inglese si chiama la pratica delle revolving doors (“porte girevoli”) o, con molto più suggestiva espressione francese, con il pantoufflage, cioè il “mettersi nelle pantofole civili” di poltrone nell’industria da parte di alti ufficiali in pensione.

No, come mostra l’Egitto, penso a quei paesi in cui l’esercito è il principale attore economico, cui i più potenti imprenditori sono in divisa, dove appunto l’economia è dominata da una Military Inc. (Il testo di riferimento è Jörn Brömmelhörster and Wolf-Christian Paes editors, The Military as an Economic Actor. Soldiers in Business, Palgrave MacMillan 2003). Fino agli anni ’90 del secolo scorso anche l’Esercito Popolare di Liberazione cinese (in inglese LPA, Liberation People’s Army) controllava moltissime attività economiche, ma con una serie di processi anti-corruzione, di purghe degli alti quadri e di modifiche del quadro legislativo, il partito comunista cinese riprese il controllo dell’economia. Invece in Russia l’influenza militare si sta espandendo. L’esercito “è implicato in vari settori dell’economia, dai trasporti alla sanità. Negli ultimi tempi è entrato in nuovi settori, inclusa la vendita del sovrappiù di armi, l’assicurazione e il marketing”,[3] anche se permane l’eredità sovietica della supremazia civile del partito sulle gerarchie militari, risalente almeno alle purghe staliniane del 1937, quando i vertici dell’Armata rossa furono falcidiati, maresciallo Michail Tuchacevskij in testa.

Però, con la notevole eccezione della Thailandia, l’assetto sociale dominato dalla Military Inc. è vigente soprattutto in paesi islamici. Egitto e Pakistan appunto, ma anche Turchia e Iran (qui non considereremo il caso dell’Indonesia che richiederebbe un excursus storico). L’aspetto curioso è che l’affarismo in divisa non ha niente a che vedere con gli indirizzi religiosi: l’esercito può presentarsi come garante della laicità contro la militanza islamica, come in Egitto (dove Al Sisi ha massacrato i Fratelli musulmani) o in Turchia, dove è plasmato dall’eredità kemalista e cioè dal laicismo di Atatürk, mentre altrove l’esercito imprenditore è un by-product del fondamentalismo religioso, come per le Guardie della Rivoluzione in Iran, o è stato propugnatore di una svolta islamica dello stato come in Pakistan con la dittatura di Zia ul-Haq e l’impiccagione del laico Zulfiqar Ali Bhutto nel 1979.

Il caso del Pakistan è il meglio documentato, grazie al lavoro di Siddiqa: Pak Fauj (l’esercito pakistano) possiede il 12% della terra coltivabile del paese, spesso nelle aree più fertili e produttive del Punjab orientale e del Sindh. MilBus (Military Business) agisce attraverso cinque fondazioni “caritatevoli”: la Fauji Foundation (gestita dal Ministero della difesa), Army Welfare Trust (gestita dall’esercito pakistano), Shaheen Foundation (aviazione pakistana), Bahria Foundation (Marina pakistana), and Pakistan Ordnance Factory Board Foundation (Ministero della difesa). Le tre fondazioni Fauji, Shaheeh a Bahria controllano più di 100 distinte entità commerciali, dalle fabbriche di fertilizzanti alle panetterie, pompe di benzina, banche, cemento, maglierie, prodotti caseari, campi da golf e, negli ultimi anni, canali tv.

La Fondazione Fauji gestisce agenzie di sorveglianza (che permettono ai militari di guadagnare come agenti di sicurezza privata nel loro tempo libero), un terminale petrolifero e una joint-venture con il governo marocchino per la produzione di fosfati. Mentre l’Army Welfare Trust controlla uno dei più importanti istituti di credito del paese, la Askari Commercial Bank, oltre a una linea aerea, e anche un allevamento di cavalli purosangue. E poi c’è la National Logistic Cell, la più grande ditta di navigazione e di trasporto merci del Pakistan, che costruisce strade, ponti e immagazzina gran parte delle riserve di grano del paese. Insomma la presenza militare è pervasiva. Il pane è fornito dai forni posseduti dai militari, gestiti da civili. Banche controllate dall’esercito incassano depositi e elargiscono prestiti. Circa un terzo di tutta l’industria pesante e il 7% dei beni privati sono in mano ai militari.

