Minacce legali per reprimere il dissenso. Se la democrazia è a rischio

In Europa, la satira, il giornalismo di inchiesta e le forme creative di critica sociale, da parte sia di figure affermate sia di piccole realtà creative, sono sempre più minacciate a causa del vertiginoso aumento delle cause strategiche tese a silenziare il dissenso.

Emanuela Marmo

Una volta, scherzando, Massimo Bucchi, vignettista de La Repubblica, mi disse che agli autori satirici occorrerebbe un’assicurazione contro le querele. Sosteneva cioè che la censura è la macchina dissuasiva dei tempi odierni. Funziona in modo diverso che in passato: non esiste un organo di controllo o vigilanza; per farti stare zitto ti querelano, ti trascinano in tribunale.
Quando mi chiedono di un caso in grado di rappresentare il fenomeno dell’accanimento giudiziario a scopi censori in arte, cito quello di Abel Azcona, denunciato in Spagna dagli Avvocati cattolici per vilipendio della religione e trattenuto per aule e giudizi per ben sette anni: aveva fatto esplicito riferimento alla pedofilia nel clero con una installazione. Abel Azcona è un artista di primo piano e ciò gli dà articolati strumenti per utilizzare in chiave politica ed etica le sue vicende personali. Ci sono però decine di esempi che hanno significato in quanto illustrano come il meccanismo delle denunce reiterate con finalità coercitive infierisca su piccole realtà dissidenti, proprio laddove la contrapposizione, la costruzione dell’alternativa e il dibattito sociale sarebbero particolarmente utili.
A questo punto è necessario chiarire in cosa consista la tattica della minaccia legale. In inglese viene designata con la sigla Slapp (Strategic Lawsuit Against Public Participation).
Accade così: un potente intenta una causa strategica contro un giornalista, un blogger, contro la redazione di un giornale o contro un attivista, un autore, un comico! Lo scopo è sottrarre tempo e risorse all’imputato, snervarlo, stressarlo e allontanarlo dalla partecipazione, sfinendo la sua attendibilità pubblica. A un secondo livello, il potente cerca di riabilitare la propria immagine passando da carnefice a vittima: le notizie o le critiche che gli sono mosse sono diffamatorie e ingiuste, in quanto tali da condannare, ed è lui, insultato e offeso, la parte debole, non il giornalista, l’attivista, o lo scrittore.
La diffamazione nei 590 casi su 820 (72%) censiti lo scorso anno dalla coalizione europea “Case”, che riunisce più di 110 organizzazioni, è la base giuridica dominante, mentre il risarcimento danni è la rivendicazione attesa. Spesso la semplice intimazione di un’azione legale è sufficiente a far cessare indagini o a ritirare la pubblicazione di rapporti e inchieste; nel caso di artisti, di vignettisti viene bloccata un’intera filiera di contenuti creativi pur di far sopravvivere blog, riviste, progetti espositivi, prodotti editoriali.
Il Parlamento europeo ha approvato con 546 voti favorevoli, 47 contrari e 31 astensioni una nuova direttiva, concordata con il Consiglio il 30 novembre 2023. L’obiettivo è garantire alle persone e alle organizzazioni che lavorano su questioni di interesse pubblico di godere della protezione dell’UE contro le cause legali strategiche tese a bloccare la loro partecipazione pubblica. A seguito della votazione in Aula, il relatore Tiemo Wölken (S&D, Germania) ha dichiarato: “Le cause Slapp […] sono una forma di molestia legale e un abuso del sistema giudiziario, sempre più utilizzato da individui e organizzazioni potenti per evitare il controllo pubblico. I nostri tribunali non dovrebbero essere strumentalizzati in questo modo per fini personali. […]”.
Già nel 2021 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa aveva osservato che la diffusione delle Slapp fosse in aumento, minando la libertà di espressione. Il rapporto CASE aggiornato documenta che dallo scorso anno si sono moltiplicate, precisa inoltre che il fenomeno è più ampio di quanto sia possibile misurare perché molte informazioni non sono accessibili al pubblico. Non tutte le vittime delle cause legali, inoltre, raccontano la loro esperienza. Un certo numero aspetta che il procedimento sia concluso, temendo ulteriori ritorsioni.
