Modesta difesa del pacifismo

Di fronte alle atrocità della guerra in Ucraina e al concreto rischio di un allargamento del conflitto si assiste a una paradossale criminalizzazione delle istanze pacifiste.

Silvano Fuso

Conservo gelosamente una lettera autografa di Carlo Cassola (1917-1987), datata 9 luglio 1982. Il grande scrittore, molto cortesemente, rispose a un mio quesito che gli posi in quanto all’epoca era presidente della Lega per il Disarmo Unilaterale, alla quale mi ero iscritto da qualche tempo.
Avevo oramai deciso che sarei stato obiettore di coscienza nei confronti del servizio militare cui ero destinato dallo Stato. Per la legge dell’epoca, per essere riconosciuto obiettore, avrei dovuto sostenere un colloquio presso la locale caserma dei carabinieri che avrebbe dovuto accertare le reali motivazioni della mia scelta.

Per legge era necessario dichiararsi non violenti e qui nasceva un mio dubbio morale sul quale chiedevo consiglio a Cassola. Sono sempre stato un tipo pacifico e contrario alla violenza, però la non violenza intesa in senso assoluto mi sembrava eccessiva. Tanto per fare un esempio, di fronte a un pazzo che dà in escandescenza e che non sente ragione, l’uso della forza mi pare inevitabile. Da qui il mio dubbio morale giovanile nel dovermi dichiarare non violento tout court. Cassola, senza esitazione mi rispose testualmente: “Caro Fuso, La consiglio di mentire: qualsiasi sotterfugio è lecito per evitare la fine del mondo”.

Seguii il suo consiglio, sostenni il colloquio, la mia domanda di obiezione venne accettata e feci il mio servizio civile sostitutivo di quello militare (26 mesi: 18 perché ero di Marina + 8 mesi “punitivi” cui andavano incontro gli obiettori all’epoca).

La mia scelta antimilitarista era maturata da tempo, grazie alle mie letture e a due autori in particolare: Albert Einstein (1879-1955) e Bertrand Russell (1872-1970).

Di Einstein mi aveva entusiasmato questa frase:

Questo argomento mi induce a parlare della peggiore fra le creazioni, quella delle masse armate, del regime militare voglio dire, che odio con tutto il cuore. Disprezzo profondamente chi è felice di marciare nei ranghi e nelle formazioni al seguito di una musica: costui solo per errore ha ricevuto un cervello; un midollo spinale gli sarebbe più che sufficiente. Bisogna sopprimere questa vergogna della civiltà il più rapidamente possibile . L’eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalista, come odio tutto questo! E quanto la guerra mi appare ignobile e spregevole! Sarei piuttosto disposto a farmi tagliare a pezzi che partecipare a una azione cosi miserabile. Eppure nonostante tutto, io stimo tanto l’umanità da essere persuaso che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari. (E. Einstein, Come io vedo il mondo, 1934).

E di Russell quest’altra:

Si dà per scontato che una nazione che non si oppone alla forza con la forza debba essere mossa da viltà, e debba perdere tutto ciò che di prezioso c’è nella sua civiltà. Entrambe queste supposizioni sono illusorie. Opporsi alla forza con la disobbedienza passiva richiede più coraggio e molto probabilmente conserverebbe gli aspetti migliori della vita nazionale. E inoltre sarebbe più efficace nello scoraggiare l’uso della forza. Sarebbe la via della saggezza pratica se gli uomini fossero indotti a credervi. Ma temo che essi siano troppo legati alla convinzione che il patriottismo è una virtù e troppo smaniosi di dimostrare la propria superiorità agli altri in un contesto di forza. (B. Russell, “War and Non-Resistance”, Atlantic Monthly, 1915. Testo integrale: http://fair-use.org/atlant…/1915/08/war-and-non-resistance)

Questi due brani mi sono venuti inevitabilmente in mente fin dal 24 febbraio, giorno dell’ignobile attacco russo all’Ucraina. All’epoca della mia scelta di obiezione di coscienza lessi molta letteratura pacifista, antimilitarista e non violenta condividendola quasi in toto (eccezion fatta per alcune derive estremiste della non violenza da cui nasceva il dubbio che espressi a Cassola).

Nei decenni successivi mi occupai molto meno della questione. Ingenuamente pensavo che certe idee pacifiste e antimilitariste fossero oramai divenute patrimonio del comune modo di pensare. Per fare un paragone, fin da ragazzo sono sempre stato molto sensibile ai diritti delle persone LGBT+ e, nel corso dei decenni, ho effettivamente osservato, con soddisfazione, che la società ha fatto significativi progressi nel loro riconoscimento (anche se molto resta ancora da fare). Ingenuamente, dicevo, mi illudevo che progressi analoghi fossero stati fatti anche per quanto riguarda i problemi della pace e della guerra. Purtroppo ho dovuto constatare con estrema amarezza che non è affatto così.