Le fondazioni hanno un ruolo rilevante anche in Iran dove il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Sepah-e Pasdaran) gestisce circa un terzo dell’economia iraniana, dall’energia alle infrastrutture, dalle automobili alla finanza. Anche qui il controllo avviene attraverso fondazioni caritatevoli come la Bonyad-e Mostazafan va Janbazan, “Fondazione degli Oppressi e dei Veterani” e la Bonyad Shahid va Omur-e Janbazan, “Fondazione dei Martiri e dei Veterani”. La prima è controllata al 50% tra i pasdaran e il governo, mentre la seconda è al 100% delle Guardie della rivoluzione. La più importante filiale di Mostazafan è l’Agricultural and Food Industries Organization (AFIO), che possiede più di 115 compagnie. Il braccio operativo delle fondazioni è costituito dalla holding Khatam al-Anbia (“Seal of the Prophets”) che controlla più di 812 compagnie registrate. A Khatam al-Anbia sono stati concessi appalti in vari lavori pubblici, dalle dighe ai sistemi fognari, alle condutture d’acqua, autostrade, edifici, strutture pesanti, tralicci tridimensionali; piattaforme off-shore, gasdotti e oleodotti. A cui andrebbero aggiunti centri di ricerca universitari e militari, la costruzione della linea 7 della Metro di Teheran e della nuova linea ferroviaria ad alta velocità da Teheran a Isfahan (400 km). Dal 2009 Khatam al-Ambia controlla anche Marine Industrial Company (SADRA), i cantieri navali di Bushehr, specializzati nella produzione e vendita di cargo e petroliere.

Tutto ciò senza contare il mercato nero: i pasdaran controllano gran parte del contrabbando dei prodotti che entrano nel paese illegalmente per aggirare le sanzioni occidentali: così, paradossalmente, le sanzioni hanno finito con l’accrescere la ricchezza, l’influenza e persino il consenso dei pasdaran nella società iraniana. Le ultime elezioni presidenziali in Iran possono essere viste come una rivincita delle Guardie della rivoluzione contro l’ala del clero sciita che con l’ex presidente Rouhani aveva tentato di ridimensionarli: non solo aveva cercato di far pagare le tasse alle fondazioni “caritatevoli”, ma durante la sua presidenza la polizia aveva operato una serie di arresti eccellenti di esponenti di spicco dei pasdaran accusati di corruzione o di appropriazioni illecite. Mal gliene incolse a questi chierici riformisti.

Ma forse il caso più interessante di tutti è quello turco perché sono ormai 20 anni che il presidente Recep Tayyip Erdoğan cerca di riportare in caserma l’esercito che era sempre stato il principale, tirannico attore della politica fin dall’avvento del kemalismo e la fondazione della repubblica nel 1923 (dal 1960 al 1997 si susseguirono ben quattro colpi di stato). Anzi, il consenso che ha circondato i primi anni di governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) era dovuto in parte al senso di sollievo che moltissimi turchi sentirono per essersi scrollato dal groppone il giogo dei generali. La stessa violenta repressione seguita all’ambiguo e oscuro tentativo di colpo di stato del 2016 ha suscitato meno ostilità del previsto proprio perché la purga aveva fatto cadere le teste di molti militari.

Eppure l’impero economico militare turco resta ancora in piedi, come mai?

Il pilastro di questo impero è OYAK, il fondo pensione dei militari cui devono aderire tutti gli ufficiali e i sottufficiali delle forze armate turche. Circa il 10% del salario mensile dei 250.000 membri di OYAK è automaticamente ritenuto come contributo al fondo, generando un cash flow mensile di circa 35 milioni di dollari.

Come scriveva Metin Gurcan su Al Monitor,[4] “OYAK è un attore decisivo con investimenti multi-miliardari in settori come metallurgia, siderurgia, cementifici, fabbriche automobilistiche, miniere, energia, finanza, chimica, servizi logistici e gestione dei porti. In alcuni campi è persino diventata la forza dominante. Le imprese OYAK contribuiscono al 25% della produzione turca di acciaio e controllano il 20% del settore automobilistico del paese. Spiccano le acciaierie di Eregli e Iskenderun e gli impianti Renault OYAK a Bursa. I cementifici del fondo danno un apporto significativo all’economia nazionale. Per le 60 compagnie di OYAK, che operano in 21 paesi, lavorano più di 32.000 addetti.”

