Aggressione sessuale, aggravante razzista, indignazione debole

Il caso delle molestie sul treno regionale di rientro a Milano da Peschiera del Garda pone interrogativi importanti che non hanno avuto il sufficiente risalto. Perché?

Paolo Flores d'Arcais

Giovedì 2 giugno, nel pomeriggio, su un treno regionale in servizio da Peschiera del Garda a Milano, alcune ragazzine minorenni, di 16 e 17 anni, sono state pesantemente molestate, con palpeggiamenti sessuali, ingiurie, intimidazioni. Il treno era stracolmo, praticamente sono state bloccate da decine di ragazzi che stavano esercitando su di loro la classica, disgustosa, violenza di genere, attraverso le molestie di cui sopra. I genitori di una di loro, avvertiti per telefonino, hanno chiamato il 112, senza esito alcuno. Le ragazzine sono riuscite a scendere a Desenzano del Garda solo perché un giovane ha aperto la porta del treno. Il giorno dopo hanno sporto denuncia alla Polfer di Milano, che ha trasmesso la denuncia, per competenza territoriale, alla squadra mobile di Verona.

Questo nuovo esecrabile episodio di violenza sulle donne non ha avuto immediatamente l’eco che meritava. Solo oggi, lunedì 6 giugno, è arrivato nella pagine nazionali dei grandi giornali, e solo su uno, il Corriere della Sera, con il doveroso richiamo in prima.

Esattamente un mese fa era esplosa una sacrosanta ondata di indignazione per alcuni casi di ragazze molestate durante il raduno nazionale degli alpini a Rimini. Il meno che si possa dire, e che si deve dire, è che nel caso delle molestie sul treno del Garda l’indignazione anziché le dimensioni dell’ondata abbia manifestato quelle dello sciabordio.

Soprattutto nell’opinione pubblica democratica e “progressista”. Basta fare qualche ricerca comparativa sul web tra le due vicende, e lo scarto risulterà di lampante indecenza.

Eppure quanto avvenuto sul treno il 2 giugno è stato ancora più grave. Le ragazzine hanno subito un’aggressione sessuale raddoppiata dall’aggressione razziale. Non solo le decine di delinquenti (chiamarli “branco” finisce per minimizzare le responsabilità nell’anonimato di un’entità collettiva) esibivano con la malvivenza dei palpeggiamenti il “diritto” alla prepotenza predatoria del maschio sulla femmina, ma insultavano e intimidivano le ragazzine con epiteti e frasi razziste: qui le donne bianche non possono salire, questa è Africa, e via violando l’art. 3 della Costituzione. Quelle decine di aggressori erano infatti, secondo le testimonianze delle vittime, di origine nordafricana, anche se probabilmente in gran parte italiani.

Di fronte a un’aggressione contro ragazzine di 16 e 17 anni in cui si intrecciano in immonda sinergia motivazioni sessuali e motivazioni razziali, l’indignazione pubblica, e massime quella democratica e “progressista”, dovrebbe scattare immediatamente: enorme, ribollente, intransigente.

Fin qui non è accaduto. Sottolinearne la vergogna è il minimo. Domandarsi perché diventa imperativo.



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