Di fronte alle atrocità della guerra in Ucraina e al concreto rischio di un allargamento del conflitto su scala globale (con inevitabile catastrofe collettiva), purtroppo da più parti (anche le più insospettabili) si assiste infatti a una paradossale criminalizzazione delle istanze pacifiste.

In maniera più o meno esplicita i pacifisti vengono accusati di vigliaccheria, di tradimento, di simpatie filo-Putin, ecc. Inoltre vengono incolpati di auspicare la resa e la sottomissione dell’Ucraina. Personalmente rimango allibito da simili accuse che, secondo me, denotano solamente, da parte di chi le formula, una totale ignoranza della cultura pacifista e della nutrita letteratura che la rappresenta. Pacifismo infatti non significa affatto assoggettarsi al prepotente di turno. Al contrario implica ricercare altre forme di lotta e di resistenza che non siano il conflitto armato. Consapevoli del fatto che quest’ultimo produrrà null’altro che distruzione, morte e sofferenza a tutte le parti in gioco e non solo.

Questo punto fondamentale confuta a priori ogni accusa di vigliaccheria, codardia, arrendevolezza a carico dei pacifisti. Come afferma chiaramente Bertrand Russell nel brano sopra riportato, “opporsi alla forza con la disobbedienza passiva richiede più coraggio” che non impugnare un’arma. E non si tratta di posizioni utopistiche da “anime belle” che si sentono moralmente superiori (altra accusa rivolta ai pacifisti). Ma di sano realismo derivante anche da un’obiettiva analisi storica.

La storia insegna infatti che le guerre non hanno mai risolto nulla (e paradossalmente questo viene talvolta retoricamente affermato anche da molti di coloro che poi accusano i pacifisti). Non mancano invece esempi che mostrano come la lotta non armata, la resistenza passiva e la disobbedienza civile possano ottenere risultati significativi. Senza scomodare il Mahatma Gandhi (1869-1948), si potrebbero citare, tra i tanti casi significativi, la resistenza norvegese e danese contro l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale.

Gli insegnanti norvegesi scioperarono, col pieno appoggio di genitori, alunni e chiese, contro l’introduzione nel nuovo statuto didattico voluto dai tedeschi. Alla fine le scuole riaprirono, senza alcuna adozione dei programmi nazisti[1].

In Danimarca i nazisti proclamarono le leggi razziali imponendo ai negozianti ebrei di porre la scritta “Jude” sulle loro vetrine. Tutti i negozianti, anche non ebrei, apposero la scritta. Analogamente, quando venne imposto agli ebrei di cucire sui vestiti la stella gialla, tutti i cittadini, sovrano compreso, si munirono di stella gialla creando sconcerto tra i nazisti[2].

Naturalmente in entrambi i casi la resistenza non armata non fu indolore. Molti vennero torturati, uccisi e deportati. Ma il confronto va necessariamente fatto con le perdite che si sarebbero avute in caso di resistenza armata. La Danimarca, ad esempio, ebbe la più bassa percentuale di deportati nei lager di tutti i paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale.

Ovviamente affinché questo tipo di resistenza non armata abbia successo, la popolazione deve essere adeguatamente preparata, cominciando ad attuare una concreta diffusione della cultura pacifista e promuovendo la coesione sociale. Anziché investire cifre folli in armamenti e nell’addestramento di personale militare, si potrebbero investire risorse in tal senso.

Naturalmente questo richiede un radicale cambiamento di paradigma culturale. Noi viviamo tutt’ora sotto il paradigma dell’«occhio per occhio». Le reazioni dei paesi occidentali all’aggressione dell’Ucraina lo hanno ampiamente confermato. Ma come diceva Gandhi, questo paradigma conduce inevitabilmente a un mondo di ciechi.

Senza contare poi che la mentalità militarista educa i cittadini a una totale abdicazione di ogni senso critico (il classico dogma militarista è “gli ordini non si discutono”). Mentre un’educazione al pacifismo, alla disobbedienza e alla resistenza passiva contribuirebbe allo sviluppo del senso critico, del pensiero libero e razionale e dell’autonomia di giudizio.

Il paradigma militarista e guerrafondaio (ogni distinzione tra offensivo e difensivo è del tutto superflua) va ovviamente a totale danno delle classi sociali più deboli. Sorprende che a ricordare una simile ovvietà sia dovuto intervenire il capo di un’istituzione che non ha certo mai brillato nella difesa di posizioni progressiste: il Papa, che ha affermato categoricamente che “i potenti decidono e i poveri muoiono”. Sorprende ancora di più che una parte della sinistra abbia invece sposato il perverso paradigma militarista, criticando aspramente le istanze pacifiste.