La domanda allora si pone: come mai Erdoğan non è ancora riuscito a smantellare questo bastione dell’egemonia militare in Turchia? Perché, da abile politico, ha proceduto per vie traverse, per aggiramenti e per infiltrazioni. Da un lato ha accresciuto gli assetti economici delle forze di polizia, spesso a scapito dell’esercito; poi ha grandemente ridotto il secondo pilastro del potere economico dell’esercito, e cioè le sue proprietà terriere. Le Forze armate possedevano grandi porzioni di territorio, spesso in aree assai appetibili per la speculazione immobiliare, come le immense riserve militari nei dintorni delle grandi città. Poiché nel primo decennio del secolo edilizia e speculazione immobiliare sono stati i due motori (ora assai sfiatati) del “miracolo economico turco”, all’AKP non poteva dispiacere che questa crescita avvenisse a spese del patrimonio fondiario dei militari. Dall’altro lato, l’anno successivo al tentato golpe del 2016, con un decreto presidenziale d’emergenza Erdoğan si è autonominato membro e presidente del consiglio d’amministrazione del TSKGV (Fondazione per il Rafforzamento delle Forze Armate Turche), che controlla la produzione di armamenti e la ricerca bellica.

Ma la verità è che, anche per le sue numerose avventure militari (Kurdistan, Siria, Libia, Azerbaijan) Erdoğan ha sempre più bisogno dell’esercito e non può rischiare d’intaccarne la fedeltà. Senza contare che nell’attuale periodo di crisi economica non può permettersi di uccidere la gallina dalle uova d’oro, come avverrebbe se smantellasse OYAK.

Questa breve rivista della Military Inc. in quattro paesi lascia, per almeno tre di essi (l’Iran è un caso a parte) irrisolto il quesito di fondo: come può l’interventismo statale del MilBus convivere da un lato con l’ortodossia neoliberista imposta a questi paesi e dall’altro con il contesto islamico in cui opera?

Era molto più facile per il MilBus presentarsi come fautore dello sviluppo nazionale quando il discorso era appunto nazionalista e le privatizzazioni non erano di moda. Ma ora? Curiosamente i vari eserciti hanno approfittato dell’onda neoliberista perché spesso, sia in Egitto che in Turchia e Pakistan le forze armate (o le loro fondazioni) hanno comprato per un pezzo di pane le attività economiche dismesse dal proprio stato in nome della liberalizzazione. Per esempio Oyak nel 2005 acquisì il gigante siderurgico Erdemir per 2,77 miliardi di dollari.

Si dimostra così che per il neoliberismo quella delle privatizzazioni è pura retorica, pronta a essere smentita quando non conviene (d’altronde l’atto di nascita dell’economia neoliberista praticata su scala nazionale risale al golpe del generale Augusto Pinochet nel 1973 e al regime da lui instaurato seguendo le istruzioni di Milton Friedman e Friedrich von Hayek). La tresca tra forze armate e il neoliberalismo ha una storia lunga e assai intima.

Quello che Adam Smith non ci aveva detto, ma la scuola di Chicago ci ha rivelato, è che la mano del mercato sarà pure invisibile, ma certo è armata di mitra.

NOTE

[1] https://carnegie-mec.org/2020/06/03/two-paths-to-dominance-military-businesses-in-turkey-and-egypt-pub-81869

[2] “A new capital in the Egyptian desert: Sisi’s military model for the economy”, 6 giugno 2021.

[3] Kevin Goh, Julia Muravska, Military-owned businesses: corruption & risk reform, Transparency International 2013: http://ti-defence.org/wp-content/uploads/2016/03/2012-01_MilitaryOwnedBusinesses.pdf

[4] “Turkish military’s pension fund thrives amid economic crisis” (27 gennaio 2020, https://www.al-monitor.com/originals/2020/01/turkey-military-pension-fund-thrives-amid-economic-crisis.html).



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