I contenziosi a scopi persecutori insorgono soprattutto per argomenti quali corruzione, questioni governative e ambientali e sono diretti per lo più a giornalisti d’inchiesta (30%), ma non mancano media, editori, attivisti (10%) e ong (5%). Secondo il rapporto Case, l’effetto dissuasivo di una denuncia aumenta quanto più esorbitante è il valore dei danni, ma non è l’unico fattore che contribuisce a soffocare la vittima: le spese legali, il tempo che lo impegna nei procedimenti, le cautele e le rinunce che si rendono opportune al fine di non peggiorare la propria situazione ingessano il ruolo sociale e comunicativo dell’interessato e rappresentano un onere pesante, sia in termini materiali che psico-emotivi.
Se la situazione è frustrante per un giornalista d’inchiesta, che dalla sua ha argomentazioni oggettive e documentate, immaginate quanto possa essere complicata per gli artisti, per i creativi, per gli umoristi che esprimono opinioni e visioni personali a mezzo del linguaggio artistico o satirico. La controcultura si avvantaggia di forme svariate, che spesso non coincidono con l’informazione in senso stretto. E tuttavia quanto più il registro è imponderabile tanto più facilmente è brandita l’accusa di diffamazione.
Di recente hanno sortito clamore le denunce contro Luciano Canfora, contro la filosofa Donatella Di Cesare, contro il rettore dell’Università per Stranieri di Siena Tommaso Montanari, contro lo storico Davide Conti. Ricorderete di Franco Cappelletti querelato per satira da Giorgia Meloni, di Mario Natangelo querelato per satira da Arianna Meloni, di Giulio Laurenzi querelato per satira dal vescovo Salvatore Ligorio, Debora Borgese denunciata per satira da Angelo Villari, Andrea Scanzi querelato per satira da Vittorio Feltri…Vicende da cui possiamo isolare un fattore cruciale: la sproporzione tra l’atto comunicativo espresso e la reazione del potente. Il fenomeno, come anticipavo in premessa, non riguarda soltanto autori popolari. Ancor più grave è quando si riferisce a piccole e locali esperienze di dissidenza. Tra tutte voglio segnalarvi quella che ha coinvolto una pagina satirica, ormai oscurata: Costantini fa Cose.
Jwan Costantini è diventato sindaco di Giulianova, comune della provincia di Teramo, nel 2019, presentandosi con una lista civica alternativa al centrodestra. Diventato sindaco, è passato alla Lega, ovvero proprio allo schieramento contro cui si era opposto.
Fin da subito, la pagina Costantini fa Cose ha preso a raccogliere battute, giochi di parole, fotomontaggi satirici. La redazione della pagina non è professionale, questa però è diventata un luogo di condivisione del dissenso politico in chiave creativa e umoristica, in fondo dando soddisfazione ai cittadini rimasti delusi per il clamoroso cambio di bandiera. I post, ad ogni modo, si riferiscono a Costantini-personaggio. Si immagina la sua doppia vita: pubblicamente sindaco, in privato viveur e cocainomane. Costantini-personaggio non è raffigurato come la comunicazione ufficiale vuole, diventa stereotipo e prototipo del tipo di politico che la sua classe esprime. La pagina dichiara esplicitamente di essere satirica, pertanto non ci può essere confusione, né lo stile grafico è quello ambiguo delle fake news: è evidente che si tratta di giochi: l’indole è feroce ma palesemente goliardica. Ricordiamo anche che la satira non risponde ad esigenze informative e non è obbligata a coincidere con la verità dei fatti, anzi, l’ovvia inverosimiglianza dei fatti espressi in forma satirica esclude la loro capacità offensiva della reputazione, dell’onore e del prestigio (Tribunale di Roma, 13.2.1992).