Tornado a Cassola, viene in mente la lettera aperta rivolta all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini (1896-1990), che lo scrittore pubblicò sul secondo numero del primo anno (1980) del mensile antimilitarista L’Asino, che dirigeva insieme a un giovane Francesco Rutelli, ben diverso da quello attuale (mensile che da ragazzo leggevo avidamente). Nella lettera, intitolata “Ma chi svuota questi arsenali?”, Cassola manifestava tutta la sua delusione per la politica dell’epoca e concludeva con questa supplica:

[…] On. Pertini, lei può fare davvero qualcosa per la causa della pace. Non dubito che questa parola susciti un’emozione in lei, come la parola antimilitarismo, che è lo stesso della parola socialismo. Lei ha detto di voler essere il presidente di tutti gli italiani. Ma d’italiani ce ne siamo di tutti i colori, cominciando da quella che è la distinzione fondamentale, tra fascisti e antifascisti. Io mi auguro che voglia essere il Presidente solo di questi ultimi; solo di quella parte di italiani, che poi sono la grande maggioranza, i quali si richiamano ai valori del socialismo, vale a dire della pace. Essi vogliono essere protetti, innanzitutto, da una politica demenziale che assicura una cosa sola: la fine del mondo. So quello che lei può obiettarmi, che questa politica demenziale è già cominciata e tanto vale attenersi ai suoi dettami. Ma se questi dettami sono suicidi? Noi intendiamo chiamare a raccolta tutti coloro che non si rassegnano a un così fallimentare esito politico: cominciando dall’antimilitarista e socialista on. Pertini”.

Se partiamo dall’ovvia verità che “i potenti decidono e i poveri muoiono”, non possiamo certo aspettarci che l’auspicato cambio di paradigma provenga da chi detiene il potere. Vengono in mente i versi di due cantautori. Il primo, Fabrizio De André (1940-1999), nel 1968 cantava: “Se verrà la guerra […] chi ci salverà?/Ci salverà il soldato che non la vorrà/Ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”. Il secondo, Boris Vian (1920-1959), prima di lui nel 1954 aveva affermato: “Ma io non sono qui egregio presidente/per ammazzar la gente più o meno come me/io non ce l’ho con lei sia detto per inciso/ma sento che ho deciso e che diserterò”.

La diserzione, considerata infamante dal perbenismo militarista, va intesa a 360 gradi come rifiuto delle armi e della violenza da qualunque parte provenga, sia dal proprio Stato di appartenenza (ricordiamolo, assolutamente casuale) che obbliga a combattere, sia da parte del cosiddetto nemico che semplicemente indossa, per citare ancora De André, “la divisa di un altro colore”, a sua volta obbligato a combattere.

Anziché infamante questa diserzione è manifestazione di grande eroismo e amore per l’umanità ed è l’opposto della codardia. Anche questa naturalmente non si improvvisa, ma si raggiunge con l’educazione. E dovrebbero essere proprio le forze culturali progressiste a impegnarsi per diffonderla. Tomaso Montanari (una delle poche voci contemporanee lucidamente pacifiste) in una recente intervista televisiva ha dichiarato di aver sempre pensato che l’università dovrebbe avere il compito di promuovere la diserzione. Ed è motivo di grande conforto che a pronunciare simili parole sia il rettore di una università italiana. Chiunque operi nel mondo della formazione dovrebbe porsi questo obiettivo.

Dicevamo che esiste una vasta letteratura pacifista che va da Aldo Capitini (1899-1968) a Danilo Dolci (1924-1997), passando per Stéphane Hessel (1917-2013), Don Lorenzo Milani (1923-1967), lo stesso Carlo Cassola e molti altri. Una certa sinistra dovrebbe riscoprire e promuovere questa cultura. Prima di tutto per documentarsi ed evitare di dire falsità sui pacifisti. Secondariamente perché tutti i valori della sinistra sono incarnati nel pacifismo. Mentre gli pseudovalori del militarismo non possono che essere patrimonio delle destre, del capitale e delle forze più reazionarie e oscurantiste.

[1] Si veda: L. Odini, “«La propaganda è respinta a scuola»: la resistenza degli insegnanti norvegesi”, Pedagogia oggi 1, 108-115, 2021: https://ojs.pensamultimedia.it/index.php/siped/article/view/4780/4141;

[2] M. Boato, “La vittoriosa resistenza nonviolenta danese ai nazisti”, Volere la Luna, 27 aprile 2022: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/04/27/la-vittoriosa-resistenza-nonviolenta-danese-ai-nazisti/ e B. Lidegaard, Il popolo che disse no, Garzanti, Milano 2014.

(credit foto Paul Zinken/dpa)



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