Gli amministratori della pagina si chiamano Gianluigi Di Bonaventura e Gabriele Capodicasa, sono attivisti anarchici, sono tra quelli che per molti anni hanno fatto di un campetto occupato, insieme ad altre disparate realtà locali, un centro simbolico della vita culturale di Giulianova. Nel 2021 il campetto è stato sgomberato con uno spropositato impiego di forze (una ruspa, persino!).
Sebbene non sia possibile risalire agli autori dei post incriminati a causa delle modalità informali di consegna dei contenuti, estese a tutti gli utenti della pagina, Di Bonaventura e Capodicasa sono stati rinviati a giudizio per concorso in diffamazione e, addirittura, stalking. La Procura e la difesa di parte civile hanno ritenuto cioè che i post della pagina fossero “falsi, denigratori, molesti e intimidatori” e che fossero da intendersi “atti persecutori”.
La particolarità della vicenda di Di Bonaventura e Capodicasa è che contro di loro non è stata depositata una sola denuncia per le attività complessive della pagina, ma più denunce: ogni denuncia, avvia un processo diverso: “se ne contano per il momento almeno cinque, con la conseguente moltiplicazione dei processi, delle eventuali condanne, delle spese legali e delle richiese di risarcimento danni. Per ogni processo è richiesto al mio assistito un risarcimento di circa 100mila euro. Con l’accusa di diffamazione, l’irrisione in chiave satirica dell’operato di un amministratore pubblico diventa la ragione con la quale si giustifica un’operazione quasi dimostrativa, che immola gli amministratori della pagina e ha per  conseguenza il silenziamento del dissenso e della contrapposizione e, quindi, dell’indispensabile dibattito pubblico”, spiega l’avvocato Filippo Torretta difensore di Gianluigi Di Bonaventura.
Nell’ultimo anno, il numero di intimidazioni legali avviate da personaggi pubblici e rivolte contro persone che hanno espresso critiche politiche è aumentato vertiginosamente. Eppure chi ricopre un ruolo politico e pubblico non dovrebbe avere una soglia di tolleranza più alta innanzi alla critica? Non dovrebbe rendersi maggiormente disponibile alle verifiche e al controllo? Lo affermerebbe la Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale il grado di libertà accordato al dibattito e alla critica costituisce l’essenza stessa della democrazia.
L’utilizzo delle Slapp da parte di personaggi pubblici, i tentativi di controllo della cronaca giudiziaria e l’ingerenza politica nel servizio pubblico radiotelevisivo, si inseriscono in una più ampia castrazione dello spazio pubblico di critica e dissenso in Italia.
Il V-Dem Institute è un’organizzazione che fa capo al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Gothenburg, in Svezia. I suoi Rapporti sulla democrazia analizzano i processi internazionali di autocratizzazione (declino delle qualità democratiche). Sembrerebbe che il livello globale di democrazia sia ritornato agli standard degli anni Ottanta. I 4 mila studiosi ed esperti coinvolti osservano con particolare scrupolo gli indici che riguardano la libertà espressione, di opinione e di stampa, che rappresentano alcune tra le caratteristiche più importanti della democrazia.
L’intolleranza alle critiche da parte dei nostri politici e l’ingerenza politica nel servizio pubblico radiotelevisivo segnano una tendenza pericolosa: quella di anteporre la sfera personale e il vantaggio di posizione all’interesse pubblico. Come possiamo produrre competenza politica? Verso che tipo di cultura rischiamo di andare, o di ritornare?
Umberto Eco portava ad esempio l’atteggiamento delle comunità scientifiche: il disaccordo migliora la conoscenza. Contrappose tale atteggiamento all’Ur-Fascismo. Lo spirito critico opera distinzioni, e distinguere è un segno di modernità. Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento: è scritto ne Il fascismo eterno che raccoglie il discorso che Eco pronunciò il 24 aprile 1995 alla Columbia University. Si celebrava la Liberazione dell’Europa dal nazifascismo.



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